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Imparzialità o trasparenza? Botta e risposta tra Greenwald e Keller (e un seguito su Riotta e Omidyar)

La stampa può e deve essere imparziale? Il giornalista può e deve essere obiettivo? Queste vecchie domande, riattualizzate e adattate all’epoca di Wikileaks e di Internet, sono al centro del dibattito innescato sul New York Times da un appassionante botta e risposta tra Bill Keller e Glenn Greenwald.

Bill Keller

Bill Keller


Keller, editorialista del New York Times, è stato direttore del quotidiano statunitense dal 2003 al 2011, gli anni cruciali che vanno dall’invasione dell’Irak alle rivelazioni di Edward Snowden sul programma di sorveglianza globale della National Security Agency. Greenwald è il blogger e attivista per i diritti civili e giornalista del Guardian che ha raccolto le rivelazioni di Snowden sulle attività della Sna e i relativi documenti riservati, poi pubblicati dal quotidiano inglese.
La tesi di Keller è che nella maggior parte dei casi “l’imparzialità si avvicina alla verità, perché impone una disciplina: verificare tutte le ipotesi, compresi i presupposti di chi scrive”. Al contrario il giornalista militante, che dichiara pubblicamente da che parte sta, ha meno probabilità di arrivare alla verità e di riuscire a convincere coloro che non sono già convinti”.
In altre parole, secondo Keller il giornalismo militante è per definizione sbilanciato e scorretto, e prefigura un futuro in cui le piattaforme partigiane come Fox News parlano solo a coloro che la pensano allo stesso modo.
Glenn Greenwald

Glenn Greenwald


Greenwald, al contrario, sostiene che il giornalismo che esprime uno specifico punto di vista non esclude la correttezza e la precisione: “La mia visione del giornalismo richiede assolutamente sia la correttezza sia il rigoroso rispetto dei fatti. Ma credo che questi valori si promuovono essendo onesti circa le proprie convinzioni piuttosto che credersi la voce di dio, o assolutamente oggettivi, come se i giornalisti fossero al di sopra delle parti, al contrario del non giornalisti e dei temuti attivisti”.

In Italia Greenwald è stato pesantemente criticato da Gianni Riotta (già direttore del Tg1 e del Sole 24 Ore e oggi editorialista della Stampa), con toni molto più polemici e accuse molto più virulente di quelle espresse da Keller. In un articolo sul quotidiano torinese, Riotta sostiene che “la filosofia di Greenwald e Snowden, condivisa dall’ex agente Kgb Putin e ora corroborata dalla ricchezza e diffusione digitale di Omidyar, è opposta a quella del giornalismo professionale, senza controllo delle fonti, ricerca dei motivi per cui certi documenti vengono diffusi, analisi delle conseguenze che la pubblicazione comporta, per esempio sull’antiterrorismo”.

Pierre Omidyar

Pierre Omidyar


Pierre Omidyar è il fondatore di eBay, oggi miliardario filantropo, che ha deciso di investire 250 milioni di dollari per finanziare un nuovo progetto di giornalismo investigativo, affidandone la direzione proprio a Greenwald.
Le prime anticipazioni sul progetto le ha fornite un’intervista di David Carr pubblicata il 20 ottobre sul New York Times. “Quando ci sono episodi di sorveglianza di massa come quelli rivelati da Snowden”, afferma, “è impossibile rispettare lo spirito del Primo Emendamento (quello sulla libertà di espressione, ndr), perché i reporter non possono parlare con le fonti, in quanto queste hanno paura di parlare. Le persone come Greenwald sono disposte a mettersi in gioco e a essere trasparenti sulle proprie scelte, il che non significa affatto spargere opinioni senza alcun fondamento”.
“Il mio interesse nei media”, prosegue Omidyar, “riflette semplicemente il mio desiderio di impegnarmi nel mondo. Vogliamo portare avanti inchieste importanti e scavare in profondità su vicende umane che tendono ad essere trascurate dal pubblico; useremo la tecnologia per capire come fare”.
Omidyar non si nasconde le difficoltà del progetto: “Il nostro sarà come un servizio pubblico ma rischia di essere ignorato”. Non sarà facile nemmeno rendere profittevole l’iniziativa: “Il nostro sito alle Haway (l’Honolulu Civil Beat) mostra com’è difficile che il giornalismo da solo paghi. Gli inserzionisti non vogliono mettere i loro banner nelle inchieste giornalistiche. E pochissime persone oggi leggono questo genere di cose. Il pubblico delle storie più importanti è piccolo in modo deprimente”.

