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L’eredità di Prodi e quella di Berlusconi

Ieri sera Romano Prodi era a Milano, all’incontro-dibattito con Giuseppe Vegas, presidente della Consob, organizzato dalla Fondazione Corriere della Sera sul pensiero di Tommaso Padoa-Schioppa e sui suoi ultimi scritti, raccolti nel libro Regole e finanza, pubblicato dal Mulino a un anno dalla morte dell’economista.

Romano Prodi

Accompagnato dalle raffiche di scatti dei fotografi, Prodi ha esordito ricordando un episodio di tre anni fa: “Era l’8 maggio 2008 e stavo facendo gli scatoloni per lasciare Palazzo Chigi quando Tommaso mi venne a trovare. Parlando della situazione economica osservò: lo spread tra Btp e Bund è a 37; l’eredità che lasciamo al nuovo governo è solida”. Oggi l’eredità che Berlusconi lascia a Monti è lo spread a quota 500 di questi giorni.

“Il dramma di oggi”, ha proseguito Prodi, “è che nessuno ha interesse a cambiare le regole del sistema. Ad esempio, Obama ha rinunciato a ripristinare la separazione tra banche d’affari e banche commerciali, necessaria per evitare che si creino realtà too big to fail”.

“Il caso greco è gravissimo dal punto di vista etico ma piccolo dal punto di vista economico”, ha detto ancora Prodi. “Non si è risolto perché la politica non ha voluto risolverlo. L’irrazionalità, la follia dell’Europa di oggi sta nel concetto di ‘Mors tua vita mea’, mentre nella comunità o si muore o si vive assieme”.

“Siamo al decennio della paura”, ha affermato l’ex presidente del consiglio. “Ogni Paese si ritira in sè stesso. Paura della Cina, paura degli immigrati, paura della crisi. C’è paura di tutto. Ma con la paura non si risolve nessun problema”.

“La debolezza della politica si riflette sull’economia. Guardare solo al breve termine è demagogia. Padoa-Schioppa ha sempre insegnato che short term significa vedute corte. E non ci si può consolare dicendo che l’economia reale è salda; abbiamo visto quanto rapidamente la timida ripresa degli scorsi mesi è stata gelata dalla crisi finanziaria”.

“Qual è il bandolo della matassa?”, ha chiesto il presidente della Fondazione Corriere della Sera, Piergaetano Marchetti.
La risposta di Prodi è che la politica deve recuperare autorevolezza e credibilità: “Dobbiamo avere più peso in Europa e nel mondo e superare l’attuale diarchia composta da una Francia che conta sempre meno e una Germania che pesa sempre di più”.

Caro Evgeny, caro Clay: Shirky e Morozov discutono di Internet

Clay – Caro Evgeny, devo confessarti che il tuo ultimo libro proprio non mi piace. Non si può sostenere che Internet non porta libertà e democrazia. Sei uno scettico inguaribile.

Evgeny – Sarò pure scettico nei confronti di Internet, però nella lettera appello che ho scritto a David Cameron, in occasione del vertice di Londra del 2 novembre scorso, sostengo la libertà d’espressione, non la censura. Ti leggo i passi centrali: “Fin qui le azioni del governo britannico su libertà di espressione e privacy si sono rivelate molto diverse dalle aspettative. Proprio in questi giorni siete intenzionati a varare più stringenti misure di controllo sull’accesso online a documenti finora legalmente accessibili. Avete un’occasione storica per sostenere tecnologie adatte a rafforzare, anziché indebolire, la capacità dei cittadini di affermarsi sul piano sociale e politico”.

Evgeny Morozov

Clay – Resto della mia opinione. Quello che sostieni nel tuo libro non mi piace. Perdona la franchezza, ma mi sembrano cose banali. Scrivi che nei regimi repressivi (e non solo) la polizia monitora il web e così prende i dissidenti. Lo sapevamo già!
Non cogli il significato vero della Rete, cioè che centinaia di milioni di persone possono esprimersi. Questo è il fatto centrale e veramente epocale e democratico di Internet, per chi crede che quando le persone si possono esprimere è molto meglio.
Puoi reprimere dei dissidenti ma non milioni e milioni di persone che comunicano in Rete. Tu invece non fai molta differenza tra Internet e tv, tra comunicazione orizzontale e verticale.
Poi è chiaro che le rivoluzioni non si fanno (solo) con il web, ma questo francamente lo sapevamo già.
Rischio di essere brutale, ma secondo me parlando male di Internet si fa carriera, perché Internet non è molto simpatica ai “vecchi media”. Così oggi si diventa facilmente dei guru…

Evgeny – Ma hai sentito cosa ho scritto nella mia lettera a Cameron? Quello che ho sottolineato è il rischio che anche le democrazie occidentali prendano le strada dei regimi autoritari e nel nome della sicurezza limitino la libertà di espressione su Internet. Queste non mi sembrano banalità!

