Monthly Archives: November 2011

Segnali di vita dal mondo digitale

L’editore di The Atlantic, storico mensile americano, dichiara che per la prima volta i ricavi online hanno superato quelli della carta. Ne parla Mediadecoder uno dei blog del New York Times: At 154, a Digital Milestone.

A proposito del New York Times, il presidente della casa editrice, Arthur Sulzberger, spiega come la strategia multimediale e multipiattaforma ha fatto risorgere il quotidiano che due anni fa era sull’orlo del fallimento. Sulzberger ne ha parlato in un discorso a Polis, forum nato per iniziativa del Department of Media and Communications e del London College of Communication.

Tornando al di là dell’Atlantico, Connect Tv, start up statunitense specializzata nella condivisione dei programmi tv, ha siglato accordi con una decina di gruppi televisivi Usa e oggi raggiunge 76 milioni di persone. La fruizione della tv avviene sempre più in modo social, via Internet: gli spettatori online possono condividere i propri programmi preferiti, commentarli con gli amici mentre li guardano, eccetera. Una nuovo modo di guardare la tv che – c’è da scommettere – presto arriverà anche in Italia.

Mc Kinsey ha pubblicato uno studio sull’impatto di Internet sulla crescita economica che i nosti governanti, sempre distratti quando si tratta di investire nel digitale, dovrebbero leggersi e meditate. Il titolo è The great transformer, sottotitolo: The impact of the Internet on economic growth and prosperity.

Per i giovani giornalisti il futuro è su Internet? Le risposte

Un giovane, oggi, non ha alcuna possibilità di andare a guidare un grande giornale, come fece 120 anni fa Luigi Albertini al Corriere della Sera. Il futuro per i giovani giornalisti è su Internet. Questa la tesi sostenuta da Paolo Mieli, già direttore del Corriere e oggi presidente di Rcs Libri (vedi il post: Direttore del Corriere della Sera a 29 anni).

Abbiamo sentito, a questo proposito, l’opinione di persone quotidianamente a contatto con il mondo dei media: editori, giornalisti, manager, comunicatori. Ecco i loro commenti, in ordine alfabetico.

Paolo Ainio (Banzai) – Non conosco il mondo dei giornali di carta, ma il vero problema dei “giornali su Internet” è che su Internet non ci sono gli editori. O forse non ce ne sono proprio più di editori…

Laura Corbetta

Laura Corbetta (Yam112003) – Quello che sostiene Mieli, secondo me è in gran parte un problema tutto italiano. La settimana scorsa sono stata a Parigi, all’advisory Board di YouTube, e l’età media del top management di Google non superava i 35 anni.
Sarebbe interessante approfondire l’argomento. Comunque si può notare che i 29 anni di fine Ottocento sono ben diversi dai nostri 29 anni!

Massimo Crotti (Tiscali) – Tra le varie affermazioni di Mieli, mi trovo particolarmente d’accordo sul fatto che uno dei problemi di fondo, che vale per l’editoria “classica” ma direi per buona parte del fare impresa oggi in Italia, stia in un certo immobilismo che parte da un presupposto, a mio modo di vedere sbagliato.
Si parla tanto di innovazione ma spesso tale parola viene associata a un vecchio modo di pensare e diventa pertanto soltanto un “package” con il quale le aziende spesso rivestono il vecchio modo di ragionare, restando nei fatti ancorati a modelli che rischiano di risultare obsoleti.
Il tema di fondo è che “innovazione” non può non coincidere con “rischio imprenditoriale”. Per innovare veramente bisogna creare una vera discontinuità e credo che tale affermazione valga sicuramente per Internet, ma oggi ancor più per tutte le realtà che hanno fatto la storia dei media in Italia.

