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E se dicessimo basta ai contributi per giornali che nessuno legge?

Una lectio davvero magistralis quella tenuta qualche giorno fa da Carlo De Benedetti, presidente del Gruppo Editoriale l’Espresso, all’Università di Palermo. Magistrale soprattutto la sua franchezza sulla scottante questione dei contributi pubblici a giornali di partito. “Togliamo il finanziamento all’editoria che non sta in piedi da sola”, ha auspicato De Benedetti. “In un momento di difficoltà del Paese non si tengono in piedi i morti. Bisogna lasciare campo libero all’editoria sana, i partiti se la paghino loro, hanno già il rimborso elettorale”.

Carlo De Benedetti

Parole chiare, che non sono però piaciute alla Fnsi. Forse per una sorta di riflesso condizionato la federazione dei giornalisti ha subito ribattuto che “la mano pubblica ha il dovere, laddove sia sua responsabilità, di impedire la scomparsa di voci dell’informazione o, peggio, provocare suicidi assistiti”.

Fare tabula rasa della questione contributi non è una soluzione facilmente praticabile neppure per un governo decisionista e svincolato dalle logiche di partito come quello di Mario Monti. Il nuovo sottosegretario alla presidenza del consiglio con delega per l’editoria, Paolo Peluffo, si è preso ancora un po’ di tempo prima di varare nuove norme in materia. Ma ha già anticipato che non si finanzieranno più giornali che non si vendono. “Occorre stabilire come priorità il criterio dell’occupazione e favorire lo sviluppo dell’online”, ha affermato Peluffo. In effetti non si capisce perchè il diritto di esprimere le proprie opinioni i partiti lo debbano per forza esercitare sulla costosa carta stampata e non invece su un mezzo sicuramente più accessibile ed economico come la rete digitale.

Della necessità di mettere ordine nei finanziamenti a giornali di partito & company si parla da anni (vedi questo post di Ipse Blog del 2005), ma le pressioni esercitate dai diretti interessati e dai loro protettori politici sono sempre riuscite finora a evitare che questi contributi (150 milioni di euro nel 2010) fossero aboliti o drasticamente ridotti.

Sul fronte degli abolizionisti stanno ovviamente i giornali che non godono delle sovvenzioni, come il Fatto Quotidiano, che non manca occasione per rivendicare questo suo merito. Suscitando l’irritazione dei concorrenti foraggiati dalla Stato. Come l’Unità, il cui direttore Claudio Sardo ha evidenziato, in un tagliente corsivo pubblicato il 17 gennaio, le contraddizioni del direttore del Fatto Antonio Padellaro, che quando dirigeva l’Unità (dal 2000 al 2006) era uno strenuo difensore del finanziamento pubblico, visto come uno strumento essenziale per la libertà di espressione e la democrazia.

Tesi questa che non convince i giornali indipendenti che non percepiscono contributi statali. Il direttore dell’Adige, Pierangelo Giovannetti, ribatte ad esempio: “L’abrogazione dei contributi è un’operazione di equità e di giustizia verso tutti gli altri quotidiani e periodici che debbono stare sul mercato con le proprie forze. Spacciare il mantenimento dei sussidi statali come una battaglia di pluralismo è una mistificazione, perché incoraggia il mantenimentio di giornali inconsistenti, che nella maggior parte dei casi non legge nessuno”.

Parole difficilmente contestabili: basta scorrere gli otto elenchi dei beneficari dei contributi, pubblicati dal Dipartimento per l’informazione e l’editorial della presidenza del consiglio, per rendersene conto.

Come osserva il giurista Guido Scorza, è un fiume di denaro di cui si fa fatica a seguire le tracce fino ai reali beneficiari: i soci degli editori e, spesso, delle cooperative giornalistiche che si nascondono dietro ai nomi delle società editrici.

Nel primo elenco, quotidiani editi da cooperative di giornalisti, la testata che riceve più contributi dopo il Manifesto (3 milioni 745mila euro) è L’Avanti (2 milioni 530mila), diretto da quel Valter Lavitola noto alle cronache come faccendiere latitante; fondi questi ultimi che sarebbero finiti nelle tasche del senatore del Pdl Sergio De Grogorio, di cui la magistratura ha chiesto il rinvio a giudizio per truffa in concorso con Lavitola.

Nel secondo elenco (quotidiani editi da imprese editrici che fanno capo a cooperative, fondazioni o enti morali) ci sono, oltre a note testate come l’Avvenire (5 milioni 871mila euro) e Italia Oggi (5 milioni 263mila), anche giornali sindacali come Scuola Snals (1 milione 716mila), presente anche su Internet in versione pdf (l’ultimo numero è dell’ottobre 2011).

Vengono poi cinque quotidiani italiani editi all’estero (primo è il Corriere Canadese con 1.446mila euro), seguiti dai giornali delle minoranze linguistiche, come Primorsky Dnevnick (1.897mila euro) e Dolomiten (1.568mila euro).

Passando ai periodici, si scoprono nomi di testate d’informazione come Carta, Left, Rassegna Sindacale, Tempi, Trenta Giorni, ma anche riviste specializzate in musica (Jam, Mucchio Selvaggio, Suono Stereo Hi-Fi, Chitarre), turismo (Mare e Monti) e motori (Motocross).

Il sesto elenco riguarda i classici organi di partito: L’Unità (6 milioni 377mila euro), La Padania (3 milioni 896mila), Europa (3 milioni 527mila), Liberazione (3 milioni 340mila), tutti in difficoltà o a rischio chiusura.

Vengono poi le testate di partito trasformatesi in cooperative prima del 2002, tra cui Il Foglio (3 milioni 441mila euro), Il Denaro (2 milioni 455mila) e Opinione delle libertà (2 milioni).

Infine, l’elenco più lungo, quello dei periodici di cooperative o enti morali, dove in testa figura a sorpresa la rivista Sprint e Sport (506mila euro), settimanale del calcio giovanile e dilettanteso piemontese e lombardo, seguito dai semisconosciuti Quaderni di Milano, un settimanale free che in realtà sembra chiamarsi On The Road e che ha ricevuto 312mila euro.

Vedremo quante di queste testate sopravviveranno con le nuove regole sui finanziamernti che il governo sta per varare.

Nel frattempo vale la pena di leggere, sul caso Manifesto, il contributo controcorrente di un noto blogger, Leonardo Tondelli, che scrive anche per l’Unità. Il titolo è: Manifesto del conservatore di sinistra (ispirato alle considerazioni di Francesco Piccolo sul conservatorismo del ceto medio riflessivo).