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Dietro al nuovo quotidiano Pagina99 ci sono due finanzieri e un editore appassionato di Kerouac

Un nuovo quotidiano sta per nascere, non solo online ma – udite, udite – anche di carta. Si chiama Pagina99 e vedrà la luce nei prossimi giorni, prima sul web poi in edicola.

Qualche assaggio si può trovare sul blog Aspettando Pagina99, aperto all’inizio dell’anno come anticipazione del futuro giornale. Un’usanza che ha ormai preso piede, come dimostrano i precedenti del Fatto, di Wired.it e Linkiesta. Il blog anticipa in una sorta di manifesto la filosofia e le caratteristiche della nuova testata: “un laboratorio di giornalismo che vuole innovare linguaggi, modi e pratiche, destinato a chi vuole cambiare le cose a partire dall’informazione”.

Il sito web fornirà gli aggiornamenti e gli approfondimenti in un nastro continuo; il quotidiano cartaceo uscirà dal martedì al venerdì con una foliazione agile di 16 pagine, mentre il sabato uscirà un’edizione weekend di 56-64 pagine; infine ci sarà un’edizione per tablet e smartphone.

Una foto simbolo della nuova avventura editoriale di Pagina99

Una foto simbolo della nuova avventura editoriale di Pagina99

La nuova testata sarà diretta da Emanuele Bevilacqua, Roberta Carlini e Jacopo Barigazzi. La casa editrice è la Finam Media, società fondata da Bevilacqua, assieme con Mario Cuccia e Guido Paolo Gamucci. Ma vediamo qualche particolare in più sui sei protagonisti di questa nuova avventura editoriale.

Bevilacqua, socio di minoranza della Finam Media, è stato amministratore delegato del Manifesto e poi del settimanale Internazionale, incarico che ha lasciato nel 2013. 60 anni, salernitano, un diploma in giornalismo all’università di Urbino nel 1977 e un master in business management alla California University nel 1986, ha lavorato come manager al Gruppo Espresso e alla Giunti, contribuendo alla progettazione di diversi periodici, tra cui Darwin, Limes, Il Giudizio Universale, Colors, Micromega. Insegna marketing dei media all’università di Lugano ed è autore di diversi libri, di cui tre su Kerouach e la beat generation, la sua grande passione: Beat & Be Bop, Album Beat e Estate di Yul.

Roberta Carlini, giornalista economica, è stata condirettore del Manifesto dal 1998 al 2003; dal 2004 collabora con l’Espresso e con diverse altre riviste. Ha partecipato alla nascita di due web magazine, Sbilanciamoci.info e inGenere.it, e ha scritto alcuni libri, l’ultimo pubblicato nel 2012 da Laterza, L’economia del noi, dedicato all’economia solidale.

Jacopo Barigazzi, anche lui giornalista economico, ha lavorato alla Reuters e all’Adnkronos e collaborato con il Corriere della Sera, Il Sole 24 Ore e Newsweek, ma soprattutto è stato tra i fondatori (e caporedattore) di Linkiesta. Ha collaborato anche con VeDrò, il pensatoio trasversale promosso da Enrico Letta.

Mario Cuccia non è parente dell’Enrico fondatore di Mediobanca, ma proviene anche lui dal modo bancario e finanziario: è stato ai vertici di RasBank (gruppo Allianz) e di Banca Fideuram e ha lavorato nella multinazionale della consulenza McKinsey. In Finam Media investe a titolo personale.

Guido Paolo Gamucci è stato partner del fondo internazionale di private equity Permira e ha investito in startup tecnologiche, come Klikkapromo.it, motore di ricerca specializzato nelle promozioni dei supermercati.

Nel suo blog-anticipazione, Pagina99 fa alcune promesse impegnative: “concentrerà le sue inchieste sulle rendite, le lobby, le diseguaglianze e tutti quei fattori che frenano sviluppo, creatività e redistribuzione e più in generale cristallizzano una società sempre meno democratica e sempre meno giusta; lancerà una gara di idee su quel che si può fare per rompere l’immobilismo italiano a tutti i livelli; aprirà le sue pagine al mondo con curiosità e profondità”. Tutto ciò, puntando “sull’affidabilità dei numeri, con processi di verifica incrociata delle notizie e un forte coinvolgimento dei lettori”.