Clay Shirky

Clay – Può darsi che mi sbagli, è una mia opinione, ma le tue argomentazioni mi sembrano superficiali, non colgono il nocciolo. Prendi di mira l’ottimismo sciocco di chi pensa che da sola Internet risolva il problema della democrazia, ma è troppo facile crearsi un bersaglio come Hillary Clinton
Ripeto; in questo modo non cogli il nocciolo. Internet è democratica perché è interattiva e dà voce e milioni di persone altrimenti senza voce. Secondo me c’è una differenza abissale tra Internet e gli altri media.

Evgeny – Resta il fatto che nelle società repressive Internet può essere uno strumento di liberazioine a disposizione delle masse, ma anche uno strumento di controllo a disposizione delle élite al potere.
E questo è un rischio che corrono anche le società democratiche, dove molti interessi (economici, politici, militari) spingono più verso il controllo che verso la liberazione.
Pensi davvero che il potenziale libertario della Rete sia in grado di esprimersi da solo, autonomamente, e affermarsi per la sua forza intrinseca?
Questa spinta, che pure c’è, corre il rischio di essere sopraffatta e convertita nel suo contrario: controllo, spionaggio, dominio. Vedi la fine che sta facendo Julian Assange e la sua Wikileaks.
È un po’ come credere che il mercato lasciato a sè stesso è in grado di autoregolarsi e far marciare la società e l’economia verso un radioso futuro.

Clay – Il mio è solo un punto di vista e Internet è certamente anche uno strumento di controllo, anzi senza dubbio lo è. Ma la sostanza, secondo me, è un’altra, come dimostrano Occupy Wall Street, la primavera araba, eccetera.

Evgeny – Questa volta sono d’accordo con te, ma solo se alla parola “sostanza” sostituiamo “speranza”.

Questo dialogo immaginario tra Clay ed Evgeny si basa su quanto i due autori hanno scritto su libri e articoli. Clay Shirky ha scritto Here Comes Everybody: The Power of Organizing Without Organizations (2008) e Cognitive Surplus: Creativity and Generosity in a Connected Age (2010).Evgeny Morozov è l’autore di The Net Delusion: The Dark Side of Internet Freedom (2011).

Quanto costa la legge sul prezzo dei libri

Addio forti sconti sul prezzo dei libri. Dal 1° settembre entra in vigore la legge (primo firmatario Ricardo Franco Levi del Pd, quello che voleva costringere i blog ad avere un direttore responsabile) che limita al 15% sul prezzo di copertina lo sconto massimo e inoltre riduce le operazioni promozionali: le potranno fare solo gli editori, non più i librai e solo in certi periodi dell’anno.

Ricardo Franco Levi

Il Fatto di venerdì scorso ha ospitato un lungo articolo di Stefano Mauri, capo del gruppo editoriale Gems, che ha fatto una difesa d’ufficio della nuova normativa.
È un legge buona e giusta, dice Mauri; i libri non possono valere poco (sic!) e quindi non vanno scontati più del 15%.
Secondo Mauri la legge fa bene a tutti: agli editori (in particolare quelli piccoli) e anche ai librai (in particolare quelli indipendenti).
Giudizi opinabili, ovviamente, tutti da verificare.
Una cosa però è certa: la legge non farà certo bene ai consumatori/lettori, che non potranno più approfittare di promozioni come questa di Amazon:

Libri – Oltre 235.000 titoli ad almeno 40% di sconto nel mese di agosto: ultimi giorni

In realtà la legge non danneggerà solo i consumatori ma anche le biblioteche pubbliche e quindi la diffusione della cultura. Lo denuncia l’Aib, Associazione italiana biblioteche, in una lettera-appello inviata giorni fa al presidente Napolitano.

Ecco alcuni stralci della lettera:

Il provvedimento dispone che la vendita di libri in favore di biblioteche, archivi, musei pubblici, istituzioni scolastiche e università possa essere effettuata con sconti fino a un massimo del 20% sul prezzo di vendita fissato dall’editore. Questa previsione, che nelle intenzioni del legislatore deroga in senso positivo al tetto di sconto massimo fissato dalla norma (15%), in realtà produrrà l’effetto opposto, compromettendo la possibilità di documentare adeguatamente nelle collezioni bibliotecarie la produzione editoriale corrente.

Le biblioteche, infatti, hanno goduto sino a questo momento di percentuali di sconto più elevate grazie alle politiche di vendita effettuate a loro favore direttamente dagli editori o dagli intermediari specializzati che competono sul mercato degli appalti pubblici di fornitura.

Questa situazione, determinata da dinamiche di libera competizione commerciale, ha compensato, almeno parzialmente, la significativa riduzione di risorse economiche a seguito degli interventi di contenimento della spesa pubblica emanati dal Governo; interventi che negli ultimi 5 anni hanno quasi dimezzato del peso delle biblioteche come acquirenti sul mercato editoriale, passato dal 5% del fatturato complessivo nel 2005 a circa il 3% nel 2010.

