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Dietro al nuovo quotidiano Pagina99 ci sono due finanzieri e un editore appassionato di Kerouac

Un nuovo quotidiano sta per nascere, non solo online ma – udite, udite – anche di carta. Si chiama Pagina99 e vedrà la luce nei prossimi giorni, prima sul web poi in edicola.

Qualche assaggio si può trovare sul blog Aspettando Pagina99, aperto all’inizio dell’anno come anticipazione del futuro giornale. Un’usanza che ha ormai preso piede, come dimostrano i precedenti del Fatto, di Wired.it e Linkiesta. Il blog anticipa in una sorta di manifesto la filosofia e le caratteristiche della nuova testata: “un laboratorio di giornalismo che vuole innovare linguaggi, modi e pratiche, destinato a chi vuole cambiare le cose a partire dall’informazione”.

Il sito web fornirà gli aggiornamenti e gli approfondimenti in un nastro continuo; il quotidiano cartaceo uscirà dal martedì al venerdì con una foliazione agile di 16 pagine, mentre il sabato uscirà un’edizione weekend di 56-64 pagine; infine ci sarà un’edizione per tablet e smartphone.

Una foto simbolo della nuova avventura editoriale di Pagina99

Una foto simbolo della nuova avventura editoriale di Pagina99

La nuova testata sarà diretta da Emanuele Bevilacqua, Roberta Carlini e Jacopo Barigazzi. La casa editrice è la Finam Media, società fondata da Bevilacqua, assieme con Mario Cuccia e Guido Paolo Gamucci. Ma vediamo qualche particolare in più sui sei protagonisti di questa nuova avventura editoriale.

Bevilacqua, socio di minoranza della Finam Media, è stato amministratore delegato del Manifesto e poi del settimanale Internazionale, incarico che ha lasciato nel 2013. 60 anni, salernitano, un diploma in giornalismo all’università di Urbino nel 1977 e un master in business management alla California University nel 1986, ha lavorato come manager al Gruppo Espresso e alla Giunti, contribuendo alla progettazione di diversi periodici, tra cui Darwin, Limes, Il Giudizio Universale, Colors, Micromega. Insegna marketing dei media all’università di Lugano ed è autore di diversi libri, di cui tre su Kerouach e la beat generation, la sua grande passione: Beat & Be Bop, Album Beat e Estate di Yul.

Roberta Carlini, giornalista economica, è stata condirettore del Manifesto dal 1998 al 2003; dal 2004 collabora con l’Espresso e con diverse altre riviste. Ha partecipato alla nascita di due web magazine, Sbilanciamoci.info e inGenere.it, e ha scritto alcuni libri, l’ultimo pubblicato nel 2012 da Laterza, L’economia del noi, dedicato all’economia solidale.

Jacopo Barigazzi, anche lui giornalista economico, ha lavorato alla Reuters e all’Adnkronos e collaborato con il Corriere della Sera, Il Sole 24 Ore e Newsweek, ma soprattutto è stato tra i fondatori (e caporedattore) di Linkiesta. Ha collaborato anche con VeDrò, il pensatoio trasversale promosso da Enrico Letta.

Mario Cuccia non è parente dell’Enrico fondatore di Mediobanca, ma proviene anche lui dal modo bancario e finanziario: è stato ai vertici di RasBank (gruppo Allianz) e di Banca Fideuram e ha lavorato nella multinazionale della consulenza McKinsey. In Finam Media investe a titolo personale.

Guido Paolo Gamucci è stato partner del fondo internazionale di private equity Permira e ha investito in startup tecnologiche, come Klikkapromo.it, motore di ricerca specializzato nelle promozioni dei supermercati.

Nel suo blog-anticipazione, Pagina99 fa alcune promesse impegnative: “concentrerà le sue inchieste sulle rendite, le lobby, le diseguaglianze e tutti quei fattori che frenano sviluppo, creatività e redistribuzione e più in generale cristallizzano una società sempre meno democratica e sempre meno giusta; lancerà una gara di idee su quel che si può fare per rompere l’immobilismo italiano a tutti i livelli; aprirà le sue pagine al mondo con curiosità e profondità”. Tutto ciò, puntando “sull’affidabilità dei numeri, con processi di verifica incrociata delle notizie e un forte coinvolgimento dei lettori”.