In redazione ci sono molti giovani, di cui tre arrivati da Linkiesta assieme a Barigazzi: Nicolò Cavalli (economia), Lorenzo Dilena (economia) e Giuseppe Alberto Falci (politica). Dall’Espresso arriva Domenico Lusi, dal Fatto Quotidiano Marco Filoni (cultura), dal Manifesto Marina Forti e Francesco Paternò, da Europa Cristiana Raffa; ci sono poi Giorgio Casadio (ex Repubblica), Enrico Pedemonte (ex Espresso), Astrit Dakli (già corrispondente da Mosca del Manifesto) e il caporedattore Martino Mazzonis (che ha collaborato come freelance per diversi quotidiani italiani dagli Usa). Tra le firme da segnalare anche Alessandro Robecchi, già direttore dei programmi di radio Popolare (dove curava la storica rubrica satirica ‘Piovono pietre’), che collabora anche con il Fatto.

Il nome del nuovo giornale è ispirato a una frase di Kerouac, che si trova a pagina 99 di ‘Sulla strada’ (‘On the Road’ in inglese): “e fu allora che cominciò la mia avventura”. Valutare un libro dalla sua novantanovesima pagina è un vecchio gioco di società, inventato secondo Wikipedia dallo scrittore inglese Ford Madox Ford.

Il nuovo sito di Wired e i vecchi tromboni dell’informazione

Il successo di un giornale online dipende in gran parte dalla sua struttura tecnologica. Non c’è più una distinzione netta tra giornalisti, marketing e reparto commerciale; chi la invoca è fuori dal tempo o semplicemente un cretino. Gran parte del traffico di tutti i siti è generato da contenuti leggeri e di servizio; è inutile prendersi in giro e ricordare i bei tempi andati.

Federico Ferrazza, vicedirettore di Wired Italia

Federico Ferrazza, vicedirettore di Wired Italia


Queste sono le prime tre cose che Federico Ferrazza, vicedirettore di Wired Italia, ha imparato negli ultimi tre anni di lavoro nel campo dell’informazione online, da quando cioè è coordinatore della squadra che produce il sito di Wired. L’elenco completo dei suoi 36 insegnamenti l’ha pubblicato sul nuovo Wired.it che ha debuttato oggi, 4 dicembre.
Sono tesi che a molti sembreranno provocatore e che faranno certamente discutere. Ferrazza lo sa, ma non si tira indietro. Basta leggere cosa scrive a proposito dei vecchi tromboni dell’informazione da rottomare, come quelli che sostengono che online non bisogna fare titoli didascalici ma accattivanti: “Oh, avete notato che in rete ci sono i motori di ricerca e non le edicole?!”. Qualche altro esempio: “I giornalisti della carta che decidono di non aggiornarsi al digitale, magari nascondendosi dietro finte battaglie sindacali, sono destinati all’estinzione. Speriamo il prima possibile”. “Molte aziende (non editoriali) comunicano, fanno informazione e intrattengono meglio dei giornali”. ” Gli influencer non influenzano”. “Su Twitter e Facebook c’è tanta spazzatura. Dalle mie parti è prodotta soprattutto dai ‘professionisti dell’informazione’ alla continua ricerca del tweet di celebrità”. Sante parole…

Imparzialità o trasparenza? Botta e risposta tra Greenwald e Keller (e un seguito su Riotta e Omidyar)

La stampa può e deve essere imparziale? Il giornalista può e deve essere obiettivo? Queste vecchie domande, riattualizzate e adattate all’epoca di Wikileaks e di Internet, sono al centro del dibattito innescato sul New York Times da un appassionante botta e risposta tra Bill Keller e Glenn Greenwald.