Il piccolo mondo antico della sinistra slow

Il piccolo mondo antico, il legame con le radici – etniche, locali o culturali – cosa hanno a che fare con la sinistra? Apparentemente poco o niente. La sinistra è sempre stata internazionalista, aperta alle culture, al diverso da sè, alla conoscenza dell’altro, alla scoperta, sia nel senso della ricerca scientifica sia nell’accezione del viaggio alla scoperta di nuovi mondi. L’hombre nuevo della sinistra è sempre stato più un déraciné che un hidalgo legato al suolo patrio e ai valori correlati (dio e famiglia). Apparentemente, dicevamo, perché negli ultimi anni si sono sviluppate correnti in seno alla sinistra che più o meno consciamente si sono appropriate – in nome della difesa dell’ambiente o della lotta alla globalizzazione – di questi valori cari alla destra più conservatrice e reazionaria.

Antonio Pascale (la foto è tratta da You4planet.it).

A rimettere le cose un po’ a posto ci pensa, sull’ultimo numero della Lettura (il supplemento domenicale del Corriere della Sera), Antonio Pascale. L’autore di “Scienza e Sentimento” e di “Questo è il Paese che non amo” prende spunto da un articolo di Ascanio Celestini, pubblicato sull’Espresso, in cui l’attore e scrittore romano stigmatizza il fatto che in Trentino si vendano mele importate dal Cile invece di quelle “politically correct” a chilometro zero.

“Trent’anni fa”, scrive Pascale, “lo scontro era tra le possibilità che il vasto mondo offriva e quello che invece proponeva la tua ristretta terra. A sinistra c’erano sentimenti di inquietudine e di curiosità, a destra sentimenti immobili e non contestabili quali mito e tradizioni locali. Un concetto come l’autarchia era nel bagaglio della destra; ora invece le idee di derivazione autarchica, come il chilometro zero, sono diffuse da movimenti di sinistra come Slow Food, da movimenti ecologisti e da associazioni agricole come la Coldiretti”.

Condivisibile la conclusione di Pascale: “Il mondo è complicato e siamo in tanti; la sinistra deve essere all’altezza dei tempi, evitare slogan e lottare per l’efficienza energetica”. E magari anche per la scienza e il progresso e non per l’oscurantismo e la restaurazione.

L’eredità di Prodi e quella di Berlusconi

Ieri sera Romano Prodi era a Milano, all’incontro-dibattito con Giuseppe Vegas, presidente della Consob, organizzato dalla Fondazione Corriere della Sera sul pensiero di Tommaso Padoa-Schioppa e sui suoi ultimi scritti, raccolti nel libro Regole e finanza, pubblicato dal Mulino a un anno dalla morte dell’economista.

Romano Prodi

Accompagnato dalle raffiche di scatti dei fotografi, Prodi ha esordito ricordando un episodio di tre anni fa: “Era l’8 maggio 2008 e stavo facendo gli scatoloni per lasciare Palazzo Chigi quando Tommaso mi venne a trovare. Parlando della situazione economica osservò: lo spread tra Btp e Bund è a 37; l’eredità che lasciamo al nuovo governo è solida”. Oggi l’eredità che Berlusconi lascia a Monti è lo spread a quota 500 di questi giorni.

“Il dramma di oggi”, ha proseguito Prodi, “è che nessuno ha interesse a cambiare le regole del sistema. Ad esempio, Obama ha rinunciato a ripristinare la separazione tra banche d’affari e banche commerciali, necessaria per evitare che si creino realtà too big to fail”.

“Il caso greco è gravissimo dal punto di vista etico ma piccolo dal punto di vista economico”, ha detto ancora Prodi. “Non si è risolto perché la politica non ha voluto risolverlo. L’irrazionalità, la follia dell’Europa di oggi sta nel concetto di ‘Mors tua vita mea’, mentre nella comunità o si muore o si vive assieme”.

“Siamo al decennio della paura”, ha affermato l’ex presidente del consiglio. “Ogni Paese si ritira in sè stesso. Paura della Cina, paura degli immigrati, paura della crisi. C’è paura di tutto. Ma con la paura non si risolve nessun problema”.

