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Giornali e giornalisti, arti e artisti a cura di Claudio Cazzola

Archive for the ‘Giornali’ Category

E se dicessimo basta ai contributi per giornali che nessuno legge?

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Una lectio davvero magistralis quella tenuta qualche giorno fa da Carlo De Benedetti, presidente del Gruppo Editoriale l’Espresso, all’Università di Palermo. Magistrale soprattutto la sua franchezza sulla scottante questione dei contributi pubblici a giornali di partito. “Togliamo il finanziamento all’editoria che non sta in piedi da sola”, ha auspicato De Benedetti. “In un momento di difficoltà del Paese non si tengono in piedi i morti. Bisogna lasciare campo libero all’editoria sana, i partiti se la paghino loro, hanno già il rimborso elettorale”.

Carlo De Benedetti

Parole chiare, che non sono però piaciute alla Fnsi. Forse per una sorta di riflesso condizionato la federazione dei giornalisti ha subito ribattuto che “la mano pubblica ha il dovere, laddove sia sua responsabilità, di impedire la scomparsa di voci dell’informazione o, peggio, provocare suicidi assistiti”.

Fare tabula rasa della questione contributi non è una soluzione facilmente praticabile neppure per un governo decisionista e svincolato dalle logiche di partito come quello di Mario Monti. Il nuovo sottosegretario alla presidenza del consiglio con delega per l’editoria, Paolo Peluffo, si è preso ancora un po’ di tempo prima di varare nuove norme in materia. Ma ha già anticipato che non si finanzieranno più giornali che non si vendono. “Occorre stabilire come priorità il criterio dell’occupazione e favorire lo sviluppo dell’online”, ha affermato Peluffo. In effetti non si capisce perchè il diritto di esprimere le proprie opinioni i partiti lo debbano per forza esercitare sulla costosa carta stampata e non invece su un mezzo sicuramente più accessibile ed economico come la rete digitale.

Della necessità di mettere ordine nei finanziamenti a giornali di partito & company si parla da anni (vedi questo post di Ipse Blog del 2005), ma le pressioni esercitate dai diretti interessati e dai loro protettori politici sono sempre riuscite finora a evitare che questi contributi (150 milioni di euro nel 2010) fossero aboliti o drasticamente ridotti.

Sul fronte degli abolizionisti stanno ovviamente i giornali che non godono delle sovvenzioni, come il Fatto Quotidiano, che non manca occasione per rivendicare questo suo merito. Suscitando l’irritazione dei concorrenti foraggiati dalla Stato. Come l’Unità, il cui direttore Claudio Sardo ha evidenziato, in un tagliente corsivo pubblicato il 17 gennaio, le contraddizioni del direttore del Fatto Antonio Padellaro, che quando dirigeva l’Unità (dal 2000 al 2006) era uno strenuo difensore del finanziamento pubblico, visto come uno strumento essenziale per la libertà di espressione e la democrazia.

Tesi questa che non convince i giornali indipendenti che non percepiscono contributi statali. Il direttore dell’Adige, Pierangelo Giovannetti, ribatte ad esempio: “L’abrogazione dei contributi è un’operazione di equità e di giustizia verso tutti gli altri quotidiani e periodici che debbono stare sul mercato con le proprie forze. Spacciare il mantenimento dei sussidi statali come una battaglia di pluralismo è una mistificazione, perché incoraggia il mantenimentio di giornali inconsistenti, che nella maggior parte dei casi non legge nessuno”.

Parole difficilmente contestabili: basta scorrere gli otto elenchi dei beneficari dei contributi, pubblicati dal Dipartimento per l’informazione e l’editorial della presidenza del consiglio, per rendersene conto.

Come osserva il giurista Guido Scorza, è un fiume di denaro di cui si fa fatica a seguire le tracce fino ai reali beneficiari: i soci degli editori e, spesso, delle cooperative giornalistiche che si nascondono dietro ai nomi delle società editrici.