Bill Keller

Bill Keller


Keller, editorialista del New York Times, è stato direttore del quotidiano statunitense dal 2003 al 2011, gli anni cruciali che vanno dall’invasione dell’Irak alle rivelazioni di Edward Snowden sul programma di sorveglianza globale della National Security Agency. Greenwald è il blogger e attivista per i diritti civili e giornalista del Guardian che ha raccolto le rivelazioni di Snowden sulle attività della Sna e i relativi documenti riservati, poi pubblicati dal quotidiano inglese.
La tesi di Keller è che nella maggior parte dei casi “l’imparzialità si avvicina alla verità, perché impone una disciplina: verificare tutte le ipotesi, compresi i presupposti di chi scrive”. Al contrario il giornalista militante, che dichiara pubblicamente da che parte sta, ha meno probabilità di arrivare alla verità e di riuscire a convincere coloro che non sono già convinti”.
In altre parole, secondo Keller il giornalismo militante è per definizione sbilanciato e scorretto, e prefigura un futuro in cui le piattaforme partigiane come Fox News parlano solo a coloro che la pensano allo stesso modo.
Glenn Greenwald

Glenn Greenwald


Greenwald, al contrario, sostiene che il giornalismo che esprime uno specifico punto di vista non esclude la correttezza e la precisione: “La mia visione del giornalismo richiede assolutamente sia la correttezza sia il rigoroso rispetto dei fatti. Ma credo che questi valori si promuovono essendo onesti circa le proprie convinzioni piuttosto che credersi la voce di dio, o assolutamente oggettivi, come se i giornalisti fossero al di sopra delle parti, al contrario del non giornalisti e dei temuti attivisti”.

In Italia Greenwald è stato pesantemente criticato da Gianni Riotta (già direttore del Tg1 e del Sole 24 Ore e oggi editorialista della Stampa), con toni molto più polemici e accuse molto più virulente di quelle espresse da Keller. In un articolo sul quotidiano torinese, Riotta sostiene che “la filosofia di Greenwald e Snowden, condivisa dall’ex agente Kgb Putin e ora corroborata dalla ricchezza e diffusione digitale di Omidyar, è opposta a quella del giornalismo professionale, senza controllo delle fonti, ricerca dei motivi per cui certi documenti vengono diffusi, analisi delle conseguenze che la pubblicazione comporta, per esempio sull’antiterrorismo”.

Pierre Omidyar

Pierre Omidyar


Pierre Omidyar è il fondatore di eBay, oggi miliardario filantropo, che ha deciso di investire 250 milioni di dollari per finanziare un nuovo progetto di giornalismo investigativo, affidandone la direzione proprio a Greenwald.
Le prime anticipazioni sul progetto le ha fornite un’intervista di David Carr pubblicata il 20 ottobre sul New York Times. “Quando ci sono episodi di sorveglianza di massa come quelli rivelati da Snowden”, afferma, “è impossibile rispettare lo spirito del Primo Emendamento (quello sulla libertà di espressione, ndr), perché i reporter non possono parlare con le fonti, in quanto queste hanno paura di parlare. Le persone come Greenwald sono disposte a mettersi in gioco e a essere trasparenti sulle proprie scelte, il che non significa affatto spargere opinioni senza alcun fondamento”.
“Il mio interesse nei media”, prosegue Omidyar, “riflette semplicemente il mio desiderio di impegnarmi nel mondo. Vogliamo portare avanti inchieste importanti e scavare in profondità su vicende umane che tendono ad essere trascurate dal pubblico; useremo la tecnologia per capire come fare”.
Omidyar non si nasconde le difficoltà del progetto: “Il nostro sarà come un servizio pubblico ma rischia di essere ignorato”. Non sarà facile nemmeno rendere profittevole l’iniziativa: “Il nostro sito alle Haway (l’Honolulu Civil Beat) mostra com’è difficile che il giornalismo da solo paghi. Gli inserzionisti non vogliono mettere i loro banner nelle inchieste giornalistiche. E pochissime persone oggi leggono questo genere di cose. Il pubblico delle storie più importanti è piccolo in modo deprimente”.