In redazione ci sono molti giovani, di cui tre arrivati da Linkiesta assieme a Barigazzi: Nicolò Cavalli (economia), Lorenzo Dilena (economia) e Giuseppe Alberto Falci (politica). Dall’Espresso arriva Domenico Lusi, dal Fatto Quotidiano Marco Filoni (cultura), dal Manifesto Marina Forti e Francesco Paternò, da Europa Cristiana Raffa; ci sono poi Giorgio Casadio (ex Repubblica), Enrico Pedemonte (ex Espresso), Astrit Dakli (già corrispondente da Mosca del Manifesto) e il caporedattore Martino Mazzonis (che ha collaborato come freelance per diversi quotidiani italiani dagli Usa). Tra le firme da segnalare anche Alessandro Robecchi, già direttore dei programmi di radio Popolare (dove curava la storica rubrica satirica ‘Piovono pietre’), che collabora anche con il Fatto.

Il nome del nuovo giornale è ispirato a una frase di Kerouac, che si trova a pagina 99 di ‘Sulla strada’ (‘On the Road’ in inglese): “e fu allora che cominciò la mia avventura”. Valutare un libro dalla sua novantanovesima pagina è un vecchio gioco di società, inventato secondo Wikipedia dallo scrittore inglese Ford Madox Ford.

Il processo produttivo dei giornali tradizionali è morto per sempre, dice il direttore del Financial Times

La fine è vicina per i giornali tradizionali, scrivevamo sull’ultimo post. Che non fosse una previsione azzardata lo dimostra, a distanza di pochi mesi, la lettera ormai famosa che Lionel Barber, direttore del Financial Times, ha inviato ai suoi redattori per illustrare i grandi cambiamenti che il quotidiano economico si prepara ad affrontare.

Lionel Barber, Andrea Mitchell, Alan Greenspann

Lionel Barber, direttore del Financial Times, con Andrea Mitchel, giornalista, e Alan Greenspann, ex governatore della Federal Reserve.

“In primo luogo”, scrive Barber, “va detto che è morto per sempre il processo produttivo del giornale mutuato dagli anni ’70. In futuro, il giornale cartaceo deriverà dal web e non viceversa. Il nuovo Financial Times cartaceo sarà prodotto da un piccolo team specializzato che lavorerà a fianco di un più folto team integrato e dedicato a tempo pieno al web”.

“Per la prima volta, l’anno scorso i nostri abbonamenti online hanno superato la diffusione cartacea”, ricorda Barber. “Oggi abbiamo oltre 100mila abbonamenti digitali in più del totale delle copie vendute. Ma non è il momento di fermarsi. Diventa più forte che mai la concorrenza tra chi meglio si adatta a un ambiente dove è normale informarsi sui desktop, sugli smartphone e sui tablet. Il ritmo del cambiamento, guidato dalla tecnologia, è implacabile”.

Barber conclude la sua lettera con un ringraziamento ai giornalisti e con una nota ottimistica: “Voglio ringraziare tutti i giornalisti del Financial Times per la loro dedizione alla causa. Questi sono tempi difficili. Ma se affrontiamo nel modo giusto il cambiamento e innoviamo, continueremo a produrre giornalismo di livello mondiale, che è ciò di cui siamo tutti orgogliosi”.

Giornali: la fine è vicina

Cosa uscirà dallo tsunami digitale che ha colpito l’industria editoriale? Su questa domanda si sono confrontati, il 26 febbraio a Milano, esperti, aziende e istituzioni al convegno sui “Digital frontrunners” organizzato da Fedoweb. Ecco una sintesi delle posizioni emerse dal dibattito.

