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Lettori dei giornali online: ha ragione Audipress o Audiweb?

Quante persone leggono i giornali su carta e quante leggono i giornali online? La domanda è semplice, ma trovare la risposta giusta non è altrettanto semplice. In Italia ci provano due rilevazioni: Audipress per la carta stampata e Audiweb per l’online. Con risultati a volte sconcertanti.

Prendiamo gli ultimi dati di Audipress, relativi al terzo trimestre 2011. Le tabelle diffuse dalla società di ricerca indicano, per ogni testata, il numero di lettori nel giorno medio, calcolato sulla base di una rilevazione campionaria. Inoltre indicano quanti di questi lettori consultano anche il sito web della testata.

Consideriamo ad esempio il Corriere della Sera. Dalle tabelle di Audipress risulta che il quotidiano è letto in media da 3 milioni 430mila persone al giorno. Tra queste, 680mila frequentano anche Corriere.it, cioè il 20% circa. Il restante 80% di lettori non va su Internet oppure, se ci va, fa altre cose o legge altri giornali online.

Secondo Audiweb, in dicembre Corriere.it è stato visitato in media da 1 milione 234mila persone al giorno. Confrontando i risultati delle due rilevazioni, potremmo concludere che il 55% dei visitatori del sito legge anche il giornale su carta. Le restanti 554mila persone non leggono giornali su carta oppure, se li leggono, preferiscono testate diverse dal Corriere.

Fin qui il discorso regge e i dati sembrano plausibili. Ma consideriamo un altro giornale: la Gazzetta dello Sport, primo quotidiano italiano secondo Audipress con i suoi 4 milioni 377mila lettori al giorno. Di questi, 607mila frequentano anche Gazzetta.it, dice Audipress. Però, secondo Audiweb, il sito della Gazza è visitato ogni giorno solo da 543mila persone. Evidentemente i conti non tornano.

Quello della Gazzetta dello Sport non è l’unico dato incongruente. Anche per la Gazzetta del Mezzogiorno, il Mattino, il Messaggero e altre testate si verifica lo stesso fatto curioso: il numero di visitatori dei siti di questi giornali che, secondo Audipress, sono anche lettori delle rispettive testate cartacee supera il numero totale degli utenti degli stessi siti rilevato da Audiweb. Saranno gonfiati i dati di Audipress oppure sottostimati quelli di Audiweb?

Il piccolo mondo antico della sinistra slow

Il piccolo mondo antico, il legame con le radici – etniche, locali o culturali – cosa hanno a che fare con la sinistra? Apparentemente poco o niente. La sinistra è sempre stata internazionalista, aperta alle culture, al diverso da sè, alla conoscenza dell’altro, alla scoperta, sia nel senso della ricerca scientifica sia nell’accezione del viaggio alla scoperta di nuovi mondi. L’hombre nuevo della sinistra è sempre stato più un déraciné che un hidalgo legato al suolo patrio e ai valori correlati (dio e famiglia). Apparentemente, dicevamo, perché negli ultimi anni si sono sviluppate correnti in seno alla sinistra che più o meno consciamente si sono appropriate – in nome della difesa dell’ambiente o della lotta alla globalizzazione – di questi valori cari alla destra più conservatrice e reazionaria.

Antonio Pascale (la foto è tratta da You4planet.it).

A rimettere le cose un po’ a posto ci pensa, sull’ultimo numero della Lettura (il supplemento domenicale del Corriere della Sera), Antonio Pascale. L’autore di “Scienza e Sentimento” e di “Questo è il Paese che non amo” prende spunto da un articolo di Ascanio Celestini, pubblicato sull’Espresso, in cui l’attore e scrittore romano stigmatizza il fatto che in Trentino si vendano mele importate dal Cile invece di quelle “politically correct” a chilometro zero.

“Trent’anni fa”, scrive Pascale, “lo scontro era tra le possibilità che il vasto mondo offriva e quello che invece proponeva la tua ristretta terra. A sinistra c’erano sentimenti di inquietudine e di curiosità, a destra sentimenti immobili e non contestabili quali mito e tradizioni locali. Un concetto come l’autarchia era nel bagaglio della destra; ora invece le idee di derivazione autarchica, come il chilometro zero, sono diffuse da movimenti di sinistra come Slow Food, da movimenti ecologisti e da associazioni agricole come la Coldiretti”.

Condivisibile la conclusione di Pascale: “Il mondo è complicato e siamo in tanti; la sinistra deve essere all’altezza dei tempi, evitare slogan e lottare per l’efficienza energetica”. E magari anche per la scienza e il progresso e non per l’oscurantismo e la restaurazione.

