Italic e le religioni dei nuovi italiani
Le tante forme di religiosità in Italia: è il tema – in linea con lo spirito natalizio – scelto da Italic per il numero di dicembre. In un paese multietnico come è ormai il nostro, i vecchi culti si trasformarmano e fioriscono nuove forme di religiosità. La rivista diretta da Luca Ballarini e Vittorio Pasteris è andata a scovare quelle più insolite e originali: dagli immigrati Tamil che a Palermo hanno abbracciato il culto di Santa Rosalia (e ora la messa parla anche la loro lingua), ai 50mila cittadini italiani di religione musulmana, che vivono la fede islamica fra incomprensioni e volontà di integrazione.
Italic fa anche qualche interessante puntata all’estero: in Brasile, dove la Chiesa di Dio promette di scacciare il demonio a pagamento, e in Africa dove molte persone lasciano il cattolicesimo per rivolgersi a chiese evangeliche e pentecostali.
Tra gi altri temi dell’ottavo numero di Italic: Tel Aviv, la città israeliana patrimonio dell’Unesco (molti degli architetti impegnati a restaurarla sono italiani o hanno studiato da noi); lo stile africano che sta conquistando l’alta moda (con magazine di qualità, firme emergenti e bravi fotografi); e la storia di Giulia Salvadori, una line producer che scova e vende set cinematografici per i film di Bollywood ambientati in Italia.
La borghesia stracciona del Giornale
A chi si rivolge il Giornale della novella era post berlusconiana? Non alla borghesia illuminata degli odiati salotti progressisti milanesi, ma neppure alla borghesia conservatrice o apertamente reazionaria che ha sempre considerato i palchi alla Scala il palcoscenico della propria mondanità.
La prima pagina dell’8 novembre addita al pubblico ludibrio i ricchi governanti in posa sul palco reale alla prima del Convitato di Pietra di Mozart: il presidente Giorgio Napoletano, il premier Mario Monti (che sarà ricordato come il primo presidente del consiglio ad aver rinunciato al suo compenso) e il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, con le relative consorti.
Sono loro i nuovi nemici individuati da Vittorio Feltri e Alessandro Sallustri: gli sciuri in smoking e le sciure ingioiellate e impellicciate a cui tirare pomodori e uova marce. Esattamente come facevano, quarant’anni fa, i ragazzi del movimento studentesco di Mario Capanna, ora convertitosi a battaglie non meno inconsistenti, come quella contro la polenta geneticamente modificata.
Il nuovo referente del Giornale sembra una lumpenbourgeoisie che è l’altra faccia della medaglia di quel lumpenproletariat in nome del quale nel mitico ’68 ci si scagliava contro i simboli del potere. Una borghesia stracciona, ribellista e piagnona che si dispera per un ritocco di 9 centesimi delle accise sulla benzina – deciso dal governo nell’ambito della megamanovra “per salvare il Paese” (“Benzina sul fuoco” titolava a caratteri cubitali Libero il 7 dicembre) – e non batte ciglio, invece, per i lucrosi aumenti incamerati dai petrolieri a ogni variazione dei prezzi internazionali dei carburanti.
Sarà questa lumpenbourgeoisie a risollevare la diffusione del Giornale, in caduta libera da tempo? E a fornire la base elettorale del nuovo partito dei cento fedelissimi pretoriani da portare alle Camere nel 2013, vagheggiato da Berlusconi?
Il dono di Hans Fazzari e Domenico Nordio
Serata memorabile il 5 dicembre alla Sala Verdi del Conservatorio di Milano. Protagonisti il violinista Domenico Nordio e il pianista Hans Fazzari. In programma c’erano la Partita n. 2 in re minore di Bach, la Sonata n. 2 di Eugéne Ysaÿe, la ‘Paganiniana’ di Nathan Milstein e poi alcuni brani di Schubert, Chopin e Kreisler. Un’ora e mezza di bella musica, insomma, suonata da due musicisti molto amati dal pubblico delle Serate musicali milanesi.
Fazzari, che delle Serate musicali è il fondatore e presidente, ha voluto fare un grande regalo al suo pubblico, assecondato da Nordio. Finiti i brani previsti, ha cominciato a estrarre uno spartito dopo l’altro da una cartella gonfia di fogli, improvvisando al piano, accompagnato dal violino, un’emozionante carrellata nella storia della musica degli ultimi tre secoli. Un’interminabile, sorprendente dono che veniva dal cuore, un’ammaliante profluvio di note che ha avvinto il pubblico per oltre tre ore.