Il mondo dell’editoria è di fronte a un cambiamento epocale, a una rivoluzione dei modelli di business simile a quella vissuta dal mondo dell’informatica negli anni scorsi. Chi non ha saputo cambiare, come ha fatto ad esempio Ibm, ha chiuso.
Elserino Piol (Fedoweb)

I giornali di carta sopravviveranno, ma solo come prodotti di nicchia, a prezzo elevato e con una forte caratterizzazione, destinati a un numero limitato di persone.
Claudio Giua (Gruppo Espresso)

In Europa diversi editori ricavano dal digitale già il 40-50% del loro fatturato contro il 5-10% degli editori italiani (Rcs è al 14%). Per raggiungere questo risultato gli editori tedeschi, francesi e inglesi hanno speso un sacco di soldi comprandosi tutti i business digitali complementari con i propri brand. Alcuni editori tedeschi hanno investito un paio di miliardi per fare innovazione: combattono i giganti americani di Internet a livello regolatorio ma fanno anche molta innovazione. Noi invece investiamo poco in innovazione, malgrado l’Italia sia uno dei paesi più ricchi del mondo.
Enrico Gasperini (Audiweb-Digital Magics)

I ricavi del settore editoriale sono calati nel 2012 del 2,2%; quelli della pubblicità del 5,7%. È opinione diffusa che la pubblicità non tornerà più ai livelli precedenti la crisi.
Cresce invece la somma dei lettori su carta e degli utenti digitali: mai come oggi l’informazione è stata così pervasiva. Eppure per i giornali non c’è un ritorno economico sufficiente a causa della crisi del modello di business editoriale e per la concorrenza scorretta degli operatori digitali.
Il Corriere della Sera e Repubblica assieme hanno raccolto circa 80 milioni di pubblicità nel 2012; Google dieci volte tanto: 700-900 milioni a costi molto inferiori. Grazie al real time bidding la pubblicità digitale di Google crescerà al ritmo del 59% all’anno fino al 2016. E YouTube copre oltre il 90% della fruizione di video (la pubblicità video è quella più efficace e di gran lunga la più richiesta dagli inserzionisti, ha detto Gasperini: ndr).
Ci sono regole che favoriscono gli operatori extra Ue. Google sfrutta la sua posizione dominante per indirizzare i mercati. Google non paga le stesse tasse delle imprese editoriali. Google usa i dati degli utenti ma non li condivide con chi li ha prodotti. Google non retribuisce l’uso ei contenuti giornalistici coperti da diritti (la riga di titolo e le due righe di testo riportate dai risultati del motore di ricerca: ndr).
Claudio Giua (Gruppo Espresso)

Il problema di Google non può essere risolto dall’Agcom, perché non c’è una legge (che impedisca i comportamenti denunciati da Giua: ndr). La questione del diritto d’autore va affrontata in altro modo. La soluzione proposta da Hollande non mi sembra la via maestra da seguire. Ci vorrebbe una legge nuova, ma visti i risultati delle elezioni credo che le speranze siano molto poche.
Per quanto riguarda i contenuti caricati dagli utenti sul web, che secondo qualcuno violerebbero la proprietà intellettuale, bisogna distinguere: un video può essere di tre secondi o di un’ora, un film integrale o una piccola citazione, ad alta risoluzione o a bassa risoluzione, ecc. La legge non è l’unica soluzione in casi come questi. Bisognerebbe anche utilizzare strumenti tecnologici adeguati per l’enforcement di alcune regole.
Maurizio Decina (Agcom)

Internet si è sviluppato perché era libero, con poche regole. Mettere più regole è un rischio.
Elserino Piol (Fedoweb)

Lettori dei giornali online: ha ragione Audipress o Audiweb?

Quante persone leggono i giornali su carta e quante leggono i giornali online? La domanda è semplice, ma trovare la risposta giusta non è altrettanto semplice. In Italia ci provano due rilevazioni: Audipress per la carta stampata e Audiweb per l’online. Con risultati a volte sconcertanti.

Prendiamo gli ultimi dati di Audipress, relativi al terzo trimestre 2011. Le tabelle diffuse dalla società di ricerca indicano, per ogni testata, il numero di lettori nel giorno medio, calcolato sulla base di una rilevazione campionaria. Inoltre indicano quanti di questi lettori consultano anche il sito web della testata.