Direttore del Corriere della Sera a 29 anni

Alla direzione del primo quotidiano italiano, il Corriere della Sera, è stato nominato un 29enne: un giovane di belle speranze ma con poca esperienza. Laureato in giurisprudenza a Torino con una tesi sulla “Questione delle otto ore di lavoro”, qualche articolo scritto sui giornali torinesi per mantenersi agli studi, otto mesi passati a Londra ad approfondire i temi giuslavoristici nel mercato anglosassone. Nella capitale inglese entra in contatto con il Times, di cui apprezza il modo austero e rigoroso di fare informazione. Tornato in Italia, collabora con la Stampa di Torino, poi gli viene offerta la direzione di una piccola rivista bancaria, Credito e cooperazione. Qui conosce un industriale socio del Corriere della Sera che lo fa assumere al giornale come segretario di redazione. È un vero colpo di fortuna: in soli quattro anni, da segretario diventa direttore editoriale e sei mesi dopo direttore responsabile.

Tranquilli, non è il primo passo della rivolta contro la gerontocrazia, auspicata dai giovani indignados. È la storia di Luigi Albertini, direttore del Corriere della Sera dal 1900 al 1925.

L’hanno raccontata ieri sera Piergaetano Marchetti, Flavio Cammarano, Simona Colarizi, Enrico Decleva e Paolo Mieli, all’incontro organizzato dalla Fondazione Corriere della Sera per rievocare la figura del grande direttore del primo Novecento.

Nel giro di 11 anni Albertini portò il Corriere da 30mila a 500mila copie, una cifra mostruosa per quell’epoca, considerato l’analfabetismo e la povertà che affliggevano l’Italia.

Viene spontanea una domanda: un giovane di 29 anni oggi potrebbe essere nominato direttore del Corriere della Sera?

Paolo Mieli ammette onestamente che è impossibile: “Sono diversi decenni che gli editori dei grandi giornali vogliono andare sul sicuro e non sono disposti a scommettere su una giovane promessa. Oggi non c’è proiezione verso il futuro. Si rischia di meno, ma così non si costruisce qualcosa destinato a durare nel tempo, come fecero gli editori al tempo di Albertini”.

Niente speranze per i giovani quindi? “Sulla carta stampata no”, risponde Mieli. “I veri giornali di oggi, quelli su Internet, sono invece affidati a trentenni. Lì c’è la vita e la speranza”.

L’eredità di Prodi e quella di Berlusconi

Ieri sera Romano Prodi era a Milano, all’incontro-dibattito con Giuseppe Vegas, presidente della Consob, organizzato dalla Fondazione Corriere della Sera sul pensiero di Tommaso Padoa-Schioppa e sui suoi ultimi scritti, raccolti nel libro Regole e finanza, pubblicato dal Mulino a un anno dalla morte dell’economista.

Romano Prodi

Accompagnato dalle raffiche di scatti dei fotografi, Prodi ha esordito ricordando un episodio di tre anni fa: “Era l’8 maggio 2008 e stavo facendo gli scatoloni per lasciare Palazzo Chigi quando Tommaso mi venne a trovare. Parlando della situazione economica osservò: lo spread tra Btp e Bund è a 37; l’eredità che lasciamo al nuovo governo è solida”. Oggi l’eredità che Berlusconi lascia a Monti è lo spread a quota 500 di questi giorni.

“Il dramma di oggi”, ha proseguito Prodi, “è che nessuno ha interesse a cambiare le regole del sistema. Ad esempio, Obama ha rinunciato a ripristinare la separazione tra banche d’affari e banche commerciali, necessaria per evitare che si creino realtà too big to fail”.

“Il caso greco è gravissimo dal punto di vista etico ma piccolo dal punto di vista economico”, ha detto ancora Prodi. “Non si è risolto perché la politica non ha voluto risolverlo. L’irrazionalità, la follia dell’Europa di oggi sta nel concetto di ‘Mors tua vita mea’, mentre nella comunità o si muore o si vive assieme”.

“Siamo al decennio della paura”, ha affermato l’ex presidente del consiglio. “Ogni Paese si ritira in sè stesso. Paura della Cina, paura degli immigrati, paura della crisi. C’è paura di tutto. Ma con la paura non si risolve nessun problema”.

“La debolezza della politica si riflette sull’economia. Guardare solo al breve termine è demagogia. Padoa-Schioppa ha sempre insegnato che short term significa vedute corte. E non ci si può consolare dicendo che l’economia reale è salda; abbiamo visto quanto rapidamente la timida ripresa degli scorsi mesi è stata gelata dalla crisi finanziaria”.

“Qual è il bandolo della matassa?”, ha chiesto il presidente della Fondazione Corriere della Sera, Piergaetano Marchetti.
La risposta di Prodi è che la politica deve recuperare autorevolezza e credibilità: “Dobbiamo avere più peso in Europa e nel mondo e superare l’attuale diarchia composta da una Francia che conta sempre meno e una Germania che pesa sempre di più”.