Nel primo elenco, quotidiani editi da cooperative di giornalisti, la testata che riceve più contributi dopo il Manifesto (3 milioni 745mila euro) è L’Avanti (2 milioni 530mila), diretto da quel Valter Lavitola noto alle cronache come faccendiere latitante; fondi questi ultimi che sarebbero finiti nelle tasche del senatore del Pdl Sergio De Grogorio, di cui la magistratura ha chiesto il rinvio a giudizio per truffa in concorso con Lavitola.

Nel secondo elenco (quotidiani editi da imprese editrici che fanno capo a cooperative, fondazioni o enti morali) ci sono, oltre a note testate come l’Avvenire (5 milioni 871mila euro) e Italia Oggi (5 milioni 263mila), anche giornali sindacali come Scuola Snals (1 milione 716mila), presente anche su Internet in versione pdf (l’ultimo numero è dell’ottobre 2011).

Vengono poi cinque quotidiani italiani editi all’estero (primo è il Corriere Canadese con 1.446mila euro), seguiti dai giornali delle minoranze linguistiche, come Primorsky Dnevnick (1.897mila euro) e Dolomiten (1.568mila euro).

Passando ai periodici, si scoprono nomi di testate d’informazione come Carta, Left, Rassegna Sindacale, Tempi, Trenta Giorni, ma anche riviste specializzate in musica (Jam, Mucchio Selvaggio, Suono Stereo Hi-Fi, Chitarre), turismo (Mare e Monti) e motori (Motocross).

Il sesto elenco riguarda i classici organi di partito: L’Unità (6 milioni 377mila euro), La Padania (3 milioni 896mila), Europa (3 milioni 527mila), Liberazione (3 milioni 340mila), tutti in difficoltà o a rischio chiusura.

Vengono poi le testate di partito trasformatesi in cooperative prima del 2002, tra cui Il Foglio (3 milioni 441mila euro), Il Denaro (2 milioni 455mila) e Opinione delle libertà (2 milioni).

Infine, l’elenco più lungo, quello dei periodici di cooperative o enti morali, dove in testa figura a sorpresa la rivista Sprint e Sport (506mila euro), settimanale del calcio giovanile e dilettanteso piemontese e lombardo, seguito dai semisconosciuti Quaderni di Milano, un settimanale free che in realtà sembra chiamarsi On The Road e che ha ricevuto 312mila euro.

Vedremo quante di queste testate sopravviveranno con le nuove regole sui finanziamernti che il governo sta per varare.

Nel frattempo vale la pena di leggere, sul caso Manifesto, il contributo controcorrente di un noto blogger, Leonardo Tondelli, che scrive anche per l’Unità. Il titolo è: Manifesto del conservatore di sinistra (ispirato alle considerazioni di Francesco Piccolo sul conservatorismo del ceto medio riflessivo).

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February 18th, 2012 at 3:43 pm

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Arianna Huffington debutta a Parigi (poi tocca all’Italia)

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Sarà Anne Sinclair il direttore editoriale dell’edizione francese dell’Huffington Post, che debutta su Internet lunedì 23 gennaio. Una inattesa rentrée (le voci delle scorse settimane non erano mai state confermate) per la moglie di Dominique Strauss-Kahn, l’ex direttore del fondo monetario internazionale e candidato socialista alla presidenza della repubblica francese, travolto lo scorso maggio dalla denuncia di stupro e aggressione ai danni di una cameriera dell’hotel Sofitel di Manhattan.

Anne Sinclair con il marito, Dominique Strauss-Kahn

L’HuffPo francese nasce grazie a una partnership tra l’Huffington Post Media Group di Arianna Huffington – che dal febbraio 2011 fa parte del gruppo Aol – e la casa editrice di Le Monde. Direttore del nuovo giornale online è David Kessler, 52 anni, già direttore (dallo scorso maggio) della rivista culturale lesinRocks (Les Inrockuptibles), oltre che direttore generale del Consiglio superiore del settore audiovisivo e del Centro nazionale di cinematografia e aver diretto la stazione televisiva France Culture. Un uomo di cultura, quindi, politicamente impegnato a sinistra: tra l’altro è anche consigliere per l’educazione e la cultura del sindaco di Parigi Bertrand Delanoë (Psa).

