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Giornali: la fine è vicina

Cosa uscirà dallo tsunami digitale che ha colpito l’industria editoriale? Su questa domanda si sono confrontati, il 26 febbraio a Milano, esperti, aziende e istituzioni al convegno sui “Digital frontrunners” organizzato da Fedoweb. Ecco una sintesi delle posizioni emerse dal dibattito.

Il mondo dell’editoria è di fronte a un cambiamento epocale, a una rivoluzione dei modelli di business simile a quella vissuta dal mondo dell’informatica negli anni scorsi. Chi non ha saputo cambiare, come ha fatto ad esempio Ibm, ha chiuso.
Elserino Piol (Fedoweb)

I giornali di carta sopravviveranno, ma solo come prodotti di nicchia, a prezzo elevato e con una forte caratterizzazione, destinati a un numero limitato di persone.
Claudio Giua (Gruppo Espresso)

In Europa diversi editori ricavano dal digitale già il 40-50% del loro fatturato contro il 5-10% degli editori italiani (Rcs è al 14%). Per raggiungere questo risultato gli editori tedeschi, francesi e inglesi hanno speso un sacco di soldi comprandosi tutti i business digitali complementari con i propri brand. Alcuni editori tedeschi hanno investito un paio di miliardi per fare innovazione: combattono i giganti americani di Internet a livello regolatorio ma fanno anche molta innovazione. Noi invece investiamo poco in innovazione, malgrado l’Italia sia uno dei paesi più ricchi del mondo.
Enrico Gasperini (Audiweb-Digital Magics)

I ricavi del settore editoriale sono calati nel 2012 del 2,2%; quelli della pubblicità del 5,7%. È opinione diffusa che la pubblicità non tornerà più ai livelli precedenti la crisi.
Cresce invece la somma dei lettori su carta e degli utenti digitali: mai come oggi l’informazione è stata così pervasiva. Eppure per i giornali non c’è un ritorno economico sufficiente a causa della crisi del modello di business editoriale e per la concorrenza scorretta degli operatori digitali.
Il Corriere della Sera e Repubblica assieme hanno raccolto circa 80 milioni di pubblicità nel 2012; Google dieci volte tanto: 700-900 milioni a costi molto inferiori. Grazie al real time bidding la pubblicità digitale di Google crescerà al ritmo del 59% all’anno fino al 2016. E YouTube copre oltre il 90% della fruizione di video (la pubblicità video è quella più efficace e di gran lunga la più richiesta dagli inserzionisti, ha detto Gasperini: ndr).
Ci sono regole che favoriscono gli operatori extra Ue. Google sfrutta la sua posizione dominante per indirizzare i mercati. Google non paga le stesse tasse delle imprese editoriali. Google usa i dati degli utenti ma non li condivide con chi li ha prodotti. Google non retribuisce l’uso ei contenuti giornalistici coperti da diritti (la riga di titolo e le due righe di testo riportate dai risultati del motore di ricerca: ndr).
Claudio Giua (Gruppo Espresso)

Il problema di Google non può essere risolto dall’Agcom, perché non c’è una legge (che impedisca i comportamenti denunciati da Giua: ndr). La questione del diritto d’autore va affrontata in altro modo. La soluzione proposta da Hollande non mi sembra la via maestra da seguire. Ci vorrebbe una legge nuova, ma visti i risultati delle elezioni credo che le speranze siano molto poche.
Per quanto riguarda i contenuti caricati dagli utenti sul web, che secondo qualcuno violerebbero la proprietà intellettuale, bisogna distinguere: un video può essere di tre secondi o di un’ora, un film integrale o una piccola citazione, ad alta risoluzione o a bassa risoluzione, ecc. La legge non è l’unica soluzione in casi come questi. Bisognerebbe anche utilizzare strumenti tecnologici adeguati per l’enforcement di alcune regole.
Maurizio Decina (Agcom)

Internet si è sviluppato perché era libero, con poche regole. Mettere più regole è un rischio.
Elserino Piol (Fedoweb)