Consideriamo ad esempio il Corriere della Sera. Dalle tabelle di Audipress risulta che il quotidiano è letto in media da 3 milioni 430mila persone al giorno. Tra queste, 680mila frequentano anche Corriere.it, cioè il 20% circa. Il restante 80% di lettori non va su Internet oppure, se ci va, fa altre cose o legge altri giornali online.

Secondo Audiweb, in dicembre Corriere.it è stato visitato in media da 1 milione 234mila persone al giorno. Confrontando i risultati delle due rilevazioni, potremmo concludere che il 55% dei visitatori del sito legge anche il giornale su carta. Le restanti 554mila persone non leggono giornali su carta oppure, se li leggono, preferiscono testate diverse dal Corriere.

Fin qui il discorso regge e i dati sembrano plausibili. Ma consideriamo un altro giornale: la Gazzetta dello Sport, primo quotidiano italiano secondo Audipress con i suoi 4 milioni 377mila lettori al giorno. Di questi, 607mila frequentano anche Gazzetta.it, dice Audipress. Però, secondo Audiweb, il sito della Gazza è visitato ogni giorno solo da 543mila persone. Evidentemente i conti non tornano.

Quello della Gazzetta dello Sport non è l’unico dato incongruente. Anche per la Gazzetta del Mezzogiorno, il Mattino, il Messaggero e altre testate si verifica lo stesso fatto curioso: il numero di visitatori dei siti di questi giornali che, secondo Audipress, sono anche lettori delle rispettive testate cartacee supera il numero totale degli utenti degli stessi siti rilevato da Audiweb. Saranno gonfiati i dati di Audipress oppure sottostimati quelli di Audiweb?

E se dicessimo basta ai contributi per giornali che nessuno legge?

Una lectio davvero magistralis quella tenuta qualche giorno fa da Carlo De Benedetti, presidente del Gruppo Editoriale l’Espresso, all’Università di Palermo. Magistrale soprattutto la sua franchezza sulla scottante questione dei contributi pubblici a giornali di partito. “Togliamo il finanziamento all’editoria che non sta in piedi da sola”, ha auspicato De Benedetti. “In un momento di difficoltà del Paese non si tengono in piedi i morti. Bisogna lasciare campo libero all’editoria sana, i partiti se la paghino loro, hanno già il rimborso elettorale”.

Carlo De Benedetti

Parole chiare, che non sono però piaciute alla Fnsi. Forse per una sorta di riflesso condizionato la federazione dei giornalisti ha subito ribattuto che “la mano pubblica ha il dovere, laddove sia sua responsabilità, di impedire la scomparsa di voci dell’informazione o, peggio, provocare suicidi assistiti”.

Fare tabula rasa della questione contributi non è una soluzione facilmente praticabile neppure per un governo decisionista e svincolato dalle logiche di partito come quello di Mario Monti. Il nuovo sottosegretario alla presidenza del consiglio con delega per l’editoria, Paolo Peluffo, si è preso ancora un po’ di tempo prima di varare nuove norme in materia. Ma ha già anticipato che non si finanzieranno più giornali che non si vendono. “Occorre stabilire come priorità il criterio dell’occupazione e favorire lo sviluppo dell’online”, ha affermato Peluffo. In effetti non si capisce perchè il diritto di esprimere le proprie opinioni i partiti lo debbano per forza esercitare sulla costosa carta stampata e non invece su un mezzo sicuramente più accessibile ed economico come la rete digitale.

Della necessità di mettere ordine nei finanziamenti a giornali di partito & company si parla da anni (vedi questo post di Ipse Blog del 2005), ma le pressioni esercitate dai diretti interessati e dai loro protettori politici sono sempre riuscite finora a evitare che questi contributi (150 milioni di euro nel 2010) fossero aboliti o drasticamente ridotti.

