Monthly Archives: February 2012

Lettori dei giornali online: ha ragione Audipress o Audiweb?

Quante persone leggono i giornali su carta e quante leggono i giornali online? La domanda è semplice, ma trovare la risposta giusta non è altrettanto semplice. In Italia ci provano due rilevazioni: Audipress per la carta stampata e Audiweb per l’online. Con risultati a volte sconcertanti.

Prendiamo gli ultimi dati di Audipress, relativi al terzo trimestre 2011. Le tabelle diffuse dalla società di ricerca indicano, per ogni testata, il numero di lettori nel giorno medio, calcolato sulla base di una rilevazione campionaria. Inoltre indicano quanti di questi lettori consultano anche il sito web della testata.

Consideriamo ad esempio il Corriere della Sera. Dalle tabelle di Audipress risulta che il quotidiano è letto in media da 3 milioni 430mila persone al giorno. Tra queste, 680mila frequentano anche Corriere.it, cioè il 20% circa. Il restante 80% di lettori non va su Internet oppure, se ci va, fa altre cose o legge altri giornali online.

Secondo Audiweb, in dicembre Corriere.it è stato visitato in media da 1 milione 234mila persone al giorno. Confrontando i risultati delle due rilevazioni, potremmo concludere che il 55% dei visitatori del sito legge anche il giornale su carta. Le restanti 554mila persone non leggono giornali su carta oppure, se li leggono, preferiscono testate diverse dal Corriere.

Fin qui il discorso regge e i dati sembrano plausibili. Ma consideriamo un altro giornale: la Gazzetta dello Sport, primo quotidiano italiano secondo Audipress con i suoi 4 milioni 377mila lettori al giorno. Di questi, 607mila frequentano anche Gazzetta.it, dice Audipress. Però, secondo Audiweb, il sito della Gazza è visitato ogni giorno solo da 543mila persone. Evidentemente i conti non tornano.

Quello della Gazzetta dello Sport non è l’unico dato incongruente. Anche per la Gazzetta del Mezzogiorno, il Mattino, il Messaggero e altre testate si verifica lo stesso fatto curioso: il numero di visitatori dei siti di questi giornali che, secondo Audipress, sono anche lettori delle rispettive testate cartacee supera il numero totale degli utenti degli stessi siti rilevato da Audiweb. Saranno gonfiati i dati di Audipress oppure sottostimati quelli di Audiweb?

Presspass, le pagine bianche dei giornalisti su Twitter

Non è ancora ben chiaro il perché, ma è un fatto che Twitter è assai amato dai giornalisti. Tanto che ormai è quasi più facile trovarli sul sito di microblogging che in redazione. Due intraprendenti professionisti di Dubai, David Haddad e Valencio Cardoso hanno avuto l’idea di realizzare una directory internazionale per rintracciare i giornalisti di tutto il mondo proprio su Twitter.

Si chiama Presspass (come il tesserino professionale in inglese) e al momento elenca 5mila giornalisti di 250 testate in cinque Paesi: Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Irlanda e Nuova Zelanda.

L’idea di Haddad e Cardoso è quella di aiutare chiunque abbia qualcosa da segnalare ai media a farlo via Twitter, contattando direttamente il giornalista “giusto”: è meglio mandare un sintetico messaggio di 140 battute piuttosto che una prolissa email, osservano i due.

L’idea non è sbagliata. Strano che le agenzie di comunicazione, sempre pronte a subissare le redazioni di comunicati con ogni mezzo, non ci abbiano ancora pensato.

E se dicessimo basta ai contributi per giornali che nessuno legge?

Una lectio davvero magistralis quella tenuta qualche giorno fa da Carlo De Benedetti, presidente del Gruppo Editoriale l’Espresso, all’Università di Palermo. Magistrale soprattutto la sua franchezza sulla scottante questione dei contributi pubblici a giornali di partito. “Togliamo il finanziamento all’editoria che non sta in piedi da sola”, ha auspicato De Benedetti. “In un momento di difficoltà del Paese non si tengono in piedi i morti. Bisogna lasciare campo libero all’editoria sana, i partiti se la paghino loro, hanno già il rimborso elettorale”.

Carlo De Benedetti

Parole chiare, che non sono però piaciute alla Fnsi. Forse per una sorta di riflesso condizionato la federazione dei giornalisti ha subito ribattuto che “la mano pubblica ha il dovere, laddove sia sua responsabilità, di impedire la scomparsa di voci dell’informazione o, peggio, provocare suicidi assistiti”.