Ogni tanto, quasi per spezzare la tensione, Fazzari ha interrotto il fluire delle note raccontando alcuni aneddoti sul suo percorso nel mondo della musica. A cominciare da un commosso ricordo di Shura Cherkassky – “Il più grande poeta che io abbia mai conosciuto” –, alla cui memoria Fazzari ha dedicato la Valse triste di Chopin. Citando il suo maestro Carlo Zecchi – “Sono un allievo di un allievo di Artur Schnabel e di Ferruccio Busoni” – ha ricordato una sua frase, rivolta a lui: “Mi piace molto la sua mano, il suo cervello non tanto”.
Fazzari ha ricordato anche quando, giovanissimo, incontrò per la prima volta il mitico Vladimir Horowitz, in occasione della presentazione di un suo concerto alla Scala: “Io, sconosciuto, osai fargli una domanda, che lui non capì: ‘Ma cosa vuole questo?”, chiese rivolto alla inseparabile Wanda (Toscanini)”. Negli anni successivi Fazzari ebbe modo di incontrare il pianista ucraino in altre occasioni, ad esempio quando era consigliere della Scala, e Badini, “da grande diplomatico qual era”, convinse Horowitz a tornare a suonare nel teatro milanese. A proposito della Scala, Fazzari ha ricordato anche episodi meno felici, come la rottura tra il soprintendente Paolo Grassi e Artur Rubinstein, e il tentativo che Grassi fece, “una volta mandato dal suo partito a presiedere la Rai” di bandire il grande pianista dai programmi della tivù pubblica.
Al di là di questi pur godibili aneddoti, il vero dono è stata la musica che ha avvinto tutti per un tempo interminabile e che pure non si voleva che finisse. L’ultimo dono: un’interpretazione quasi jazzistica di White Christmas.
Infine Fazzari si è alzato di scatto, ha salutato un’ultima volta il pubblico e, accompagnato da un commosso e provato Nordio, ha lasciato il palcoscenico salutato dagli ultimi applausi.
E quindi uscimmo a riveder le stelle.
Telecom, Tiscali, Vodafone: qual è il migliore?
Qualche giorno fa, chiacchiarendo con alcuni vicini di casa, ho scoperto che anche il piccolo paese dell’Oltrepò Pavese in cui sono nato è stato raggiunto dall’Adsl. Ci vado solo qualche fine settimana, ma è sempre utile avere un accesso a Internet nei week end, per scaricare le e-mail, dare un’occhiata a YouTube e Panoramio o leggere le ultime notizie sui giornali online.
Ho cominciato quindi a informarmi sulle offerte disponibili nei siti degli operatori telefonici. Un viaggio pieno di sorprese, non tutte piacevoli.
Sono partito dal sito di Telecom Italia, visto che già possiedo una linea telefonica di Telecom. Scorrendo le varie offerte, ne scopro una che fa al caso mio: Alice Night & Weekend, internet senza limiti dalle 21 alle 8 e nei fine settimana, con modem wi-fi, al modico prezzo di 10,53 euro al mese, più il canone telefonico. Ok, faccio subito il contratto!
Inserisco i miei dati nel sito, la località, il numero di telefono e scopro che la zona è servita solo da una linea a 640 Kbit al secondo. Non sono i 10 Mb di Fastweb, ma è meglio di niente: proseguiamo dunque. Poco prima di completare la procedura ecco però la sorpresa: una avviso che dice “Purtoppo la sua zona non è coperta dall’Adsl, non possiamo attivare il servizio”. Ma come? Il mio vicino di casa ha proprio l’Adsl di Telecom! Ci deve essere un errore.
Chiamo il 187 e faccio il contratto al telefono! Risponde un addetto dell’ufficio commerciale, che si fa ripetere i miei dati, controlla e alla fine mi dice: “L’Adsl c’è, ma purtroppo la centrale della sua zona ha esaurito gli slot e al momento non possiamo attivarle la linea; prendiamo nota però della sua richiesta e appena possibile la richiamiamo”.
Sì, ma quanto ci vorrà? Chiamo l’ufficio stampa di Telecom, per vedere se sanno darmi qualche informazione in più. Pochi minuti dopo mi richiama un cortese funzionario che conferma quanto già sapevo: “Purtoppo gli investimenti per la banda larga sono carenti e l’adeguamento delle centrali ritarda. Ma lei non rinunci: coinvolga anche gli altri abitanti della zona e faccia pressioni sulle autorità locali e sull’ufficio stampa del gruppo; se la situazione si sblocca nel giro di poche settimane le attiviamo la linea”.
Saggi consigli. Intanto, però, vediamo se altri operatori possono fare di meglio.