Il processo produttivo dei giornali tradizionali è morto per sempre, dice il direttore del Financial Times

La fine è vicina per i giornali tradizionali, scrivevamo sull’ultimo post. Che non fosse una previsione azzardata lo dimostra, a distanza di pochi mesi, la lettera ormai famosa che Lionel Barber, direttore del Financial Times, ha inviato ai suoi redattori per illustrare i grandi cambiamenti che il quotidiano economico si prepara ad affrontare.

Lionel Barber, Andrea Mitchell, Alan Greenspann

Lionel Barber, direttore del Financial Times, con Andrea Mitchel, giornalista, e Alan Greenspann, ex governatore della Federal Reserve.

“In primo luogo”, scrive Barber, “va detto che è morto per sempre il processo produttivo del giornale mutuato dagli anni ’70. In futuro, il giornale cartaceo deriverà dal web e non viceversa. Il nuovo Financial Times cartaceo sarà prodotto da un piccolo team specializzato che lavorerà a fianco di un più folto team integrato e dedicato a tempo pieno al web”.

“Per la prima volta, l’anno scorso i nostri abbonamenti online hanno superato la diffusione cartacea”, ricorda Barber. “Oggi abbiamo oltre 100mila abbonamenti digitali in più del totale delle copie vendute. Ma non è il momento di fermarsi. Diventa più forte che mai la concorrenza tra chi meglio si adatta a un ambiente dove è normale informarsi sui desktop, sugli smartphone e sui tablet. Il ritmo del cambiamento, guidato dalla tecnologia, è implacabile”.

Barber conclude la sua lettera con un ringraziamento ai giornalisti e con una nota ottimistica: “Voglio ringraziare tutti i giornalisti del Financial Times per la loro dedizione alla causa. Questi sono tempi difficili. Ma se affrontiamo nel modo giusto il cambiamento e innoviamo, continueremo a produrre giornalismo di livello mondiale, che è ciò di cui siamo tutti orgogliosi”.

Giornali: la fine è vicina

Cosa uscirà dallo tsunami digitale che ha colpito l’industria editoriale? Su questa domanda si sono confrontati, il 26 febbraio a Milano, esperti, aziende e istituzioni al convegno sui “Digital frontrunners” organizzato da Fedoweb. Ecco una sintesi delle posizioni emerse dal dibattito.

Il mondo dell’editoria è di fronte a un cambiamento epocale, a una rivoluzione dei modelli di business simile a quella vissuta dal mondo dell’informatica negli anni scorsi. Chi non ha saputo cambiare, come ha fatto ad esempio Ibm, ha chiuso.
Elserino Piol (Fedoweb)

I giornali di carta sopravviveranno, ma solo come prodotti di nicchia, a prezzo elevato e con una forte caratterizzazione, destinati a un numero limitato di persone.
Claudio Giua (Gruppo Espresso)

In Europa diversi editori ricavano dal digitale già il 40-50% del loro fatturato contro il 5-10% degli editori italiani (Rcs è al 14%). Per raggiungere questo risultato gli editori tedeschi, francesi e inglesi hanno speso un sacco di soldi comprandosi tutti i business digitali complementari con i propri brand. Alcuni editori tedeschi hanno investito un paio di miliardi per fare innovazione: combattono i giganti americani di Internet a livello regolatorio ma fanno anche molta innovazione. Noi invece investiamo poco in innovazione, malgrado l’Italia sia uno dei paesi più ricchi del mondo.
Enrico Gasperini (Audiweb-Digital Magics)