Sul fronte degli abolizionisti stanno ovviamente i giornali che non godono delle sovvenzioni, come il Fatto Quotidiano, che non manca occasione per rivendicare questo suo merito. Suscitando l’irritazione dei concorrenti foraggiati dalla Stato. Come l’Unità, il cui direttore Claudio Sardo ha evidenziato, in un tagliente corsivo pubblicato il 17 gennaio, le contraddizioni del direttore del Fatto Antonio Padellaro, che quando dirigeva l’Unità (dal 2000 al 2006) era uno strenuo difensore del finanziamento pubblico, visto come uno strumento essenziale per la libertà di espressione e la democrazia.

Tesi questa che non convince i giornali indipendenti che non percepiscono contributi statali. Il direttore dell’Adige, Pierangelo Giovannetti, ribatte ad esempio: “L’abrogazione dei contributi è un’operazione di equità e di giustizia verso tutti gli altri quotidiani e periodici che debbono stare sul mercato con le proprie forze. Spacciare il mantenimento dei sussidi statali come una battaglia di pluralismo è una mistificazione, perché incoraggia il mantenimentio di giornali inconsistenti, che nella maggior parte dei casi non legge nessuno”.

Parole difficilmente contestabili: basta scorrere gli otto elenchi dei beneficari dei contributi, pubblicati dal Dipartimento per l’informazione e l’editorial della presidenza del consiglio, per rendersene conto.

Come osserva il giurista Guido Scorza, è un fiume di denaro di cui si fa fatica a seguire le tracce fino ai reali beneficiari: i soci degli editori e, spesso, delle cooperative giornalistiche che si nascondono dietro ai nomi delle società editrici.

Nel primo elenco, quotidiani editi da cooperative di giornalisti, la testata che riceve più contributi dopo il Manifesto (3 milioni 745mila euro) è L’Avanti (2 milioni 530mila), diretto da quel Valter Lavitola noto alle cronache come faccendiere latitante; fondi questi ultimi che sarebbero finiti nelle tasche del senatore del Pdl Sergio De Grogorio, di cui la magistratura ha chiesto il rinvio a giudizio per truffa in concorso con Lavitola.

Nel secondo elenco (quotidiani editi da imprese editrici che fanno capo a cooperative, fondazioni o enti morali) ci sono, oltre a note testate come l’Avvenire (5 milioni 871mila euro) e Italia Oggi (5 milioni 263mila), anche giornali sindacali come Scuola Snals (1 milione 716mila), presente anche su Internet in versione pdf (l’ultimo numero è dell’ottobre 2011).

Vengono poi cinque quotidiani italiani editi all’estero (primo è il Corriere Canadese con 1.446mila euro), seguiti dai giornali delle minoranze linguistiche, come Primorsky Dnevnick (1.897mila euro) e Dolomiten (1.568mila euro).

Passando ai periodici, si scoprono nomi di testate d’informazione come Carta, Left, Rassegna Sindacale, Tempi, Trenta Giorni, ma anche riviste specializzate in musica (Jam, Mucchio Selvaggio, Suono Stereo Hi-Fi, Chitarre), turismo (Mare e Monti) e motori (Motocross).

Il sesto elenco riguarda i classici organi di partito: L’Unità (6 milioni 377mila euro), La Padania (3 milioni 896mila), Europa (3 milioni 527mila), Liberazione (3 milioni 340mila), tutti in difficoltà o a rischio chiusura.

Vengono poi le testate di partito trasformatesi in cooperative prima del 2002, tra cui Il Foglio (3 milioni 441mila euro), Il Denaro (2 milioni 455mila) e Opinione delle libertà (2 milioni).

Infine, l’elenco più lungo, quello dei periodici di cooperative o enti morali, dove in testa figura a sorpresa la rivista Sprint e Sport (506mila euro), settimanale del calcio giovanile e dilettanteso piemontese e lombardo, seguito dai semisconosciuti Quaderni di Milano, un settimanale free che in realtà sembra chiamarsi On The Road e che ha ricevuto 312mila euro.

Vedremo quante di queste testate sopravviveranno con le nuove regole sui finanziamernti che il governo sta per varare.

Nel frattempo vale la pena di leggere, sul caso Manifesto, il contributo controcorrente di un noto blogger, Leonardo Tondelli, che scrive anche per l’Unità. Il titolo è: Manifesto del conservatore di sinistra (ispirato alle considerazioni di Francesco Piccolo sul conservatorismo del ceto medio riflessivo).