Controllo sul sito di Tiscali. Tempo fa ho avuto l’accasione di visitare la sede della società a Cagliari, un gioiello architettonico alle porte della città, sulle rive dello stagno di Santa Gilla. Ero rimasto favorevolmente impressionato dalla loro ospitalità e dalle infrastrutture tecnologiche del campus. Così provo con loro.
Sull’home page di Tiscali.it campeggia un annuncio: Adsl più voce tutto incluso a 19,90 euro al mese. Una bella offerta, non c’è che dire: navigazione fino a 20 Mb, linea telefonica inclusa nel prezzo. Ok, firmo subito!
Inserisco i miei dati, la località, il numero di telefono. Si apre una pagina che dice “La tua zona è coperta dalla rete Tiscali. Possiamo proseguire con la sottoscrizione del servizio”. La sorpresa arriva subito sotto: la tariffa non è più di 19 euro al mese ma di 45,33 euro, più del doppio, per una velocitò massima di 640 Kbps!
Ci deve essere un errore. Sentiamo il call center.
Chiamo il 130. Risponde una signora dal tono sbrigativo, che pare interessata solo ad avere il mio numero di cellulare. A rispondere alle domande sembra invece poco interessata. E alle mie rimostranze ribatte: “Signore, la avviso che sto per terminare la comunicazione”!
Il giorno dopo, smaltita l’arrabbiatura, decido di scrivere una mail a un top manager della società che avevo intervistato tempo fa, per chiedere se in azienda non abbiano qualche persona più gentile, in grado di rispondere alle domande dei clienti o potenziali clienti. Il manager si scusa dell’increscioso episodio e promette di farmi richiamare presto da un loro funzionario.
In effetti il giorno dopo mi richiama una signora molto gentile che però non propone nessuna soluzione concreta. “Deve capire, la sua zona è stata raggiunta solo da poco dall’Adsl, non abbiamo ancora nostre linee e dobbiamo versare un canone a Telecom, quindi non possiamo farle pagare solo 19 euro, ci dispiace”.
In sostanza la promozione sbandierata nell’home page del sito non è valida per tutti: Tiscali decide a chi elargire e a chi negare l’offerta, a suo piacimento, secondo la propria convenienza. Un atteggiamento decisamente inaccettabile.
Sono scoraggiato ma non mi arrendo: decido di fare un ultimo tentativo. Vediamo cosa offre Vodafone. Di recente la società ha lanciato un piano per superare il digital divide cablando a banda larga mille piccoli comuni italiani. Magari sono fortunato e il mio è uno di questi.
Guardo nel sito e scopro che anche Vodafone ha una proposta allettante: l’offerta Internet free. Con 9 euro al mese, traffico escluso, si ottiene l’accesso a Internet via Adsl o Umts, una linea telefonica e una Vodafone Station, cioè un modem wi-fi che consente di collegarsi alla rete e di telefonare da tutte le stanze della casa, senza bisogno di fili. Ok, firmo subito il contratto!
Inserisco i miei dati, il numero di telefono, il codice segreto per ottenere il cambio di operatore mantenendo lo stesso numero telefonico. Fin qui tutto bene. Poi, inesorabile, arriva l’intoppo: mi si chiede di specificare se la linea attuale è già dotata di Adsl oppure no, ma nella pagina web non c’è modo di inserire questa informazione. Evidentemente un bug, un errore di programmazione, penso. Chiamo il call center e risolvo subito la questione!
Purtoppo anche a Vodafone le cose non si risolvono così rapidamente. Al 190 non risponde nessun essere umano, solo un risponditore automatico che invita a lasciare il proprio numero di telefono per essere richiamati da un operatore in carne e ossa.
La mattina dopo nessuno mi ha ancora richiamato. Decido quindi di recarmi in un punto vendita Vodafone per vedere se loro riescono a risolvere il problema.
In effetti così è: in pochi minuti il negoziante compila il contratto, me lo fa firmare e mi consegna una scatola con la Vodafone Station, una chiavetta usb, la sim e tutte le istruzioni per l’uso. Uomo batte computer uno a zero!
Mentre torno a casa con il pacchetto sotto braccio penso: che voti si meritano questi tre operatori?
A Telecom Italia darei un 7-: non ha attivato il servizio ma ha fornito subito tutte le spiegazioni del caso e anche qualche consiglio utile, con molta gentilezza.
Tiscali merita un votaccio da matita rossa, un 3.
Vodafone è stato l’unico in grado di attivare il contratto in tempi rapidi, malgrado qualche intoppo (sto ancora aspettando la chiamata del servizio clienti). Gli darò quindi un 7+. Non un voto migliore perché devo ancora verificare se la linea funziona davvero in quel paesino dell’Oltrepò Pavese.