Fare tabula rasa della questione contributi non è una soluzione facilmente praticabile neppure per un governo decisionista e svincolato dalle logiche di partito come quello di Mario Monti. Il nuovo sottosegretario alla presidenza del consiglio con delega per l’editoria, Paolo Peluffo, si è preso ancora un po’ di tempo prima di varare nuove norme in materia. Ma ha già anticipato che non si finanzieranno più giornali che non si vendono. “Occorre stabilire come priorità il criterio dell’occupazione e favorire lo sviluppo dell’online”, ha affermato Peluffo. In effetti non si capisce perchè il diritto di esprimere le proprie opinioni i partiti lo debbano per forza esercitare sulla costosa carta stampata e non invece su un mezzo sicuramente più accessibile ed economico come la rete digitale.

Della necessità di mettere ordine nei finanziamenti a giornali di partito & company si parla da anni (vedi questo post di Ipse Blog del 2005), ma le pressioni esercitate dai diretti interessati e dai loro protettori politici sono sempre riuscite finora a evitare che questi contributi (150 milioni di euro nel 2010) fossero aboliti o drasticamente ridotti.

Sul fronte degli abolizionisti stanno ovviamente i giornali che non godono delle sovvenzioni, come il Fatto Quotidiano, che non manca occasione per rivendicare questo suo merito. Suscitando l’irritazione dei concorrenti foraggiati dalla Stato. Come l’Unità, il cui direttore Claudio Sardo ha evidenziato, in un tagliente corsivo pubblicato il 17 gennaio, le contraddizioni del direttore del Fatto Antonio Padellaro, che quando dirigeva l’Unità (dal 2000 al 2006) era uno strenuo difensore del finanziamento pubblico, visto come uno strumento essenziale per la libertà di espressione e la democrazia.

Tesi questa che non convince i giornali indipendenti che non percepiscono contributi statali. Il direttore dell’Adige, Pierangelo Giovannetti, ribatte ad esempio: “L’abrogazione dei contributi è un’operazione di equità e di giustizia verso tutti gli altri quotidiani e periodici che debbono stare sul mercato con le proprie forze. Spacciare il mantenimento dei sussidi statali come una battaglia di pluralismo è una mistificazione, perché incoraggia il mantenimentio di giornali inconsistenti, che nella maggior parte dei casi non legge nessuno”.

Parole difficilmente contestabili: basta scorrere gli otto elenchi dei beneficari dei contributi, pubblicati dal Dipartimento per l’informazione e l’editorial della presidenza del consiglio, per rendersene conto.

Come osserva il giurista Guido Scorza, è un fiume di denaro di cui si fa fatica a seguire le tracce fino ai reali beneficiari: i soci degli editori e, spesso, delle cooperative giornalistiche che si nascondono dietro ai nomi delle società editrici.

Nel primo elenco, quotidiani editi da cooperative di giornalisti, la testata che riceve più contributi dopo il Manifesto (3 milioni 745mila euro) è L’Avanti (2 milioni 530mila), diretto da quel Valter Lavitola noto alle cronache come faccendiere latitante; fondi questi ultimi che sarebbero finiti nelle tasche del senatore del Pdl Sergio De Grogorio, di cui la magistratura ha chiesto il rinvio a giudizio per truffa in concorso con Lavitola.

Nel secondo elenco (quotidiani editi da imprese editrici che fanno capo a cooperative, fondazioni o enti morali) ci sono, oltre a note testate come l’Avvenire (5 milioni 871mila euro) e Italia Oggi (5 milioni 263mila), anche giornali sindacali come Scuola Snals (1 milione 716mila), presente anche su Internet in versione pdf (l’ultimo numero è dell’ottobre 2011).

Vengono poi cinque quotidiani italiani editi all’estero (primo è il Corriere Canadese con 1.446mila euro), seguiti dai giornali delle minoranze linguistiche, come Primorsky Dnevnick (1.897mila euro) e Dolomiten (1.568mila euro).

Passando ai periodici, si scoprono nomi di testate d’informazione come Carta, Left, Rassegna Sindacale, Tempi, Trenta Giorni, ma anche riviste specializzate in musica (Jam, Mucchio Selvaggio, Suono Stereo Hi-Fi, Chitarre), turismo (Mare e Monti) e motori (Motocross).

Il sesto elenco riguarda i classici organi di partito: L’Unità (6 milioni 377mila euro), La Padania (3 milioni 896mila), Europa (3 milioni 527mila), Liberazione (3 milioni 340mila), tutti in difficoltà o a rischio chiusura.

Vengono poi le testate di partito trasformatesi in cooperative prima del 2002, tra cui Il Foglio (3 milioni 441mila euro), Il Denaro (2 milioni 455mila) e Opinione delle libertà (2 milioni).

Infine, l’elenco più lungo, quello dei periodici di cooperative o enti morali, dove in testa figura a sorpresa la rivista Sprint e Sport (506mila euro), settimanale del calcio giovanile e dilettanteso piemontese e lombardo, seguito dai semisconosciuti Quaderni di Milano, un settimanale free che in realtà sembra chiamarsi On The Road e che ha ricevuto 312mila euro.

Vedremo quante di queste testate sopravviveranno con le nuove regole sui finanziamernti che il governo sta per varare.