“La debolezza della politica si riflette sull’economia. Guardare solo al breve termine è demagogia. Padoa-Schioppa ha sempre insegnato che short term significa vedute corte. E non ci si può consolare dicendo che l’economia reale è salda; abbiamo visto quanto rapidamente la timida ripresa degli scorsi mesi è stata gelata dalla crisi finanziaria”.

“Qual è il bandolo della matassa?”, ha chiesto il presidente della Fondazione Corriere della Sera, Piergaetano Marchetti.
La risposta di Prodi è che la politica deve recuperare autorevolezza e credibilità: “Dobbiamo avere più peso in Europa e nel mondo e superare l’attuale diarchia composta da una Francia che conta sempre meno e una Germania che pesa sempre di più”.

Caro Evgeny, caro Clay: Shirky e Morozov discutono di Internet

Clay – Caro Evgeny, devo confessarti che il tuo ultimo libro proprio non mi piace. Non si può sostenere che Internet non porta libertà e democrazia. Sei uno scettico inguaribile.

Evgeny – Sarò pure scettico nei confronti di Internet, però nella lettera appello che ho scritto a David Cameron, in occasione del vertice di Londra del 2 novembre scorso, sostengo la libertà d’espressione, non la censura. Ti leggo i passi centrali: “Fin qui le azioni del governo britannico su libertà di espressione e privacy si sono rivelate molto diverse dalle aspettative. Proprio in questi giorni siete intenzionati a varare più stringenti misure di controllo sull’accesso online a documenti finora legalmente accessibili. Avete un’occasione storica per sostenere tecnologie adatte a rafforzare, anziché indebolire, la capacità dei cittadini di affermarsi sul piano sociale e politico”.

Evgeny Morozov

Clay – Resto della mia opinione. Quello che sostieni nel tuo libro non mi piace. Perdona la franchezza, ma mi sembrano cose banali. Scrivi che nei regimi repressivi (e non solo) la polizia monitora il web e così prende i dissidenti. Lo sapevamo già!
Non cogli il significato vero della Rete, cioè che centinaia di milioni di persone possono esprimersi. Questo è il fatto centrale e veramente epocale e democratico di Internet, per chi crede che quando le persone si possono esprimere è molto meglio.
Puoi reprimere dei dissidenti ma non milioni e milioni di persone che comunicano in Rete. Tu invece non fai molta differenza tra Internet e tv, tra comunicazione orizzontale e verticale.
Poi è chiaro che le rivoluzioni non si fanno (solo) con il web, ma questo francamente lo sapevamo già.
Rischio di essere brutale, ma secondo me parlando male di Internet si fa carriera, perché Internet non è molto simpatica ai “vecchi media”. Così oggi si diventa facilmente dei guru…

Evgeny – Ma hai sentito cosa ho scritto nella mia lettera a Cameron? Quello che ho sottolineato è il rischio che anche le democrazie occidentali prendano le strada dei regimi autoritari e nel nome della sicurezza limitino la libertà di espressione su Internet. Queste non mi sembrano banalità!

Clay Shirky

Clay – Può darsi che mi sbagli, è una mia opinione, ma le tue argomentazioni mi sembrano superficiali, non colgono il nocciolo. Prendi di mira l’ottimismo sciocco di chi pensa che da sola Internet risolva il problema della democrazia, ma è troppo facile crearsi un bersaglio come Hillary Clinton
Ripeto; in questo modo non cogli il nocciolo. Internet è democratica perché è interattiva e dà voce e milioni di persone altrimenti senza voce. Secondo me c’è una differenza abissale tra Internet e gli altri media.

Evgeny – Resta il fatto che nelle società repressive Internet può essere uno strumento di liberazioine a disposizione delle masse, ma anche uno strumento di controllo a disposizione delle élite al potere.
E questo è un rischio che corrono anche le società democratiche, dove molti interessi (economici, politici, militari) spingono più verso il controllo che verso la liberazione.
Pensi davvero che il potenziale libertario della Rete sia in grado di esprimersi da solo, autonomamente, e affermarsi per la sua forza intrinseca?
Questa spinta, che pure c’è, corre il rischio di essere sopraffatta e convertita nel suo contrario: controllo, spionaggio, dominio. Vedi la fine che sta facendo Julian Assange e la sua Wikileaks.
È un po’ come credere che il mercato lasciato a sè stesso è in grado di autoregolarsi e far marciare la società e l’economia verso un radioso futuro.