Politicamente impegnato anche il caporedattore dell’HuffPo francese, il trentenne Paul Ackermann. Già giornalista della rivista svizzera L’Hebdo, dove si occupava di problemi sociali, Ackermann è stato tra gli autori del BondyBlog, dedicato alle violenze urbane del 2005 nelle banlieu parigine; dal 2007 ha lavorato per il sito d’informazione 20minutes.fr come responsabile del giornalismo partecipativo, il cosiddetto citizen journalism.

In contemporanea con l’edizione francese l’Huffington Post debutta anche nel Quebec. Poi sarà la volta dell’Italia.

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January 18th, 2012 at 11:04 pm

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Colors è proprio una rivista di m.

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Se c’è una rivista che si non si fa influenzare dallo spirito natalizio – i buoni sentimenti, l’estetica artificiale delle luminarie e degli zampognari – è Colors, il mensile sui mille colori del mondo globalizzato, pubblicato a Treviso da Fabrica, il centro ricerca sulla comunicazione del gruppo Benetton. L’ultimo numero del 2011 è dedicato a un tema che più lontano dallo spirito natalizio non si può: la merda, per gli inglesi shit.

Ideato nel 1991 da Oliviero Toscani e dall’art director Tibor Kalman, Colors ha mantenuto in questi anni lo spirito irriverente, anticonformista e provocatorio del grande fotografo.

Il numero 82 della rivista affronta il tema degli escrementi con l’occhio un po’ naif e l’atteggiamento concreto e positivo che ha sempre contraddistinto Colors. Si parla degli aspetti sanitari, delle norme igieniche e degli altri accorgimenti per evitare la contaminazione di cibi e bevande, degli usi e costumi nei vari Paesi, dai gabinetti improvvisati dei villaggi africani alle supertecnologiche toilette giapponesi. Il tutto illustrato con “belle” foto e disegni.

“Cool. I want to read this shit!” è il commento di un utente del sito. Leggetelo: non ve ne pentirete.

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December 22nd, 2011 at 11:32 am

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Italic e le religioni dei nuovi italiani

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Le tante forme di religiosità in Italia: è il tema – in linea con lo spirito natalizio – scelto da Italic per il numero di dicembre. In un paese multietnico come è ormai il nostro, i vecchi culti si trasformarmano e fioriscono nuove forme di religiosità. La rivista diretta da Luca Ballarini e Vittorio Pasteris è andata a scovare quelle più insolite e originali: dagli immigrati Tamil che a Palermo hanno abbracciato il culto di Santa Rosalia (e ora la messa parla anche la loro lingua), ai 50mila cittadini italiani di religione musulmana, che vivono la fede islamica fra incomprensioni e volontà di integrazione.

Italic fa anche qualche interessante puntata all’estero: in Brasile, dove la Chiesa di Dio promette di scacciare il demonio a pagamento, e in Africa dove molte persone lasciano il cattolicesimo per rivolgersi a chiese evangeliche e pentecostali.

Tra gi altri temi dell’ottavo numero di Italic: Tel Aviv, la città israeliana patrimonio dell’Unesco (molti degli architetti impegnati a restaurarla sono italiani o hanno studiato da noi); lo stile africano che sta conquistando l’alta moda (con magazine di qualità, firme emergenti e bravi fotografi); e la storia di Giulia Salvadori, una line producer che scova e vende set cinematografici per i film di Bollywood ambientati in Italia.

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December 22nd, 2011 at 10:19 am

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La borghesia stracciona del Giornale

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A chi si rivolge il Giornale della novella era post berlusconiana? Non alla borghesia illuminata degli odiati salotti progressisti milanesi, ma neppure alla borghesia conservatrice o apertamente reazionaria che ha sempre considerato i palchi alla Scala il palcoscenico della propria mondanità.