Incrociamo le dita!
All’Ortomercato di Milano sei un cittadino del mondo
Carciofi sardi, finocchi liguri, fichi d’india siciliani e mandarini calabresi. È la mia spesa di questa mattina all’Ortomercato di Milano. Solo per un caso sono unicamente prodotti italiani. Il mercato ortofrutticolo milanese è infatti uno dei luoghi più cosmopoliti d’italia.
Tra gli stand dei 400 grossisti – che vendono un milione di tonnellate di merci all’anno per un valore di 2,5 miliardi di euro – si trovano prodotti di tutti i Paesi del mondo. In questo periodo, ad esempio, si vendono noci Franquette provenienti dalla Francia, meloni Piel de sapo del Brasile, arance Navel spagnole, porri e cipollotti della Germania, peperoni bianchi e fagiolini corallo del Marocco, carote provenienti dalla Serenissima Repubblica di San Marco (in altre parole dal Veneto).
Gli operatori del mercato sono in maggioranza italiani, ma i loro dipendenti sono quasi tutti nordafricani. E i clienti parlano gli idiomi pià vari: moltissimi sono cinesi, molti arabi (egiziani, marocchini, algerini), anche gli italiani ovviamente sono numerosi. Tutti, il sabato mattina, affollano i 681mila metri quadri del mercato, attratti soprattutto dai prezzi molto convenienti: in media si spende il 50% in meno rispetto ai negozi e ai supermercati cittadini.
È vero, la struttura dell’Ortomercato è un po’ vecchia, in certi angoli quasi cadente; da anni avrebbe bisogno di un restauro, sempre promesso dalla Sogemi ma mai attuato. Le cose forse cambieranno con l’Expo 2015. Uno dei faraonici progetti messi in campo dagli amministratori – il presidente della regione Lombardia Roberto Formigoni, l’ex sindaco di Milano Letizia Moratti e il nuovo primo cittadino Giuliano Pisapia – è infatti la Città del Gusto e della Salute, detta anche Milano Food Village, che dovrebbe sorgere nella zona di Rho-Pero, al posto dei padiglioni dell’esposizione universale, una volta conclusa la manifestazione del 2015.
Se questo progetto andrà in porto – ma i dubbi sono molti – dovremo dire addio al vecchio Ortomercato di via Lombroso. Per il momento domina l’incertezza, come confermano i forti contrasti in seno alla giunta milanese, contrasti che hanno portato quasi a una rottura tra il sindaco e l’assessore Stefano Boeri, uno dei progettisti di Expo 2015, a cui Pisapia ha tolto qualche giorno fa proprio la delega all’Expo.
Se nel frattempo vi è venuta qualche curiosità su peperoni e fagiolini, uva e fichi d’india, ecco qualche sito che potrà soddisfare le vostre domande sul mercato agroalimentare:
Agricoltura24.com, portale che nasce delle esperienze editoriali del Gruppo24Ore nei settori agricolo, agroalimentare e agroindustriale; Fresh Point Magazine, rivista per i professionisti del mercato ortofrutticolo pubblicata da Edagricole; FreshPlaza, notiziario internazionale in sei lingue sull’ortofrutta e le banane.
Segnali di vita dal mondo digitale
L’editore di The Atlantic, storico mensile americano, dichiara che per la prima volta i ricavi online hanno superato quelli della carta. Ne parla Mediadecoder uno dei blog del New York Times: At 154, a Digital Milestone.
A proposito del New York Times, il presidente della casa editrice, Arthur Sulzberger, spiega come la strategia multimediale e multipiattaforma ha fatto risorgere il quotidiano che due anni fa era sull’orlo del fallimento. Sulzberger ne ha parlato in un discorso a Polis, forum nato per iniziativa del Department of Media and Communications e del London College of Communication.
Tornando al di là dell’Atlantico, Connect Tv, start up statunitense specializzata nella condivisione dei programmi tv, ha siglato accordi con una decina di gruppi televisivi Usa e oggi raggiunge 76 milioni di persone. La fruizione della tv avviene sempre più in modo social, via Internet: gli spettatori online possono condividere i propri programmi preferiti, commentarli con gli amici mentre li guardano, eccetera. Una nuovo modo di guardare la tv che – c’è da scommettere – presto arriverà anche in Italia.
Mc Kinsey ha pubblicato uno studio sull’impatto di Internet sulla crescita economica che i nosti governanti, sempre distratti quando si tratta di investire nel digitale, dovrebbero leggersi e meditate. Il titolo è The great transformer, sottotitolo: The impact of the Internet on economic growth and prosperity.