Da settembre, con l’entrata in vigore della legge Levi, sarà come se sulle biblioteche d’Italia si abbattesse un’altra manovra finanziaria, che penalizzerà la possibilità di offrire servizi di accesso all’informazione e alla conoscenza di livello adeguato alle esigenze dei cittadini e toglierà strumenti di lavoro alla ricerca scientifica.

“Se le biblioteche sono un bene comune – conclude la lettera dell’Aib – come è possibile che una legge dello Stato non ne tenga conto?”

Già, com’è possibile, on. Levi?!?

Perché diffidare di Madre Teresa di Calcutta

Sul Corriere della Sera del 5 marzo Giorgio Montefoschi, recensendo il libro Un eremo non è un guscio di lumaca di Adriana Zarri, la teologa-eremita recentemente scomparsa, parla della diffidenza che la Zarri provava per Madre Teresa di Calcutta, secondo quanto testimonia Rossana Rossanda del Manifesto, amica della Zarri malgrado le idee opposte in materia di religione.

“Com’è possibile”, si chiede Montefoschi, “diffidare di una donna come Madre Teresa di Calcutta, che aveva speso la sua vita, insieme alle sue seguaci, per alleviare le sofferenze del prossimo?”. Montefoschi adombra motivi oscuri – un’invidia della carità – dietro la diffidenza della Zarri

Se avesse letto La posizione della missionaria, la irriverente biografia di Madre Teresa scritta da Christopher Hitchens nel 1995, avrebbe trovato molti chiari motivi per diffidare della missionaria beatificata da Giovanni Paolo II il 19 ottobre 2003.

Christopher Hitchens in un disegno di Anne Emond per TimeOut New York.

Giornalista e saggista inglese, collaboratore di Slate, del Daily Mirror, dell’Atlantic Monthly e di Vanity Fair, Hitchens racconta con dovizia di particolari molti episodi della vita di Madre Teresa, suffragati da testimonianze dirette, che dimostrano quale fosse in realtà l’ideologia e la pratica della missionaria albanese: glorificare la sofferenza come mezzo per avvicinare (gli altri) a Dio. La sua opera di carità tra i malati e i moribondi di Calcutta – scrive Hitchens – si limita a cure grottescamente elementari, rudimentali, antiscientifiche, lontane anni luce da ogni moderna concezione della scienza medica. E questo anche quando, Madre Teresa diventa famosa e il suo Ordine viene sommerso di donazioni.

Hitchens ricorda inoltre che quando Madre Teresa, anziana e malata, ha avuto bisogno di cure non si è rivolta a una delle case che lei stessa aveva messo in piedi, ma alle più esclusive e costose cliniche occidentali.

Tutti argomenti che Hitchens ha esposto durante il processo di beatificazione, chiamato dal Vaticano come ‘avvocato del diavolo’, secondo una prassi che dura da secoli. Ma evidentemente non è stato abbastanza convincente (Hitchens ha raccontato questa insolita esperienza in un articolo su Vanity Fair).

Il libro di Hitchens su Madre Teresa di Calcutta è stato pubblicato in Italia nel 2003 da un piccolo editore romano, Minimum Fax.

Sulla rivista online LaFrusta Letteraria gli editori di Minimum Fax raccontano le vicissitudini che hanno accompagnato la pubblicazione dell’edizione italiana. Ecco la storia, in sintesi:

Quando il libro stava per uscire in Italia, nel 1997, ci fu una pressante richiesta dalle librerie, tanto che fummo costretti ad aumentare la tiratura mentre il libro era ancora in stampa, da 2mila a 4mila copie.

Il 5 di settembre il libro era pronto per arrivare nelle librerie. Vi dice niente questa data? È il giorno in cui Madre Teresa morì, scatenando una corsa alla beatificazione non solo ai piani alti del Vaticano, ma in tutta Italia. Nel giro di pochi giorni uscì una quantità incredibile di libri agiogafici dedicati alle preghiere, ai miracoli, ai fioretti, alle foto, agli insegnamenti di Madre Teresa.

Nelle librerie e sui media non c’era più spazio per l’unico libro che proponeva una voce fuori dal coro. A fronte delle 180 copie spedite ai giornalisti, uscirono due sole recensioni. E delle 4mila copie stampate ne sono state vendute, in cinque anni, 573. Il libro ci è stato reso in tempi record.

Mentre tutti ci consigliavano di mandare al macero le oltre 3mila copie invendute, noi abbiamo preferito aspettare, in attesa di tempi migliori.

Paradossalmente è stato proprio nel momento in cui Madre Teresa è stata proclamata beata che quei tempi migliori sono finalmente arrivati: abbiamo mandato il libro di nuovo in libreria ed è andato esaurito in un paio di mesi.

Ci toccava insomma ristampare. Prima di farlo abbiamo voluto sentire l’autore, raccontargli la curiosa vicenda tutta italiana del suo libro. Ecco cosa ci ha risposto:

“Dear Minimum Fax, thank you for writing, and for letting me know those fascinating details. One so often reads that Italian society is becoming post-Catholic but the work of the clerical centuries is obviously not so easily undone. Thank you also for your persistence, and for keeping up the good work, yours Christopher Hitchens”.