La prima pagina dell’8 novembre addita al pubblico ludibrio i ricchi governanti in posa sul palco reale alla prima del Convitato di Pietra di Mozart: il presidente Giorgio Napoletano, il premier Mario Monti (che sarà ricordato come il primo presidente del consiglio ad aver rinunciato al suo compenso) e il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, con le relative consorti.
Sono loro i nuovi nemici individuati da Vittorio Feltri e Alessandro Sallustri: gli sciuri in smoking e le sciure ingioiellate e impellicciate a cui tirare pomodori e uova marce. Esattamente come facevano, quarant’anni fa, i ragazzi del movimento studentesco di Mario Capanna, ora convertitosi a battaglie non meno inconsistenti, come quella contro la polenta geneticamente modificata.
Il nuovo referente del Giornale sembra una lumpenbourgeoisie che è l’altra faccia della medaglia di quel lumpenproletariat in nome del quale nel mitico ’68 ci si scagliava contro i simboli del potere. Una borghesia stracciona, ribellista e piagnona che si dispera per un ritocco di 9 centesimi delle accise sulla benzina – deciso dal governo nell’ambito della megamanovra “per salvare il Paese” (“Benzina sul fuoco” titolava a caratteri cubitali Libero il 7 dicembre) – e non batte ciglio, invece, per i lucrosi aumenti incamerati dai petrolieri a ogni variazione dei prezzi internazionali dei carburanti.
Sarà questa lumpenbourgeoisie a risollevare la diffusione del Giornale, in caduta libera da tempo? E a fornire la base elettorale del nuovo partito dei cento fedelissimi pretoriani da portare alle Camere nel 2013, vagheggiato da Berlusconi?

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December 9th, 2011 at 9:31 pm

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Segnali di vita dal mondo digitale

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L’editore di The Atlantic, storico mensile americano, dichiara che per la prima volta i ricavi online hanno superato quelli della carta. Ne parla Mediadecoder uno dei blog del New York Times: At 154, a Digital Milestone.

A proposito del New York Times, il presidente della casa editrice, Arthur Sulzberger, spiega come la strategia multimediale e multipiattaforma ha fatto risorgere il quotidiano che due anni fa era sull’orlo del fallimento. Sulzberger ne ha parlato in un discorso a Polis, forum nato per iniziativa del Department of Media and Communications e del London College of Communication.

Tornando al di là dell’Atlantico, Connect Tv, start up statunitense specializzata nella condivisione dei programmi tv, ha siglato accordi con una decina di gruppi televisivi Usa e oggi raggiunge 76 milioni di persone. La fruizione della tv avviene sempre più in modo social, via Internet: gli spettatori online possono condividere i propri programmi preferiti, commentarli con gli amici mentre li guardano, eccetera. Una nuovo modo di guardare la tv che – c’è da scommettere – presto arriverà anche in Italia.

Mc Kinsey ha pubblicato uno studio sull’impatto di Internet sulla crescita economica che i nosti governanti, sempre distratti quando si tratta di investire nel digitale, dovrebbero leggersi e meditate. Il titolo è The great transformer, sottotitolo: The impact of the Internet on economic growth and prosperity.

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November 29th, 2011 at 8:25 pm

Per i giovani giornalisti il futuro è su Internet? Le risposte

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Un giovane, oggi, non ha alcuna possibilità di andare a guidare un grande giornale, come fece 120 anni fa Luigi Albertini al Corriere della Sera. Il futuro per i giovani giornalisti è su Internet. Questa la tesi sostenuta da Paolo Mieli, già direttore del Corriere e oggi presidente di Rcs Libri (vedi il post: Direttore del Corriere della Sera a 29 anni).

Abbiamo sentito, a questo proposito, l’opinione di persone quotidianamente a contatto con il mondo dei media: editori, giornalisti, manager, comunicatori. Ecco i loro commenti, in ordine alfabetico.

Paolo Ainio (Banzai) – Non conosco il mondo dei giornali di carta, ma il vero problema dei “giornali su Internet” è che su Internet non ci sono gli editori. O forse non ce ne sono proprio più di editori…

Laura Corbetta

Laura Corbetta (Yam112003) – Quello che sostiene Mieli, secondo me è in gran parte un problema tutto italiano. La settimana scorsa sono stata a Parigi, all’advisory Board di YouTube, e l’età media del top management di Google non superava i 35 anni.
Sarebbe interessante approfondire l’argomento. Comunque si può notare che i 29 anni di fine Ottocento sono ben diversi dai nostri 29 anni!