Nel frattempo vale la pena di leggere, sul caso Manifesto, il contributo controcorrente di un noto blogger, Leonardo Tondelli, che scrive anche per l’Unità. Il titolo è: Manifesto del conservatore di sinistra (ispirato alle considerazioni di Francesco Piccolo sul conservatorismo del ceto medio riflessivo).

HuffPost e Aol: un anno di crescita e di dibattito civile

Esattamente un anno fa scoppiava la notizia dell’acquisizione dell’Huffington Post da parte di Aol. Arianna Huffington festeggia la ricorrenza tracciando il bilancio di questi dodici mesi di rapida crescita. “La fusione con Aol”, afferma il direttore del giornale online, “è stata come passare da un treno ad alta velocità a un jet supersonico”.

La conferma viene dai numeri che in effetti sono impressionanti: 36,2 milioni di visitatori unici al mese, il 47% in più rispetto a un anno fa; 6 milioni di commenti nell’ultimo mese, con un massimo di 253mila in un solo giorno, il 25 gennaio; 21,6 milioni di segnalazioni (referrals) sui social network (1,4 milioni in un solo giorno, il 4 gennaio, su Facebook); tre edizioni internazionali lanciate (Canada, Uk, Francia) e altre tre previste nei prossimi tre mesi (Quebec, Spagna e Italia); 170 redattori e reporter assunti; 9.844 nuovi blogger; più di mille articoli pubblicati al giorno; 61.688 post pubblicati lo scorso anno; quattro libri pubblicati; infine, l’HuffPost è risultato al primo posto nelle classifiche di ComScore in tre categorie: Politics, Green e Gay Voices.

“Ma più importanti ancora di questi numeri, per quanto impressionanti essi siano”, aggiunge Arianna, “sono i valori che fanno parte del nostro dna. A cominciare dall’impegno a mettere al centro la community dell’HuffPost per creare un ambiente civile in cui possano svolgersi migliaia di conversazioni in ogni momento. In effetti abbiamo investito un sacco di risorse (sia in termini di tecnologie che di team di moderatori) per pre-moderare i commenti in modo da creare un’atmosfera non tossica dove la gente possa far sentire la propria voce, esprimendo anche opinioni discordanti, con passione ma civilmente. Il risultato è che siamo stati riconosciuti come una delle più attive comunità del web, con più di 130 milioni di commenti dal nostro esordio”.

Un ambito civile di dibattito e di confronto: proprio quello che manca in molti siti web d’informazione italiani. Per non parlare di quegli insulsi talk show televisivi dove i contendenti si confrontano come se fossero gladiatori nell’arena.

P.S. Per chi non l’avesse notato, Arianna Huffington annuncia che l’edizione italiana dell’HuffPost (in partnership con il Gruppo Editoriale L’Espresso) debutterà entro tre mesi.

Linkiesta alza il muro, ma il suo paywall è molto soft

In occasione del suo primo anniversario, Linkiesta passa alla fase due: abbandona la filosofia del tutto gratis per seguire quella dei contenuti a pagamento. Scegliendo però una soluzione soft: non un paywall ma un softwall. Il muro che separa i lettori dai contenuti è infatti facilmente superabile: se si cerca di leggere un articolo si apre una finestra e compare un video in cui il direttore Jacopo Tondelli invita a sostenere il giornale sottoscrivendo un abbonamento. Basta però aspettare qualche secondo e l’articolo diventa comunque accessibile, anche senza aver pagato.

Con questa sorta di “moral suasion” Linkiesta cerca di trovare i ricavi necessari a mantenere elevata la qualità dei suoi contenuti (prodotti da una redazione di dieci giornalisti e da molti collaboratori), un risultato che evidentemente la pubblicità online da sola non può garantire, malgrado i buoni risultati di audience raggiunti dal sito.

Tracciando un bilancio del primo anno anno di attività, Tondelli afferma che la crescita dei contatti è stata continua: “Siamo passati dai 55mila utenti unici (fonte Google Analytics) del primo mese (febbraio 2011) a circa 450mila utenti unici oggi, mentre le pagine viste, sempre nell’ultimo mese, sono state circa un milione 300mila”. Cifre interessanti – prosegue Tondelli – se messe a confronto con quelle degli altri giornali online italiani: secondo Alexa.com il sito di Linkiesta avrebbe raggiunto in termini di reach Lettera43 e Dagospia, mentre sarebbe ancora indietro rispetto a IlPost. I dati di Alexa.com non sono molto attendibili, ma confermano comunque un trend di crescita significativo.

Forte di questi risultati, Tondelli dichiara di voler proseguire sulla strada battuta finora, coniugando qualità giornalistica con costi contenuti, e si dichiara fiducioso nella possibilità di “acquisire un ragionevole numero di abbonati grazie al softwall, senza però penalizzare la crescita con un’eccessiva restrizione all’accesso gratuito alle informazioni”.