I ricavi del settore editoriale sono calati nel 2012 del 2,2%; quelli della pubblicità del 5,7%. È opinione diffusa che la pubblicità non tornerà più ai livelli precedenti la crisi.
Cresce invece la somma dei lettori su carta e degli utenti digitali: mai come oggi l’informazione è stata così pervasiva. Eppure per i giornali non c’è un ritorno economico sufficiente a causa della crisi del modello di business editoriale e per la concorrenza scorretta degli operatori digitali.
Il Corriere della Sera e Repubblica assieme hanno raccolto circa 80 milioni di pubblicità nel 2012; Google dieci volte tanto: 700-900 milioni a costi molto inferiori. Grazie al real time bidding la pubblicità digitale di Google crescerà al ritmo del 59% all’anno fino al 2016. E YouTube copre oltre il 90% della fruizione di video (la pubblicità video è quella più efficace e di gran lunga la più richiesta dagli inserzionisti, ha detto Gasperini: ndr).
Ci sono regole che favoriscono gli operatori extra Ue. Google sfrutta la sua posizione dominante per indirizzare i mercati. Google non paga le stesse tasse delle imprese editoriali. Google usa i dati degli utenti ma non li condivide con chi li ha prodotti. Google non retribuisce l’uso ei contenuti giornalistici coperti da diritti (la riga di titolo e le due righe di testo riportate dai risultati del motore di ricerca: ndr).
Claudio Giua (Gruppo Espresso)

Il problema di Google non può essere risolto dall’Agcom, perché non c’è una legge (che impedisca i comportamenti denunciati da Giua: ndr). La questione del diritto d’autore va affrontata in altro modo. La soluzione proposta da Hollande non mi sembra la via maestra da seguire. Ci vorrebbe una legge nuova, ma visti i risultati delle elezioni credo che le speranze siano molto poche.
Per quanto riguarda i contenuti caricati dagli utenti sul web, che secondo qualcuno violerebbero la proprietà intellettuale, bisogna distinguere: un video può essere di tre secondi o di un’ora, un film integrale o una piccola citazione, ad alta risoluzione o a bassa risoluzione, ecc. La legge non è l’unica soluzione in casi come questi. Bisognerebbe anche utilizzare strumenti tecnologici adeguati per l’enforcement di alcune regole.
Maurizio Decina (Agcom)

Internet si è sviluppato perché era libero, con poche regole. Mettere più regole è un rischio.
Elserino Piol (Fedoweb)

La lingua di Twitter e gli sfigati che (non) la parlano

Pochi lo considerano un semplice strumento di comunicazione, come il telefono o l’e-mail. Per Twitter è odio o amore: c’è chi non lo sopporta e chi invece non sopporta tutti quelli che non lo amano.

Nella prima categoria – quella dei critici o quantomeno degli scettici – rientra Irene Pivetti che, intervistata da Vittorio Zincone su Sette del 19 aprile, ha dato questa bella definizione del servizio di microblogging creato da Jack Dorsey: “Twitter è un social network per gente che ha poco da dire, ma lo vuole dire tante volte”.

Jack Dorsey

Nella categoria degli entusiasti si può iscrivere invece Serena Danna che sul Corriere della Sera del 21 aprile critica il Politecnico di Milano perché ha deciso di proporre corsi solo in inglese, “ma non è capace di parlare la lingua del futuro”. E qual è questa lingua? Quella di Twitter, ovviamente. Una lingua in cui le università italiane non sembrano particolarmente versate, osserva Danna, come conferma lo scarso numero di follower dei loro account.

La lingua del futuro, insomma, è Twitter, altro che l’inglese. E se non la conosci sei uno sfigato senza domani. E il numero dei follower diventa la misura del successo nell’epoca del web 2.0, come l’Auditel era la misura del successo nell’epoca della tv 1.0.

Salvo scoprire poi – come rivela un altro articolo del Corriere della Sera, “Salve, sono un (ro)bot, un falso utente”, di Federica Cocco, 22 aprile – che dietro a certi account molto “autorevoli” e popolari non ci sono persone reali ma bot: software di intelligenza artificiale come quelli della Philter Phactory e di Weavrs, identità fittizie, falsi utenti che sanno usare bene la “lingua” di Twitter convincendo come pifferai migliaia di ingenui follower a seguirli. Che siano loro i veri sfigati?

Lettori dei giornali online: ha ragione Audipress o Audiweb?