Massimo Crotti (Tiscali) – Tra le varie affermazioni di Mieli, mi trovo particolarmente d’accordo sul fatto che uno dei problemi di fondo, che vale per l’editoria “classica” ma direi per buona parte del fare impresa oggi in Italia, stia in un certo immobilismo che parte da un presupposto, a mio modo di vedere sbagliato.
Si parla tanto di innovazione ma spesso tale parola viene associata a un vecchio modo di pensare e diventa pertanto soltanto un “package” con il quale le aziende spesso rivestono il vecchio modo di ragionare, restando nei fatti ancorati a modelli che rischiano di risultare obsoleti.
Il tema di fondo è che “innovazione” non può non coincidere con “rischio imprenditoriale”. Per innovare veramente bisogna creare una vera discontinuità e credo che tale affermazione valga sicuramente per Internet, ma oggi ancor più per tutte le realtà che hanno fatto la storia dei media in Italia.

Paolo D’Ammassa (Connexia) – Concordo con quello che dice Paolo Mieli. Sulla carta stampata la posizione di direttore è riservata a giornalisti di esperienza e lungo corso (i piu’ giovani che mi vengono in mente hanno 42-43 anni e dirigono mensili). Sul web invece non ci sono regole e troviamo blogger giovanissimi che hanno un seguito importante.
Sul tema giovani e giornalismo ricordo un episodio: nel 1998 organizzai un intervista con il Sole 24 per un nostro cliente, il ceo di una delle prime cento aziende Usa. Il quotidiano mandò un ragazzino; forse aveva 23 o 24 anni, ma ne dimostrava 18. Comunque dopo il primo nostro imbarazzo, si dimostrò preparato e fece un bel pezzo. Era Morya Longo, oggi una delle firme più preparate dell’economia al Sole.

Giacomo Fusina

Giacomo Fusina (Human Highway) – Beh, che l’innovazione della Rete sia propria dei giovani è un dato di fatto. E’ stato così per il Rock, l’impressionismo, la Radio negli anni 70, le grandi rivoluzioni scientifiche etc. L’approccio “disrupting” alla realtà è proprio dei giovani, creativi ed entusiasti e senza il vincolo degli schemi relazionali e mentali che imbrigliano i più maturi.
Ma per l’informazione il discorso è diverso, per due motivi:
1.non credo che il sistema dell’informazione abbia bisogno di un momento di rottura ma di un processo graduale di profonda trasformazione. In realtà di trasformazione ne vedo tanta già in atto: l’apertura alla partecipazione, la vita della notizia in Rete, la cross-medialità, la ricerca di interazione coi lettori, la portabilità su molti device etc… Da questo punto di vista le principali testate hanno lavorato molto bene e puntano nella direzione giusta;
2. La narrazione della realtà è un’attività che viene meglio ai meno giovani piuttosto che ai giovani. Da sempre i nonni raccontano le storie più belle ai loro nipoti. Posto che ci siano le condizioni dell’onestà intellettuale, della verifica delle fonti e della ricerca delle notizie rilevanti (la mancanza di questo mix è il vero problema attuale!), il servizio informativo è prodotto meglio da persone che hanno più esperienza e ricordi nel loro percorso professionale di quanti affrontano gli stessi temi con la freschezza di una giovane intelligenza. Non che i giovani non debbano fare giornalismo, ovviamente, ma non considero un problema il fatto che l’età media dei direttori dei nostri quotidiani sia intorno ai 60 anni. Semmai è un problema nell’industria, nella politica e nella folta schiera dei funzionari della pubblica amministrazione.

Francesco Galdo (Qualcomm) – Niente di più vero di quello che scrive Mieli: la mia esperienza in una multinazionale non può che confermare questo dato. La differenza di età tra giornalisti di casa nostra e quelli stranieri che lavorano per grandi testate è visibile quando si incontra la stampa all’estero.
Perchè questa differenza? Nel resto del mondo le versioni online dei giornali si stanno affermando sempre più, a scapito dei loro progenitori cartacei che, pur mantenendo le proprie posizioni quando si tratta di testate prestigiose e “di tradizione”, sentono il fiato sul collo delle publicazioni online quando si tratta di “essere sulla notizia”, in tempo reale. E nessuno padroneggia le tecnologie in questo campo come i più giovani.
In Italia la strada che porta dalle publicazioni online alla direzione dei grandi quotidiani è ancora tutta da tracciare.