Per i giovani giornalisti il futuro è su Internet? Le risposte
Un giovane, oggi, non ha alcuna possibilità di andare a guidare un grande giornale, come fece 120 anni fa Luigi Albertini al Corriere della Sera. Il futuro per i giovani giornalisti è su Internet. Questa la tesi sostenuta da Paolo Mieli, già direttore del Corriere e oggi presidente di Rcs Libri (vedi il post: Direttore del Corriere della Sera a 29 anni).
Abbiamo sentito, a questo proposito, l’opinione di persone quotidianamente a contatto con il mondo dei media: editori, giornalisti, manager, comunicatori. Ecco i loro commenti, in ordine alfabetico.
Paolo Ainio (Banzai) – Non conosco il mondo dei giornali di carta, ma il vero problema dei “giornali su Internet” è che su Internet non ci sono gli editori. O forse non ce ne sono proprio più di editori…
Laura Corbetta (Yam112003) – Quello che sostiene Mieli, secondo me è in gran parte un problema tutto italiano. La settimana scorsa sono stata a Parigi, all’advisory Board di YouTube, e l’età media del top management di Google non superava i 35 anni.
Sarebbe interessante approfondire l’argomento. Comunque si può notare che i 29 anni di fine Ottocento sono ben diversi dai nostri 29 anni!
Massimo Crotti (Tiscali) – Tra le varie affermazioni di Mieli, mi trovo particolarmente d’accordo sul fatto che uno dei problemi di fondo, che vale per l’editoria “classica” ma direi per buona parte del fare impresa oggi in Italia, stia in un certo immobilismo che parte da un presupposto, a mio modo di vedere sbagliato.
Si parla tanto di innovazione ma spesso tale parola viene associata a un vecchio modo di pensare e diventa pertanto soltanto un “package” con il quale le aziende spesso rivestono il vecchio modo di ragionare, restando nei fatti ancorati a modelli che rischiano di risultare obsoleti.
Il tema di fondo è che “innovazione” non può non coincidere con “rischio imprenditoriale”. Per innovare veramente bisogna creare una vera discontinuità e credo che tale affermazione valga sicuramente per Internet, ma oggi ancor più per tutte le realtà che hanno fatto la storia dei media in Italia.
Paolo D’Ammassa (Connexia) – Concordo con quello che dice Paolo Mieli. Sulla carta stampata la posizione di direttore è riservata a giornalisti di esperienza e lungo corso (i piu’ giovani che mi vengono in mente hanno 42-43 anni e dirigono mensili). Sul web invece non ci sono regole e troviamo blogger giovanissimi che hanno un seguito importante.
Sul tema giovani e giornalismo ricordo un episodio: nel 1998 organizzai un intervista con il Sole 24 per un nostro cliente, il ceo di una delle prime cento aziende Usa. Il quotidiano mandò un ragazzino; forse aveva 23 o 24 anni, ma ne dimostrava 18. Comunque dopo il primo nostro imbarazzo, si dimostrò preparato e fece un bel pezzo. Era Morya Longo, oggi una delle firme più preparate dell’economia al Sole.
Giacomo Fusina (Human Highway) – Beh, che l’innovazione della Rete sia propria dei giovani è un dato di fatto. E’ stato così per il Rock, l’impressionismo, la Radio negli anni 70, le grandi rivoluzioni scientifiche etc. L’approccio “disrupting” alla realtà è proprio dei giovani, creativi ed entusiasti e senza il vincolo degli schemi relazionali e mentali che imbrigliano i più maturi.
Ma per l’informazione il discorso è diverso, per due motivi:
1.non credo che il sistema dell’informazione abbia bisogno di un momento di rottura ma di un processo graduale di profonda trasformazione. In realtà di trasformazione ne vedo tanta già in atto: l’apertura alla partecipazione, la vita della notizia in Rete, la cross-medialità, la ricerca di interazione coi lettori, la portabilità su molti device etc… Da questo punto di vista le principali testate hanno lavorato molto bene e puntano nella direzione giusta;
2. La narrazione della realtà è un’attività che viene meglio ai meno giovani piuttosto che ai giovani. Da sempre i nonni raccontano le storie più belle ai loro nipoti. Posto che ci siano le condizioni dell’onestà intellettuale, della verifica delle fonti e della ricerca delle notizie rilevanti (la mancanza di questo mix è il vero problema attuale!), il servizio informativo è prodotto meglio da persone che hanno più esperienza e ricordi nel loro percorso professionale di quanti affrontano gli stessi temi con la freschezza di una giovane intelligenza. Non che i giovani non debbano fare giornalismo, ovviamente, ma non considero un problema il fatto che l’età media dei direttori dei nostri quotidiani sia intorno ai 60 anni. Semmai è un problema nell’industria, nella politica e nella folta schiera dei funzionari della pubblica amministrazione.