Quante persone leggono i giornali su carta e quante leggono i giornali online? La domanda è semplice, ma trovare la risposta giusta non è altrettanto semplice. In Italia ci provano due rilevazioni: Audipress per la carta stampata e Audiweb per l’online. Con risultati a volte sconcertanti.

Prendiamo gli ultimi dati di Audipress, relativi al terzo trimestre 2011. Le tabelle diffuse dalla società di ricerca indicano, per ogni testata, il numero di lettori nel giorno medio, calcolato sulla base di una rilevazione campionaria. Inoltre indicano quanti di questi lettori consultano anche il sito web della testata.

Consideriamo ad esempio il Corriere della Sera. Dalle tabelle di Audipress risulta che il quotidiano è letto in media da 3 milioni 430mila persone al giorno. Tra queste, 680mila frequentano anche Corriere.it, cioè il 20% circa. Il restante 80% di lettori non va su Internet oppure, se ci va, fa altre cose o legge altri giornali online.

Secondo Audiweb, in dicembre Corriere.it è stato visitato in media da 1 milione 234mila persone al giorno. Confrontando i risultati delle due rilevazioni, potremmo concludere che il 55% dei visitatori del sito legge anche il giornale su carta. Le restanti 554mila persone non leggono giornali su carta oppure, se li leggono, preferiscono testate diverse dal Corriere.

Fin qui il discorso regge e i dati sembrano plausibili. Ma consideriamo un altro giornale: la Gazzetta dello Sport, primo quotidiano italiano secondo Audipress con i suoi 4 milioni 377mila lettori al giorno. Di questi, 607mila frequentano anche Gazzetta.it, dice Audipress. Però, secondo Audiweb, il sito della Gazza è visitato ogni giorno solo da 543mila persone. Evidentemente i conti non tornano.

Quello della Gazzetta dello Sport non è l’unico dato incongruente. Anche per la Gazzetta del Mezzogiorno, il Mattino, il Messaggero e altre testate si verifica lo stesso fatto curioso: il numero di visitatori dei siti di questi giornali che, secondo Audipress, sono anche lettori delle rispettive testate cartacee supera il numero totale degli utenti degli stessi siti rilevato da Audiweb. Saranno gonfiati i dati di Audipress oppure sottostimati quelli di Audiweb?

Presspass, le pagine bianche dei giornalisti su Twitter

Non è ancora ben chiaro il perché, ma è un fatto che Twitter è assai amato dai giornalisti. Tanto che ormai è quasi più facile trovarli sul sito di microblogging che in redazione. Due intraprendenti professionisti di Dubai, David Haddad e Valencio Cardoso hanno avuto l’idea di realizzare una directory internazionale per rintracciare i giornalisti di tutto il mondo proprio su Twitter.

Si chiama Presspass (come il tesserino professionale in inglese) e al momento elenca 5mila giornalisti di 250 testate in cinque Paesi: Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Irlanda e Nuova Zelanda.

L’idea di Haddad e Cardoso è quella di aiutare chiunque abbia qualcosa da segnalare ai media a farlo via Twitter, contattando direttamente il giornalista “giusto”: è meglio mandare un sintetico messaggio di 140 battute piuttosto che una prolissa email, osservano i due.

L’idea non è sbagliata. Strano che le agenzie di comunicazione, sempre pronte a subissare le redazioni di comunicati con ogni mezzo, non ci abbiano ancora pensato.

HuffPost e Aol: un anno di crescita e di dibattito civile

Esattamente un anno fa scoppiava la notizia dell’acquisizione dell’Huffington Post da parte di Aol. Arianna Huffington festeggia la ricorrenza tracciando il bilancio di questi dodici mesi di rapida crescita. “La fusione con Aol”, afferma il direttore del giornale online, “è stata come passare da un treno ad alta velocità a un jet supersonico”.