Enrico Grazzini (Economia della conoscenza) – La domanda non mi appassiona. Se un giovane può diventare direttore di un giornale (di carta o on line)? Sì forse in India o in Egitto. In Italia mi sembra difficile. E poi quando uno è giovane e quando è adulto?

Maria Luisa Lafiandra (Mompeo in Corto) – Io non lo so, sono finita in Olanda per cercare opportunità che in Italia non avrò mai, il nostro è un Paese ridicolo, non vedo futuro in nessun campo.

Carlo Riva (Prima Comunicazione) – Direttori di giornali trentenni? In Italia non ce ne sono. Se ce ne sono non li conosco.

Andrea Santagata (Liquida) – Mieli dice che “i veri giornali di oggi, quelli su Internet, sono invece affidati a trentenni”. Ci saranno… Però i nomi non emergono molto al pubblico.

Andrea Santagata

Vera Schiavazzi (Master in giornalismo Università di Torino) – È probabile che oggi non si possa più diventare direttore del Corriere della Sera a 29 anni, come del resto primario in un ospedale o avvocato affermato. Non è vero invece che non ci sia lavoro per i giovani: sono d’accordo con Giuseppe Smorto circa le loro capacità e la necessità di aggiornarsi anche per i non giovani.
Nella mia esperienza alla guida di una scuola (dal 2004) ho verificato che molti giovani giornalisti entrano, sia pure con il contagocce, a far parte di vecchie e nuove redazioni, e molti altri lavorano comunque in uffici stampa o piccole testate locali.
Resta il fatto che la multimedialità e più in generale le capacità tecniche e/o le tecnologie che si hanno a disposizione, da sole non fanno un giornalista, né buono né cattivo. In Italia non esiste un dibattito scientifico-culturale compiuto su che cosa significhi insegnare giornalismo, ma sarebbe ora di aprirlo.
Non se ne parla in università? Sì, con gli allievi ne discutiamo spesso e volentieri; senza eccessi di democrazia, almeno spero; ma qualche volta arrivano anche da loro suggerimenti importanti. Con i colleghi quasi mai, ahimé. Quando ci incontriamo siamo pressati da mille cose tecniche, regole, quadri di indirizzi eccetera. Nessuno studia se non per conto suo, nessuno si confronta con il resto del mondo salvo, sempre, per iniziative o esperienze personali.

Giuseppe Smorto (Repubblica) – Io penso che un giornalista sia bravo indipendentemente dallo strumento che usa, dal medium su cui scrive. Internet ha certamente ringiovanito la professione, ma non o non solo in senso anagrafico: conosco sessantenni che twittano e quarantenni chiusi nella loro corporazione.
Per fare il direttore – almeno in Italia, l’unica situazione che conosco bene – serve anche tanta esperienza. Al momento non riesco ad immaginare un direttore giovane che arrivi dalla Rete, perché uno che arriva dalla Rete non conosce il giornale di carta, e il giornale di carta è il baricentro di una’azienda editoriale, se pensiamo a Repubblica, Corriere, Stampa, Messaggero, Sole 24 Ore, Gazzetta.
Fra dieci anni non so. Quello che so di sicuro che se i giornalisti quarantenni che si sentono al sicuro nella carta non si rimettono a studiare, rischieranno fra qualche anno di essere sovrastati dai più giovani, che sanno lavorare in modo multimediale, e hanno anche tanta ma tanta fame.

