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Per i giovani giornalisti il futuro è su Internet? Le risposte

Un giovane, oggi, non ha alcuna possibilità di andare a guidare un grande giornale, come fece 120 anni fa Luigi Albertini al Corriere della Sera. Il futuro per i giovani giornalisti è su Internet. Questa la tesi sostenuta da Paolo Mieli, già direttore del Corriere e oggi presidente di Rcs Libri (vedi il post: Direttore del Corriere della Sera a 29 anni).

Abbiamo sentito, a questo proposito, l’opinione di persone quotidianamente a contatto con il mondo dei media: editori, giornalisti, manager, comunicatori. Ecco i loro commenti, in ordine alfabetico.

Paolo Ainio (Banzai) – Non conosco il mondo dei giornali di carta, ma il vero problema dei “giornali su Internet” è che su Internet non ci sono gli editori. O forse non ce ne sono proprio più di editori…

Laura Corbetta

Laura Corbetta (Yam112003) – Quello che sostiene Mieli, secondo me è in gran parte un problema tutto italiano. La settimana scorsa sono stata a Parigi, all’advisory Board di YouTube, e l’età media del top management di Google non superava i 35 anni.
Sarebbe interessante approfondire l’argomento. Comunque si può notare che i 29 anni di fine Ottocento sono ben diversi dai nostri 29 anni!

Massimo Crotti (Tiscali) – Tra le varie affermazioni di Mieli, mi trovo particolarmente d’accordo sul fatto che uno dei problemi di fondo, che vale per l’editoria “classica” ma direi per buona parte del fare impresa oggi in Italia, stia in un certo immobilismo che parte da un presupposto, a mio modo di vedere sbagliato.
Si parla tanto di innovazione ma spesso tale parola viene associata a un vecchio modo di pensare e diventa pertanto soltanto un “package” con il quale le aziende spesso rivestono il vecchio modo di ragionare, restando nei fatti ancorati a modelli che rischiano di risultare obsoleti.
Il tema di fondo è che “innovazione” non può non coincidere con “rischio imprenditoriale”. Per innovare veramente bisogna creare una vera discontinuità e credo che tale affermazione valga sicuramente per Internet, ma oggi ancor più per tutte le realtà che hanno fatto la storia dei media in Italia.

Paolo D’Ammassa (Connexia) – Concordo con quello che dice Paolo Mieli. Sulla carta stampata la posizione di direttore è riservata a giornalisti di esperienza e lungo corso (i piu’ giovani che mi vengono in mente hanno 42-43 anni e dirigono mensili). Sul web invece non ci sono regole e troviamo blogger giovanissimi che hanno un seguito importante.
Sul tema giovani e giornalismo ricordo un episodio: nel 1998 organizzai un intervista con il Sole 24 per un nostro cliente, il ceo di una delle prime cento aziende Usa. Il quotidiano mandò un ragazzino; forse aveva 23 o 24 anni, ma ne dimostrava 18. Comunque dopo il primo nostro imbarazzo, si dimostrò preparato e fece un bel pezzo. Era Morya Longo, oggi una delle firme più preparate dell’economia al Sole.