Francesco Galdo (Qualcomm) – Niente di più vero di quello che scrive Mieli: la mia esperienza in una multinazionale non può che confermare questo dato. La differenza di età tra giornalisti di casa nostra e quelli stranieri che lavorano per grandi testate è visibile quando si incontra la stampa all’estero.
Perchè questa differenza? Nel resto del mondo le versioni online dei giornali si stanno affermando sempre più, a scapito dei loro progenitori cartacei che, pur mantenendo le proprie posizioni quando si tratta di testate prestigiose e “di tradizione”, sentono il fiato sul collo delle publicazioni online quando si tratta di “essere sulla notizia”, in tempo reale. E nessuno padroneggia le tecnologie in questo campo come i più giovani.
In Italia la strada che porta dalle publicazioni online alla direzione dei grandi quotidiani è ancora tutta da tracciare.
Enrico Grazzini (Economia della conoscenza) – La domanda non mi appassiona. Se un giovane può diventare direttore di un giornale (di carta o on line)? Sì forse in India o in Egitto. In Italia mi sembra difficile. E poi quando uno è giovane e quando è adulto?
Maria Luisa Lafiandra (Mompeo in Corto) – Io non lo so, sono finita in Olanda per cercare opportunità che in Italia non avrò mai, il nostro è un Paese ridicolo, non vedo futuro in nessun campo.
Carlo Riva (Prima Comunicazione) – Direttori di giornali trentenni? In Italia non ce ne sono. Se ce ne sono non li conosco.
Andrea Santagata (Liquida) – Mieli dice che “i veri giornali di oggi, quelli su Internet, sono invece affidati a trentenni”. Ci saranno… Però i nomi non emergono molto al pubblico.
Vera Schiavazzi (Master in giornalismo Università di Torino) – È probabile che oggi non si possa più diventare direttore del Corriere della Sera a 29 anni, come del resto primario in un ospedale o avvocato affermato. Non è vero invece che non ci sia lavoro per i giovani: sono d’accordo con Giuseppe Smorto circa le loro capacità e la necessità di aggiornarsi anche per i non giovani.
Nella mia esperienza alla guida di una scuola (dal 2004) ho verificato che molti giovani giornalisti entrano, sia pure con il contagocce, a far parte di vecchie e nuove redazioni, e molti altri lavorano comunque in uffici stampa o piccole testate locali.
Resta il fatto che la multimedialità e più in generale le capacità tecniche e/o le tecnologie che si hanno a disposizione, da sole non fanno un giornalista, né buono né cattivo. In Italia non esiste un dibattito scientifico-culturale compiuto su che cosa significhi insegnare giornalismo, ma sarebbe ora di aprirlo.
Non se ne parla in università? Sì, con gli allievi ne discutiamo spesso e volentieri; senza eccessi di democrazia, almeno spero; ma qualche volta arrivano anche da loro suggerimenti importanti. Con i colleghi quasi mai, ahimé. Quando ci incontriamo siamo pressati da mille cose tecniche, regole, quadri di indirizzi eccetera. Nessuno studia se non per conto suo, nessuno si confronta con il resto del mondo salvo, sempre, per iniziative o esperienze personali.
Giuseppe Smorto (Repubblica) – Io penso che un giornalista sia bravo indipendentemente dallo strumento che usa, dal medium su cui scrive. Internet ha certamente ringiovanito la professione, ma non o non solo in senso anagrafico: conosco sessantenni che twittano e quarantenni chiusi nella loro corporazione.
Per fare il direttore – almeno in Italia, l’unica situazione che conosco bene – serve anche tanta esperienza. Al momento non riesco ad immaginare un direttore giovane che arrivi dalla Rete, perché uno che arriva dalla Rete non conosce il giornale di carta, e il giornale di carta è il baricentro di una’azienda editoriale, se pensiamo a Repubblica, Corriere, Stampa, Messaggero, Sole 24 Ore, Gazzetta.
Fra dieci anni non so. Quello che so di sicuro che se i giornalisti quarantenni che si sentono al sicuro nella carta non si rimettono a studiare, rischieranno fra qualche anno di essere sovrastati dai più giovani, che sanno lavorare in modo multimediale, e hanno anche tanta ma tanta fame.