Arianna Huffington debutta a Parigi (poi tocca all’Italia)

Sarà Anne Sinclair il direttore editoriale dell’edizione francese dell’Huffington Post, che debutta su Internet lunedì 23 gennaio. Una inattesa rentrée (le voci delle scorse settimane non erano mai state confermate) per la moglie di Dominique Strauss-Kahn, l’ex direttore del fondo monetario internazionale e candidato socialista alla presidenza della repubblica francese, travolto lo scorso maggio dalla denuncia di stupro e aggressione ai danni di una cameriera dell’hotel Sofitel di Manhattan.

Anne Sinclair con il marito, Dominique Strauss-Kahn

L’HuffPo francese nasce grazie a una partnership tra l’Huffington Post Media Group di Arianna Huffington – che dal febbraio 2011 fa parte del gruppo Aol – e la casa editrice di Le Monde. Direttore del nuovo giornale online è David Kessler, 52 anni, già direttore (dallo scorso maggio) della rivista culturale lesinRocks (Les Inrockuptibles), oltre che direttore generale del Consiglio superiore del settore audiovisivo e del Centro nazionale di cinematografia e aver diretto la stazione televisiva France Culture. Un uomo di cultura, quindi, politicamente impegnato a sinistra: tra l’altro è anche consigliere per l’educazione e la cultura del sindaco di Parigi Bertrand Delanoë (Psa).

Politicamente impegnato anche il caporedattore dell’HuffPo francese, il trentenne Paul Ackermann. Già giornalista della rivista svizzera L’Hebdo, dove si occupava di problemi sociali, Ackermann è stato tra gli autori del BondyBlog, dedicato alle violenze urbane del 2005 nelle banlieu parigine; dal 2007 ha lavorato per il sito d’informazione 20minutes.fr come responsabile del giornalismo partecipativo, il cosiddetto citizen journalism.

In contemporanea con l’edizione francese l’Huffington Post debutta anche nel Quebec. Poi sarà la volta dell’Italia.

Colors è proprio una rivista di m.

Se c’è una rivista che si non si fa influenzare dallo spirito natalizio – i buoni sentimenti, l’estetica artificiale delle luminarie e degli zampognari – è Colors, il mensile sui mille colori del mondo globalizzato, pubblicato a Treviso da Fabrica, il centro ricerca sulla comunicazione del gruppo Benetton. L’ultimo numero del 2011 è dedicato a un tema che più lontano dallo spirito natalizio non si può: la merda, per gli inglesi shit.

Ideato nel 1991 da Oliviero Toscani e dall’art director Tibor Kalman, Colors ha mantenuto in questi anni lo spirito irriverente, anticonformista e provocatorio del grande fotografo.

Il numero 82 della rivista affronta il tema degli escrementi con l’occhio un po’ naif e l’atteggiamento concreto e positivo che ha sempre contraddistinto Colors. Si parla degli aspetti sanitari, delle norme igieniche e degli altri accorgimenti per evitare la contaminazione di cibi e bevande, degli usi e costumi nei vari Paesi, dai gabinetti improvvisati dei villaggi africani alle supertecnologiche toilette giapponesi. Il tutto illustrato con “belle” foto e disegni.

“Cool. I want to read this shit!” è il commento di un utente del sito. Leggetelo: non ve ne pentirete.

Italic e le religioni dei nuovi italiani

Le tante forme di religiosità in Italia: è il tema – in linea con lo spirito natalizio – scelto da Italic per il numero di dicembre. In un paese multietnico come è ormai il nostro, i vecchi culti si trasformarmano e fioriscono nuove forme di religiosità. La rivista diretta da Luca Ballarini e Vittorio Pasteris è andata a scovare quelle più insolite e originali: dagli immigrati Tamil che a Palermo hanno abbracciato il culto di Santa Rosalia (e ora la messa parla anche la loro lingua), ai 50mila cittadini italiani di religione musulmana, che vivono la fede islamica fra incomprensioni e volontà di integrazione.