Claudio Somazzi (Applix) – La storia insegna che nei momenti di difficoltà, nelle grandi crisi, c’è la grande occasione di cambiare. E i grandi cambiamenti richiedono solo l’incoscienza del sogno. Chi oggi ha 30 o 40 anni ha anche l’esperienza necessaria per regalare al sogno la concretezza di Google, la ‘follia ragionata’ della startup, la ‘semplicità’ della collaborazione wiki, la determinazione di chi ha ricevuto in eredità dai propri padri un mondo peggiore di quello che loro hanno ricevuto dai loro padri.
La rivoluzione è in atto. Noi spingiamo. Vediamo se il ‘tappo’ salta. E comunque a 30 anni Page e Brin avevano lanciato Google, Zuckerberg aveva trasformato Facebook in una della nazione più grandi del pianeta e Jobs aveva già venduto Apple 2. Forse il Corriere non è così complesso… Coraggio!

Saul Stucchi (Alibi Online) – In questo caso concordo con Mieli: nessuna speranza per i giovani sulla carta stampata. Postilla: neppure per i meno giovani. Nessuna speranza per la carta stampata in sè… Cerco di convincermi che questa grande crisi (più che confusione) sotto il cielo abbia degli aspetti positivi, che liberi immaginazione e sia levatrice del futuro, ma non ci riesco granché. Ma lagnarsi non serve a nulla. Dunque continuo a scrivere. Gratis.

Giancarlo Vergori

Giancarlo Vergori (Matrix) – Non conoscevo la storia di Albertini, ma credo fosse un “fenomeno”. Ci si ricorda di lui ma non di altri. Intendo: quanti altri giovani hanno avuto in mano una responsabilità del genere? Quindi penso che sia stato un caso e non un frutto di un processo generazionale o strutturale.
Detto ciò, credo che sia difficile poter affidare a un giovane “normale” una grande responsabilità. Sia sulla stampa offline che su quella online.
Pensiamo a Zuckerberg; oggi ha un grande impero, è una persona geniale, ha creato un servizio unico; però ha dovuto imparare a fare l’amministratore delegato, con molte difficoltà e creando non pochi problemi all’azienda. Quali soci gli avrebbero mai dato una responsabilità del genere se l’azienda non fosse stata sua?
In sintesi: Internet e il web sono certamente un settore industriale in continua crescita, bisogna conoscerli, usarli e comprenderli. Equesto è più facile per un giovane che per una persona matura. Quindi questo settore è più appetibile per i giovani, è nel loro dna, dà sfogo alla loro creatività, ha pochi “paletti” ed è tutto ancora da inventare.
Riguardo a Mieli penso che la sua sia più che altro una provocazione. Anche Page e Brin, quando Google ha assunto una struttura societaria importante, hanno avuto bisogno di un “vecchietto” come Eric Schmidt per assicurare la buona gestione dell’azienda e la stabilità.

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November 20th, 2011 at 8:59 pm

Direttore del Corriere della Sera a 29 anni

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Alla direzione del primo quotidiano italiano, il Corriere della Sera, è stato nominato un 29enne: un giovane di belle speranze ma con poca esperienza. Laureato in giurisprudenza a Torino con una tesi sulla “Questione delle otto ore di lavoro”, qualche articolo scritto sui giornali torinesi per mantenersi agli studi, otto mesi passati a Londra ad approfondire i temi giuslavoristici nel mercato anglosassone. Nella capitale inglese entra in contatto con il Times, di cui apprezza il modo austero e rigoroso di fare informazione. Tornato in Italia, collabora con la Stampa di Torino, poi gli viene offerta la direzione di una piccola rivista bancaria, Credito e cooperazione. Qui conosce un industriale socio del Corriere della Sera che lo fa assumere al giornale come segretario di redazione. È un vero colpo di fortuna: in soli quattro anni, da segretario diventa direttore editoriale e sei mesi dopo direttore responsabile.

Tranquilli, non è il primo passo della rivolta contro la gerontocrazia, auspicata dai giovani indignados. È la storia di Luigi Albertini, direttore del Corriere della Sera dal 1900 al 1925.

L’hanno raccontata ieri sera Piergaetano Marchetti, Flavio Cammarano, Simona Colarizi, Enrico Decleva e Paolo Mieli, all’incontro organizzato dalla Fondazione Corriere della Sera per rievocare la figura del grande direttore del primo Novecento.