La conferma viene dai numeri che in effetti sono impressionanti: 36,2 milioni di visitatori unici al mese, il 47% in più rispetto a un anno fa; 6 milioni di commenti nell’ultimo mese, con un massimo di 253mila in un solo giorno, il 25 gennaio; 21,6 milioni di segnalazioni (referrals) sui social network (1,4 milioni in un solo giorno, il 4 gennaio, su Facebook); tre edizioni internazionali lanciate (Canada, Uk, Francia) e altre tre previste nei prossimi tre mesi (Quebec, Spagna e Italia); 170 redattori e reporter assunti; 9.844 nuovi blogger; più di mille articoli pubblicati al giorno; 61.688 post pubblicati lo scorso anno; quattro libri pubblicati; infine, l’HuffPost è risultato al primo posto nelle classifiche di ComScore in tre categorie: Politics, Green e Gay Voices.

“Ma più importanti ancora di questi numeri, per quanto impressionanti essi siano”, aggiunge Arianna, “sono i valori che fanno parte del nostro dna. A cominciare dall’impegno a mettere al centro la community dell’HuffPost per creare un ambiente civile in cui possano svolgersi migliaia di conversazioni in ogni momento. In effetti abbiamo investito un sacco di risorse (sia in termini di tecnologie che di team di moderatori) per pre-moderare i commenti in modo da creare un’atmosfera non tossica dove la gente possa far sentire la propria voce, esprimendo anche opinioni discordanti, con passione ma civilmente. Il risultato è che siamo stati riconosciuti come una delle più attive comunità del web, con più di 130 milioni di commenti dal nostro esordio”.

Un ambito civile di dibattito e di confronto: proprio quello che manca in molti siti web d’informazione italiani. Per non parlare di quegli insulsi talk show televisivi dove i contendenti si confrontano come se fossero gladiatori nell’arena.

P.S. Per chi non l’avesse notato, Arianna Huffington annuncia che l’edizione italiana dell’HuffPost (in partnership con il Gruppo Editoriale L’Espresso) debutterà entro tre mesi.

Linkiesta alza il muro, ma il suo paywall è molto soft

In occasione del suo primo anniversario, Linkiesta passa alla fase due: abbandona la filosofia del tutto gratis per seguire quella dei contenuti a pagamento. Scegliendo però una soluzione soft: non un paywall ma un softwall. Il muro che separa i lettori dai contenuti è infatti facilmente superabile: se si cerca di leggere un articolo si apre una finestra e compare un video in cui il direttore Jacopo Tondelli invita a sostenere il giornale sottoscrivendo un abbonamento. Basta però aspettare qualche secondo e l’articolo diventa comunque accessibile, anche senza aver pagato.

Con questa sorta di “moral suasion” Linkiesta cerca di trovare i ricavi necessari a mantenere elevata la qualità dei suoi contenuti (prodotti da una redazione di dieci giornalisti e da molti collaboratori), un risultato che evidentemente la pubblicità online da sola non può garantire, malgrado i buoni risultati di audience raggiunti dal sito.

Tracciando un bilancio del primo anno anno di attività, Tondelli afferma che la crescita dei contatti è stata continua: “Siamo passati dai 55mila utenti unici (fonte Google Analytics) del primo mese (febbraio 2011) a circa 450mila utenti unici oggi, mentre le pagine viste, sempre nell’ultimo mese, sono state circa un milione 300mila”. Cifre interessanti – prosegue Tondelli – se messe a confronto con quelle degli altri giornali online italiani: secondo Alexa.com il sito di Linkiesta avrebbe raggiunto in termini di reach Lettera43 e Dagospia, mentre sarebbe ancora indietro rispetto a IlPost. I dati di Alexa.com non sono molto attendibili, ma confermano comunque un trend di crescita significativo.

Forte di questi risultati, Tondelli dichiara di voler proseguire sulla strada battuta finora, coniugando qualità giornalistica con costi contenuti, e si dichiara fiducioso nella possibilità di “acquisire un ragionevole numero di abbonati grazie al softwall, senza però penalizzare la crescita con un’eccessiva restrizione all’accesso gratuito alle informazioni”.