Giacomo Fusina

Giacomo Fusina (Human Highway) – Beh, che l’innovazione della Rete sia propria dei giovani è un dato di fatto. E’ stato così per il Rock, l’impressionismo, la Radio negli anni 70, le grandi rivoluzioni scientifiche etc. L’approccio “disrupting” alla realtà è proprio dei giovani, creativi ed entusiasti e senza il vincolo degli schemi relazionali e mentali che imbrigliano i più maturi.
Ma per l’informazione il discorso è diverso, per due motivi:
1.non credo che il sistema dell’informazione abbia bisogno di un momento di rottura ma di un processo graduale di profonda trasformazione. In realtà di trasformazione ne vedo tanta già in atto: l’apertura alla partecipazione, la vita della notizia in Rete, la cross-medialità, la ricerca di interazione coi lettori, la portabilità su molti device etc… Da questo punto di vista le principali testate hanno lavorato molto bene e puntano nella direzione giusta;
2. La narrazione della realtà è un’attività che viene meglio ai meno giovani piuttosto che ai giovani. Da sempre i nonni raccontano le storie più belle ai loro nipoti. Posto che ci siano le condizioni dell’onestà intellettuale, della verifica delle fonti e della ricerca delle notizie rilevanti (la mancanza di questo mix è il vero problema attuale!), il servizio informativo è prodotto meglio da persone che hanno più esperienza e ricordi nel loro percorso professionale di quanti affrontano gli stessi temi con la freschezza di una giovane intelligenza. Non che i giovani non debbano fare giornalismo, ovviamente, ma non considero un problema il fatto che l’età media dei direttori dei nostri quotidiani sia intorno ai 60 anni. Semmai è un problema nell’industria, nella politica e nella folta schiera dei funzionari della pubblica amministrazione.

Francesco Galdo (Qualcomm) – Niente di più vero di quello che scrive Mieli: la mia esperienza in una multinazionale non può che confermare questo dato. La differenza di età tra giornalisti di casa nostra e quelli stranieri che lavorano per grandi testate è visibile quando si incontra la stampa all’estero.
Perchè questa differenza? Nel resto del mondo le versioni online dei giornali si stanno affermando sempre più, a scapito dei loro progenitori cartacei che, pur mantenendo le proprie posizioni quando si tratta di testate prestigiose e “di tradizione”, sentono il fiato sul collo delle publicazioni online quando si tratta di “essere sulla notizia”, in tempo reale. E nessuno padroneggia le tecnologie in questo campo come i più giovani.
In Italia la strada che porta dalle publicazioni online alla direzione dei grandi quotidiani è ancora tutta da tracciare.

Enrico Grazzini (Economia della conoscenza) – La domanda non mi appassiona. Se un giovane può diventare direttore di un giornale (di carta o on line)? Sì forse in India o in Egitto. In Italia mi sembra difficile. E poi quando uno è giovane e quando è adulto?

Maria Luisa Lafiandra (Mompeo in Corto) – Io non lo so, sono finita in Olanda per cercare opportunità che in Italia non avrò mai, il nostro è un Paese ridicolo, non vedo futuro in nessun campo.

Carlo Riva (Prima Comunicazione) – Direttori di giornali trentenni? In Italia non ce ne sono. Se ce ne sono non li conosco.

Andrea Santagata (Liquida) – Mieli dice che “i veri giornali di oggi, quelli su Internet, sono invece affidati a trentenni”. Ci saranno… Però i nomi non emergono molto al pubblico.

Andrea Santagata

Vera Schiavazzi (Master in giornalismo Università di Torino) – È probabile che oggi non si possa più diventare direttore del Corriere della Sera a 29 anni, come del resto primario in un ospedale o avvocato affermato. Non è vero invece che non ci sia lavoro per i giovani: sono d’accordo con Giuseppe Smorto circa le loro capacità e la necessità di aggiornarsi anche per i non giovani.
Nella mia esperienza alla guida di una scuola (dal 2004) ho verificato che molti giovani giornalisti entrano, sia pure con il contagocce, a far parte di vecchie e nuove redazioni, e molti altri lavorano comunque in uffici stampa o piccole testate locali.
Resta il fatto che la multimedialità e più in generale le capacità tecniche e/o le tecnologie che si hanno a disposizione, da sole non fanno un giornalista, né buono né cattivo. In Italia non esiste un dibattito scientifico-culturale compiuto su che cosa significhi insegnare giornalismo, ma sarebbe ora di aprirlo.
Non se ne parla in università? Sì, con gli allievi ne discutiamo spesso e volentieri; senza eccessi di democrazia, almeno spero; ma qualche volta arrivano anche da loro suggerimenti importanti. Con i colleghi quasi mai, ahimé. Quando ci incontriamo siamo pressati da mille cose tecniche, regole, quadri di indirizzi eccetera. Nessuno studia se non per conto suo, nessuno si confronta con il resto del mondo salvo, sempre, per iniziative o esperienze personali.