Nel giro di 11 anni Albertini portò il Corriere da 30mila a 500mila copie, una cifra mostruosa per quell’epoca, considerato l’analfabetismo e la povertà che affliggevano l’Italia.

Viene spontanea una domanda: un giovane di 29 anni oggi potrebbe essere nominato direttore del Corriere della Sera?

Paolo Mieli ammette onestamente che è impossibile: “Sono diversi decenni che gli editori dei grandi giornali vogliono andare sul sicuro e non sono disposti a scommettere su una giovane promessa. Oggi non c’è proiezione verso il futuro. Si rischia di meno, ma così non si costruisce qualcosa destinato a durare nel tempo, come fecero gli editori al tempo di Albertini”.

Niente speranze per i giovani quindi? “Sulla carta stampata no”, risponde Mieli. “I veri giornali di oggi, quelli su Internet, sono invece affidati a trentenni. Lì c’è la vita e la speranza”.

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November 18th, 2011 at 10:26 am

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50 anni di Columbia Journalism Review

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La Columbia Journalism Review, una delle più accreditate voci mondiali del giornalismo critico, festeggia i suoi primi 50 anni con un numero speciale dedicato alle trasformazioni che la professione giornalistica ha vissuto dal 1961 a oggi.

Il sito della rivista, familiarmente chiamato CJR, pubblica i principali articoli, a cominciare dall’editoriale del primo numero in cui gli Editors spiegano perchè la Columbia University’s Graduate School of Journalism – già all’epoca uno dei templi mondiali di quella relagione laica chiamata giornalismo, officiata nel grande palazzo vittoriano sulla 116esima strada di New York – decide di fondare un suo organo di informazione e di seguire passo a passo i cambiamenti del mondo dei media.

Con la capacità di sintesi e la concretezza tipica delle scuole americane, il sito riassume la storia di questi 50 anni in una serie di numeri. Ecco quelli più significativi:

Negozi di macchine per scrivere e servizi di assistenza a Manhattan:
341 (1961)
320 (1986)
25 (2011)

Negozi di computer e servizi di assistenza a Manhattan:
0 (1961)
74 (1986)
300 (2011)

Quotidiani su carta pubblicati negli Stati Uniti:
1.761 (1961)
1.676 (1985)
1.387 (2009)

Numero di computer connessi a Internet negli Stati Uniti:
2 (1969)
3.500 (1986)
660.000.000 (2011)

Costo di un megabyte di memoria in dollari:
38.600.000 (1960)
378 (1986)
0.014 (2011)

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November 16th, 2011 at 7:36 pm

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L’orribile Cattelan in edicola con il Corriere

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Questa sera, in occasione dell’inaugurazione della retrospettiva Maurizio Cattelan: All al Guggenheim Museum di New York, viene presentato Abitare Being Cattelan, un numero fuori collana di Abitare, interamente dedicato all’artista italiano.

Il Corriere della Sera distribuisce il mensile allegato all’edizione di domani. Così anche gli italiani (almeno quelli che acquisteranno il quotidiano) potranno inorridire di fronte alla copertina che riproduce l’ultima provocazione “artistica” di Cattelan. Niente bambini impiccatiti, papi uccisi da meteoriti o scoiattoli suicidi: questa volta la vittima è un piccolo canarino con le ali mutilate da un grosso paio di forbici.

Il numero speciale di Abitare ricostruisce “l’articolato processo che porta alla costruzione dell’immagine come esito finale”. Come si spiega nella presentazione, la “soluzione finale” del canarino sarebbe l’espressione di “una mediazione culturale che coinvolge l’artista come intellettuale, interprete di una committenza, ma soprattutto artefice e regista di una visione del mondo che diventa realtà costruita”.

Curato da Paola Nicolin, con le foto di Pierpaolo Ferrari, Abitare Being Cattelan presenta il “Cattelan pensiero” da una prospettiva ravvicinata, per mettere in luce gli ingranaggi della sua macchina produttiva, studiare dall’interno la struttura e i ritmi di un cervello che non si ferma mai.

E se non lo capite peggio per voi.

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November 14th, 2011 at 8:19 pm

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