Italic fa anche qualche interessante puntata all’estero: in Brasile, dove la Chiesa di Dio promette di scacciare il demonio a pagamento, e in Africa dove molte persone lasciano il cattolicesimo per rivolgersi a chiese evangeliche e pentecostali.

Tra gi altri temi dell’ottavo numero di Italic: Tel Aviv, la città israeliana patrimonio dell’Unesco (molti degli architetti impegnati a restaurarla sono italiani o hanno studiato da noi); lo stile africano che sta conquistando l’alta moda (con magazine di qualità, firme emergenti e bravi fotografi); e la storia di Giulia Salvadori, una line producer che scova e vende set cinematografici per i film di Bollywood ambientati in Italia.

La borghesia stracciona del Giornale

A chi si rivolge il Giornale della novella era post berlusconiana? Non alla borghesia illuminata degli odiati salotti progressisti milanesi, ma neppure alla borghesia conservatrice o apertamente reazionaria che ha sempre considerato i palchi alla Scala il palcoscenico della propria mondanità.

La prima pagina dell’8 novembre addita al pubblico ludibrio i ricchi governanti in posa sul palco reale alla prima del Convitato di Pietra di Mozart: il presidente Giorgio Napoletano, il premier Mario Monti (che sarà ricordato come il primo presidente del consiglio ad aver rinunciato al suo compenso) e il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, con le relative consorti.
Sono loro i nuovi nemici individuati da Vittorio Feltri e Alessandro Sallustri: gli sciuri in smoking e le sciure ingioiellate e impellicciate a cui tirare pomodori e uova marce. Esattamente come facevano, quarant’anni fa, i ragazzi del movimento studentesco di Mario Capanna, ora convertitosi a battaglie non meno inconsistenti, come quella contro la polenta geneticamente modificata.
Il nuovo referente del Giornale sembra una lumpenbourgeoisie che è l’altra faccia della medaglia di quel lumpenproletariat in nome del quale nel mitico ’68 ci si scagliava contro i simboli del potere. Una borghesia stracciona, ribellista e piagnona che si dispera per un ritocco di 9 centesimi delle accise sulla benzina – deciso dal governo nell’ambito della megamanovra “per salvare il Paese” (“Benzina sul fuoco” titolava a caratteri cubitali Libero il 7 dicembre) – e non batte ciglio, invece, per i lucrosi aumenti incamerati dai petrolieri a ogni variazione dei prezzi internazionali dei carburanti.
Sarà questa lumpenbourgeoisie a risollevare la diffusione del Giornale, in caduta libera da tempo? E a fornire la base elettorale del nuovo partito dei cento fedelissimi pretoriani da portare alle Camere nel 2013, vagheggiato da Berlusconi?

Segnali di vita dal mondo digitale

L’editore di The Atlantic, storico mensile americano, dichiara che per la prima volta i ricavi online hanno superato quelli della carta. Ne parla Mediadecoder uno dei blog del New York Times: At 154, a Digital Milestone.

A proposito del New York Times, il presidente della casa editrice, Arthur Sulzberger, spiega come la strategia multimediale e multipiattaforma ha fatto risorgere il quotidiano che due anni fa era sull’orlo del fallimento. Sulzberger ne ha parlato in un discorso a Polis, forum nato per iniziativa del Department of Media and Communications e del London College of Communication.

Tornando al di là dell’Atlantico, Connect Tv, start up statunitense specializzata nella condivisione dei programmi tv, ha siglato accordi con una decina di gruppi televisivi Usa e oggi raggiunge 76 milioni di persone. La fruizione della tv avviene sempre più in modo social, via Internet: gli spettatori online possono condividere i propri programmi preferiti, commentarli con gli amici mentre li guardano, eccetera. Una nuovo modo di guardare la tv che – c’è da scommettere – presto arriverà anche in Italia.

Mc Kinsey ha pubblicato uno studio sull’impatto di Internet sulla crescita economica che i nosti governanti, sempre distratti quando si tratta di investire nel digitale, dovrebbero leggersi e meditate. Il titolo è The great transformer, sottotitolo: The impact of the Internet on economic growth and prosperity.