Claudio Somazzi (Applix) – La storia insegna che nei momenti di difficoltà, nelle grandi crisi, c’è la grande occasione di cambiare. E i grandi cambiamenti richiedono solo l’incoscienza del sogno. Chi oggi ha 30 o 40 anni ha anche l’esperienza necessaria per regalare al sogno la concretezza di Google, la ‘follia ragionata’ della startup, la ‘semplicità’ della collaborazione wiki, la determinazione di chi ha ricevuto in eredità dai propri padri un mondo peggiore di quello che loro hanno ricevuto dai loro padri.
La rivoluzione è in atto. Noi spingiamo. Vediamo se il ‘tappo’ salta. E comunque a 30 anni Page e Brin avevano lanciato Google, Zuckerberg aveva trasformato Facebook in una della nazione più grandi del pianeta e Jobs aveva già venduto Apple 2. Forse il Corriere non è così complesso… Coraggio!
Saul Stucchi (Alibi Online) – In questo caso concordo con Mieli: nessuna speranza per i giovani sulla carta stampata. Postilla: neppure per i meno giovani. Nessuna speranza per la carta stampata in sè… Cerco di convincermi che questa grande crisi (più che confusione) sotto il cielo abbia degli aspetti positivi, che liberi immaginazione e sia levatrice del futuro, ma non ci riesco granché. Ma lagnarsi non serve a nulla. Dunque continuo a scrivere. Gratis.
Giancarlo Vergori (Matrix) – Non conoscevo la storia di Albertini, ma credo fosse un “fenomeno”. Ci si ricorda di lui ma non di altri. Intendo: quanti altri giovani hanno avuto in mano una responsabilità del genere? Quindi penso che sia stato un caso e non un frutto di un processo generazionale o strutturale.
Detto ciò, credo che sia difficile poter affidare a un giovane “normale” una grande responsabilità. Sia sulla stampa offline che su quella online.
Pensiamo a Zuckerberg; oggi ha un grande impero, è una persona geniale, ha creato un servizio unico; però ha dovuto imparare a fare l’amministratore delegato, con molte difficoltà e creando non pochi problemi all’azienda. Quali soci gli avrebbero mai dato una responsabilità del genere se l’azienda non fosse stata sua?
In sintesi: Internet e il web sono certamente un settore industriale in continua crescita, bisogna conoscerli, usarli e comprenderli. Equesto è più facile per un giovane che per una persona matura. Quindi questo settore è più appetibile per i giovani, è nel loro dna, dà sfogo alla loro creatività, ha pochi “paletti” ed è tutto ancora da inventare.
Riguardo a Mieli penso che la sua sia più che altro una provocazione. Anche Page e Brin, quando Google ha assunto una struttura societaria importante, hanno avuto bisogno di un “vecchietto” come Eric Schmidt per assicurare la buona gestione dell’azienda e la stabilità.
Direttore del Corriere della Sera a 29 anni
Alla direzione del primo quotidiano italiano, il Corriere della Sera, è stato nominato un 29enne: un giovane di belle speranze ma con poca esperienza. Laureato in giurisprudenza a Torino con una tesi sulla “Questione delle otto ore di lavoro”, qualche articolo scritto sui giornali torinesi per mantenersi agli studi, otto mesi passati a Londra ad approfondire i temi giuslavoristici nel mercato anglosassone. Nella capitale inglese entra in contatto con il Times, di cui apprezza il modo austero e rigoroso di fare informazione. Tornato in Italia, collabora con la Stampa di Torino, poi gli viene offerta la direzione di una piccola rivista bancaria, Credito e cooperazione. Qui conosce un industriale socio del Corriere della Sera che lo fa assumere al giornale come segretario di redazione. È un vero colpo di fortuna: in soli quattro anni, da segretario diventa direttore editoriale e sei mesi dopo direttore responsabile.
Tranquilli, non è il primo passo della rivolta contro la gerontocrazia, auspicata dai giovani indignados. È la storia di Luigi Albertini, direttore del Corriere della Sera dal 1900 al 1925.
L’hanno raccontata ieri sera Piergaetano Marchetti, Flavio Cammarano, Simona Colarizi, Enrico Decleva e Paolo Mieli, all’incontro organizzato dalla Fondazione Corriere della Sera per rievocare la figura del grande direttore del primo Novecento.
Nel giro di 11 anni Albertini portò il Corriere da 30mila a 500mila copie, una cifra mostruosa per quell’epoca, considerato l’analfabetismo e la povertà che affliggevano l’Italia.
Viene spontanea una domanda: un giovane di 29 anni oggi potrebbe essere nominato direttore del Corriere della Sera?
Paolo Mieli ammette onestamente che è impossibile: “Sono diversi decenni che gli editori dei grandi giornali vogliono andare sul sicuro e non sono disposti a scommettere su una giovane promessa. Oggi non c’è proiezione verso il futuro. Si rischia di meno, ma così non si costruisce qualcosa destinato a durare nel tempo, come fecero gli editori al tempo di Albertini”.