Clay – Il mio è solo un punto di vista e Internet è certamente anche uno strumento di controllo, anzi senza dubbio lo è. Ma la sostanza, secondo me, è un’altra, come dimostrano Occupy Wall Street, la primavera araba, eccetera.

Evgeny – Questa volta sono d’accordo con te, ma solo se alla parola “sostanza” sostituiamo “speranza”.

Questo dialogo immaginario tra Clay ed Evgeny si basa su quanto i due autori hanno scritto su libri e articoli. Clay Shirky ha scritto Here Comes Everybody: The Power of Organizing Without Organizations (2008) e Cognitive Surplus: Creativity and Generosity in a Connected Age (2010).Evgeny Morozov è l’autore di The Net Delusion: The Dark Side of Internet Freedom (2011).

Perché diffidare di Madre Teresa di Calcutta

Sul Corriere della Sera del 5 marzo Giorgio Montefoschi, recensendo il libro Un eremo non è un guscio di lumaca di Adriana Zarri, la teologa-eremita recentemente scomparsa, parla della diffidenza che la Zarri provava per Madre Teresa di Calcutta, secondo quanto testimonia Rossana Rossanda del Manifesto, amica della Zarri malgrado le idee opposte in materia di religione.

“Com’è possibile”, si chiede Montefoschi, “diffidare di una donna come Madre Teresa di Calcutta, che aveva speso la sua vita, insieme alle sue seguaci, per alleviare le sofferenze del prossimo?”. Montefoschi adombra motivi oscuri – un’invidia della carità – dietro la diffidenza della Zarri

Se avesse letto La posizione della missionaria, la irriverente biografia di Madre Teresa scritta da Christopher Hitchens nel 1995, avrebbe trovato molti chiari motivi per diffidare della missionaria beatificata da Giovanni Paolo II il 19 ottobre 2003.

Christopher Hitchens in un disegno di Anne Emond per TimeOut New York.

Giornalista e saggista inglese, collaboratore di Slate, del Daily Mirror, dell’Atlantic Monthly e di Vanity Fair, Hitchens racconta con dovizia di particolari molti episodi della vita di Madre Teresa, suffragati da testimonianze dirette, che dimostrano quale fosse in realtà l’ideologia e la pratica della missionaria albanese: glorificare la sofferenza come mezzo per avvicinare (gli altri) a Dio. La sua opera di carità tra i malati e i moribondi di Calcutta – scrive Hitchens – si limita a cure grottescamente elementari, rudimentali, antiscientifiche, lontane anni luce da ogni moderna concezione della scienza medica. E questo anche quando, Madre Teresa diventa famosa e il suo Ordine viene sommerso di donazioni.

Hitchens ricorda inoltre che quando Madre Teresa, anziana e malata, ha avuto bisogno di cure non si è rivolta a una delle case che lei stessa aveva messo in piedi, ma alle più esclusive e costose cliniche occidentali.

Tutti argomenti che Hitchens ha esposto durante il processo di beatificazione, chiamato dal Vaticano come ‘avvocato del diavolo’, secondo una prassi che dura da secoli. Ma evidentemente non è stato abbastanza convincente (Hitchens ha raccontato questa insolita esperienza in un articolo su Vanity Fair).

Il libro di Hitchens su Madre Teresa di Calcutta è stato pubblicato in Italia nel 2003 da un piccolo editore romano, Minimum Fax.

Sulla rivista online LaFrusta Letteraria gli editori di Minimum Fax raccontano le vicissitudini che hanno accompagnato la pubblicazione dell’edizione italiana. Ecco la storia, in sintesi:

Quando il libro stava per uscire in Italia, nel 1997, ci fu una pressante richiesta dalle librerie, tanto che fummo costretti ad aumentare la tiratura mentre il libro era ancora in stampa, da 2mila a 4mila copie.

Il 5 di settembre il libro era pronto per arrivare nelle librerie. Vi dice niente questa data? È il giorno in cui Madre Teresa morì, scatenando una corsa alla beatificazione non solo ai piani alti del Vaticano, ma in tutta Italia. Nel giro di pochi giorni uscì una quantità incredibile di libri agiogafici dedicati alle preghiere, ai miracoli, ai fioretti, alle foto, agli insegnamenti di Madre Teresa.

