Tag Archives: Columbia Journalism Review

50 anni di Columbia Journalism Review

La Columbia Journalism Review, una delle più accreditate voci mondiali del giornalismo critico, festeggia i suoi primi 50 anni con un numero speciale dedicato alle trasformazioni che la professione giornalistica ha vissuto dal 1961 a oggi.

Il sito della rivista, familiarmente chiamato CJR, pubblica i principali articoli, a cominciare dall’editoriale del primo numero in cui gli Editors spiegano perchè la Columbia University’s Graduate School of Journalism – già all’epoca uno dei templi mondiali di quella relagione laica chiamata giornalismo, officiata nel grande palazzo vittoriano sulla 116esima strada di New York – decide di fondare un suo organo di informazione e di seguire passo a passo i cambiamenti del mondo dei media.

Con la capacità di sintesi e la concretezza tipica delle scuole americane, il sito riassume la storia di questi 50 anni in una serie di numeri. Ecco quelli più significativi:

Negozi di macchine per scrivere e servizi di assistenza a Manhattan:
341 (1961)
320 (1986)
25 (2011)

Negozi di computer e servizi di assistenza a Manhattan:
0 (1961)
74 (1986)
300 (2011)

Quotidiani su carta pubblicati negli Stati Uniti:
1.761 (1961)
1.676 (1985)
1.387 (2009)

Numero di computer connessi a Internet negli Stati Uniti:
2 (1969)
3.500 (1986)
660.000.000 (2011)

Costo di un megabyte di memoria in dollari:
38.600.000 (1960)
378 (1986)
0.014 (2011)

È dura fare business per i giornali on line

I giornali specializzati e locali sono il futuro del web. Ma fare business per queste testate è dura. Lo sostiene un articolo di Pino Rea di Lsdi (Libertà di stampa, diritto all’informazione), pubbliciato sul numero 4-2011 di Tabloid, il trimestrale dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia.

L’articolo, intitolato “Giornalismo digitale, la vertigine dei numeri”, prende spunto da The Story So Far, uno studio della Columbia Journalism Review sul business dei giornali, di cui Lsdi ha curato di recente la traduzione in italiano.
Il succo del discorso è che le testate giornalistiche devono puntare non tanto sulla quantità ma sull’engagement, cioè sull’interesse degli utenti. Perché solo in questo modo si potranno ottenere audience stabili e fedeli, da far pesare nei rapporti con gli inserzionisti e nella fissazione delle tariffe pubblicitarie.
Producendo giornalismo di qualità, utilizzando intelligentemente i dati e sfruttando i social media per generare traffico (e non solo i motori di ricerca), è possibile mettere insieme un’audience più fidelizzata e coinvolta, e soprattutto gradita agli inserzionisti.
Specializzazione e informazione locale sono le tendenze del nuovo giornalismo digitale. Ma il passaggio dalla teoria alla pratica è irto di problemi. Soprattutto per la sproporzione di fondo tra i costi di produzione dei questo tipo d’informazione e i ricavi, limitati dal basso peso quantitativo del pubblico potenziale e dal basso livello dei prezzi delle inserzioni. La conclusione è che non c’è ancora una dimostrazione concreta del nuovo modello di business.