Niente speranze per i giovani quindi? “Sulla carta stampata no”, risponde Mieli. “I veri giornali di oggi, quelli su Internet, sono invece affidati a trentenni. Lì c’è la vita e la speranza”.
50 anni di Columbia Journalism Review
La Columbia Journalism Review, una delle più accreditate voci mondiali del giornalismo critico, festeggia i suoi primi 50 anni con un numero speciale dedicato alle trasformazioni che la professione giornalistica ha vissuto dal 1961 a oggi.
Il sito della rivista, familiarmente chiamato CJR, pubblica i principali articoli, a cominciare dall’editoriale del primo numero in cui gli Editors spiegano perchè la Columbia University’s Graduate School of Journalism – già all’epoca uno dei templi mondiali di quella relagione laica chiamata giornalismo, officiata nel grande palazzo vittoriano sulla 116esima strada di New York – decide di fondare un suo organo di informazione e di seguire passo a passo i cambiamenti del mondo dei media.
Con la capacità di sintesi e la concretezza tipica delle scuole americane, il sito riassume la storia di questi 50 anni in una serie di numeri. Ecco quelli più significativi:
Negozi di macchine per scrivere e servizi di assistenza a Manhattan:
341 (1961)
320 (1986)
25 (2011)
Negozi di computer e servizi di assistenza a Manhattan:
0 (1961)
74 (1986)
300 (2011)
Quotidiani su carta pubblicati negli Stati Uniti:
1.761 (1961)
1.676 (1985)
1.387 (2009)
Numero di computer connessi a Internet negli Stati Uniti:
2 (1969)
3.500 (1986)
660.000.000 (2011)
Costo di un megabyte di memoria in dollari:
38.600.000 (1960)
378 (1986)
0.014 (2011)
Virgilio ti accompagna tra i simboli di New York
I grattacieli di Manhattan, il ponte di Brooklyin, i taxi gialli e le limousine nere che sfrecciano per le strade, Wall Street e Central Park, la luminosa hall della Grand Central Station e le bandiere a stelle e striscie sulle facciate dei palazzi. A questi simboli di New York è dedicata la mostra fotografica di Federico Favretto, ospitata da alcuni giorni nel Bar Virgilio di Milano, un punto di ritrovo nell’omonima piazzetta, a metà strada tra la stazione Cadorna e Santa Maria delle Grazie.
Favretto (un esperto di finanza con la passione per la fotografia) descrive in una ventina di scatti i simboli di una città che ha accompagnano l’immaginario collettivo di intere generazioni.
Il ponte neo gotico di Brooklyn, completato nel 1883 e originariamente disegnato da John Augustus Roebling è uno dei più antichi ponti sospesi del mondo; collega la lussuosa isola di Manhattan al rinnovato quartiere di Dumbo (Down Under the Manhattan Bridge Overpass) in Brooklyn ricco di caffè, di gallerie d’arte e sede di studi fotografici e di posa.
Il Crysler Building, in stile art decò, progettato dall’architetto William Van Alen per Walter P. Chrysler, venne realizzato tra il 1928 e il 1930 e per undici mesi fu il più alto grattecielo al mondo, fino a quando non fu superato in altezza dall’Empire State Building.
Tra la Broadway e la 7th Avenue, tra West 42nd e West 47th Street, si apre l’antica Longacre Square che nel 1904 cambia il suo nome in Time Square, dopo che il quotidiano The New York Times stabilì il suo quartier generale nell’iconico crocevia, chiamato anche “The Crossroads of the World” o “The Great White Way”.
Wall Street, in lower Manhattan, il distretto finanziario sede del New York Stock Exchange, è il cuore pulsante della finanza Usa e il più grande mercato mobiliare del mondo.
Central Park, il parco pubblico al centro di Manhattan, è stato realizzato nel 1857; si estende dalla 59th Street fino alla 110th Street, con i suoi 843 acri (341 ettari), ed è considerato un “national historic landmark” sin dal 1963; il suo valore è stimato in 528 miliardi di dollari.
La metropolitana (New York City Subway) inaugurata nel 1904, si estende oggi per oltre 350 chilometri, con 26 linee e più di 450 stazioni; trasporta in media 5 milioni di passeggeri al giorno, oltre 1 miliardo e mezzo all’anno.
New York è anche la città degli “yellow cabs”, gli oltre 13mila caratteristici taxi gialli anch’essi oramai un’icona riconosciuta globalmente.
La mostra resterà aperta fino al 31 gennaio.






