Nelle librerie e sui media non c’era più spazio per l’unico libro che proponeva una voce fuori dal coro. A fronte delle 180 copie spedite ai giornalisti, uscirono due sole recensioni. E delle 4mila copie stampate ne sono state vendute, in cinque anni, 573. Il libro ci è stato reso in tempi record.

Mentre tutti ci consigliavano di mandare al macero le oltre 3mila copie invendute, noi abbiamo preferito aspettare, in attesa di tempi migliori.

Paradossalmente è stato proprio nel momento in cui Madre Teresa è stata proclamata beata che quei tempi migliori sono finalmente arrivati: abbiamo mandato il libro di nuovo in libreria ed è andato esaurito in un paio di mesi.

Ci toccava insomma ristampare. Prima di farlo abbiamo voluto sentire l’autore, raccontargli la curiosa vicenda tutta italiana del suo libro. Ecco cosa ci ha risposto:

“Dear Minimum Fax, thank you for writing, and for letting me know those fascinating details. One so often reads that Italian society is becoming post-Catholic but the work of the clerical centuries is obviously not so easily undone. Thank you also for your persistence, and for keeping up the good work, yours Christopher Hitchens”.

Wired e la retorica del wi-fi libero

Qualche giorno fa Vittorio Zambardino commentava un po’ ironicamente sul suo blog Scene Digitali la retorica della Rete che traspare a volte dagli articoli di Wired: “Ho la sensazione che ai principi di cui si parla con tanta enfasi non seguano poi i fatti”.

Parole che colgono nel segno. Lo conferma l’ultima operazione lanciata proprio da Wired: installare alcune antenne wi-fi in piazza Cadorna a Milano (dove ha sede la casa editrice) per permettere a chiunque di accedere gratuitamente a Internet. “Un giorno faremo la rivoluzione, intanto liberiamo una piazza”, scrive il direttore Riccardo Luna nel suo editoriale sull’ultimo numero della rivista.

Una bella idea, non c’è che dire. Ma funziona? Decine di giornali e centinaia di blog hanno ripreso il comunicato stampa di Wired. Nessuno però, a quanto pare, si è preso la briga di andare a verificare ‘in loco’.

“Chiunque si trovi nei pressi di piazza Cadorna – spiega il comunicato – può usufruire del collegamento gratuitamente per un’ora al giorno, dopo aver effettuato una chiamata (senza ricevere risposta e quindi gratuita) al numero 02-400.30.219, necessaria per identificarsi”.

Semplice, troppo semplice… Infatti non funziona così.

Spiega il responsabile di Green Geek, l’associazione di professionisti delle tecnologie che ha realizzato l’impianto: “Devi cercare GWiFi tra le reti disponibili e, dopo che ti sei connesso, seguire la procedura. La telefonata la devi fare mentre ti registri, seguendo le indicazioni a schermo: quando hai richiesto (inserendo il tuo numero) l’accesso, il sistema verifica che il numero chiamante sia identico a quello inserito e ti fornisce la password”.

La procedura sembra un po’ farraginosa, ma in nome del wi-fi libero bisogna provare. Ecco però un nuovo intoppo: ci sono molte reti wi-fi in piazza Cadorna, ma GWiFi non si trova.

Per fortuna qualcuno nei dintorni ha lasciato aperta la sua rete: per questa volta il principio del wi-fi libero è salvo!

Nella foto, Piazza Cadorna a Milano; in primo piano ‘Ago, filo e nodo’, scultura di Claes Oldenburg & Coosje van Bruggen.

Moda per senzatetto

A Detroit, la capitale americana dell’auto, ci sono 18mila persone senza casa. Per loro Veronika Scott, una 21enne studentessa del College for Creative Studies di Detroit, ha ideato un giaccone-coperta in Tyvek, un materiale plastico usato nell’industria delle costruzioni, in grado di proteggere gli homeless dal freddo e dalle intemperie.

Veronica ha fatto di più: ha messo in piedi un progetto umanitario, The Empowerment Plan, per produrre i giacconi e un blog per raccogliere i fondi necessari. Grazie alle donazioni sono stati acquistati le macchine e i materiali e a dicembre è stato realizzato il primo prototipo dell’indumento salvavita, battezzato Element S, dove S sta per survival (cioè sopravvivenza).

Del progetto hanno cominciato a parlare i giornali e le tivù ed ora si pensa di portare The Empowerment Plan anche in altre città degli Stati Uniti dove gli homeless sono un problema. Una storia edificante per chiudere un anno ricco di storie poco edificanti.