Giuseppe Smorto (Repubblica) – Io penso che un giornalista sia bravo indipendentemente dallo strumento che usa, dal medium su cui scrive. Internet ha certamente ringiovanito la professione, ma non o non solo in senso anagrafico: conosco sessantenni che twittano e quarantenni chiusi nella loro corporazione.
Per fare il direttore – almeno in Italia, l’unica situazione che conosco bene – serve anche tanta esperienza. Al momento non riesco ad immaginare un direttore giovane che arrivi dalla Rete, perché uno che arriva dalla Rete non conosce il giornale di carta, e il giornale di carta è il baricentro di una’azienda editoriale, se pensiamo a Repubblica, Corriere, Stampa, Messaggero, Sole 24 Ore, Gazzetta.
Fra dieci anni non so. Quello che so di sicuro che se i giornalisti quarantenni che si sentono al sicuro nella carta non si rimettono a studiare, rischieranno fra qualche anno di essere sovrastati dai più giovani, che sanno lavorare in modo multimediale, e hanno anche tanta ma tanta fame.

Claudio Somazzi (Applix) – La storia insegna che nei momenti di difficoltà, nelle grandi crisi, c’è la grande occasione di cambiare. E i grandi cambiamenti richiedono solo l’incoscienza del sogno. Chi oggi ha 30 o 40 anni ha anche l’esperienza necessaria per regalare al sogno la concretezza di Google, la ‘follia ragionata’ della startup, la ‘semplicità’ della collaborazione wiki, la determinazione di chi ha ricevuto in eredità dai propri padri un mondo peggiore di quello che loro hanno ricevuto dai loro padri.
La rivoluzione è in atto. Noi spingiamo. Vediamo se il ‘tappo’ salta. E comunque a 30 anni Page e Brin avevano lanciato Google, Zuckerberg aveva trasformato Facebook in una della nazione più grandi del pianeta e Jobs aveva già venduto Apple 2. Forse il Corriere non è così complesso… Coraggio!

Saul Stucchi (Alibi Online) – In questo caso concordo con Mieli: nessuna speranza per i giovani sulla carta stampata. Postilla: neppure per i meno giovani. Nessuna speranza per la carta stampata in sè… Cerco di convincermi che questa grande crisi (più che confusione) sotto il cielo abbia degli aspetti positivi, che liberi immaginazione e sia levatrice del futuro, ma non ci riesco granché. Ma lagnarsi non serve a nulla. Dunque continuo a scrivere. Gratis.

Giancarlo Vergori

Giancarlo Vergori (Matrix) – Non conoscevo la storia di Albertini, ma credo fosse un “fenomeno”. Ci si ricorda di lui ma non di altri. Intendo: quanti altri giovani hanno avuto in mano una responsabilità del genere? Quindi penso che sia stato un caso e non un frutto di un processo generazionale o strutturale.
Detto ciò, credo che sia difficile poter affidare a un giovane “normale” una grande responsabilità. Sia sulla stampa offline che su quella online.
Pensiamo a Zuckerberg; oggi ha un grande impero, è una persona geniale, ha creato un servizio unico; però ha dovuto imparare a fare l’amministratore delegato, con molte difficoltà e creando non pochi problemi all’azienda. Quali soci gli avrebbero mai dato una responsabilità del genere se l’azienda non fosse stata sua?
In sintesi: Internet e il web sono certamente un settore industriale in continua crescita, bisogna conoscerli, usarli e comprenderli. Equesto è più facile per un giovane che per una persona matura. Quindi questo settore è più appetibile per i giovani, è nel loro dna, dà sfogo alla loro creatività, ha pochi “paletti” ed è tutto ancora da inventare.
Riguardo a Mieli penso che la sua sia più che altro una provocazione. Anche Page e Brin, quando Google ha assunto una struttura societaria importante, hanno avuto bisogno di un “vecchietto” come Eric Schmidt per assicurare la buona gestione dell’azienda e la stabilità.