Paolo D’Ammassa (Connexia) – Concordo con quello che dice Paolo Mieli. Sulla carta stampata la posizione di direttore è riservata a giornalisti di esperienza e lungo corso (i piu’ giovani che mi vengono in mente hanno 42-43 anni e dirigono mensili). Sul web invece non ci sono regole e troviamo blogger giovanissimi che hanno un seguito importante.
Sul tema giovani e giornalismo ricordo un episodio: nel 1998 organizzai un intervista con il Sole 24 per un nostro cliente, il ceo di una delle prime cento aziende Usa. Il quotidiano mandò un ragazzino; forse aveva 23 o 24 anni, ma ne dimostrava 18. Comunque dopo il primo nostro imbarazzo, si dimostrò preparato e fece un bel pezzo. Era Morya Longo, oggi una delle firme più preparate dell’economia al Sole.

Giacomo Fusina

Giacomo Fusina (Human Highway) – Beh, che l’innovazione della Rete sia propria dei giovani è un dato di fatto. E’ stato così per il Rock, l’impressionismo, la Radio negli anni 70, le grandi rivoluzioni scientifiche etc. L’approccio “disrupting” alla realtà è proprio dei giovani, creativi ed entusiasti e senza il vincolo degli schemi relazionali e mentali che imbrigliano i più maturi.
Ma per l’informazione il discorso è diverso, per due motivi:
1.non credo che il sistema dell’informazione abbia bisogno di un momento di rottura ma di un processo graduale di profonda trasformazione. In realtà di trasformazione ne vedo tanta già in atto: l’apertura alla partecipazione, la vita della notizia in Rete, la cross-medialità, la ricerca di interazione coi lettori, la portabilità su molti device etc… Da questo punto di vista le principali testate hanno lavorato molto bene e puntano nella direzione giusta;
2. La narrazione della realtà è un’attività che viene meglio ai meno giovani piuttosto che ai giovani. Da sempre i nonni raccontano le storie più belle ai loro nipoti. Posto che ci siano le condizioni dell’onestà intellettuale, della verifica delle fonti e della ricerca delle notizie rilevanti (la mancanza di questo mix è il vero problema attuale!), il servizio informativo è prodotto meglio da persone che hanno più esperienza e ricordi nel loro percorso professionale di quanti affrontano gli stessi temi con la freschezza di una giovane intelligenza. Non che i giovani non debbano fare giornalismo, ovviamente, ma non considero un problema il fatto che l’età media dei direttori dei nostri quotidiani sia intorno ai 60 anni. Semmai è un problema nell’industria, nella politica e nella folta schiera dei funzionari della pubblica amministrazione.

Francesco Galdo (Qualcomm) – Niente di più vero di quello che scrive Mieli: la mia esperienza in una multinazionale non può che confermare questo dato. La differenza di età tra giornalisti di casa nostra e quelli stranieri che lavorano per grandi testate è visibile quando si incontra la stampa all’estero.
Perchè questa differenza? Nel resto del mondo le versioni online dei giornali si stanno affermando sempre più, a scapito dei loro progenitori cartacei che, pur mantenendo le proprie posizioni quando si tratta di testate prestigiose e “di tradizione”, sentono il fiato sul collo delle publicazioni online quando si tratta di “essere sulla notizia”, in tempo reale. E nessuno padroneggia le tecnologie in questo campo come i più giovani.
In Italia la strada che porta dalle publicazioni online alla direzione dei grandi quotidiani è ancora tutta da tracciare.

Enrico Grazzini (Economia della conoscenza) – La domanda non mi appassiona. Se un giovane può diventare direttore di un giornale (di carta o on line)? Sì forse in India o in Egitto. In Italia mi sembra difficile. E poi quando uno è giovane e quando è adulto?

Maria Luisa Lafiandra (Mompeo in Corto) – Io non lo so, sono finita in Olanda per cercare opportunità che in Italia non avrò mai, il nostro è un Paese ridicolo, non vedo futuro in nessun campo.

Carlo Riva (Prima Comunicazione) – Direttori di giornali trentenni? In Italia non ce ne sono. Se ce ne sono non li conosco.

Andrea Santagata (Liquida) – Mieli dice che “i veri giornali di oggi, quelli su Internet, sono invece affidati a trentenni”. Ci saranno… Però i nomi non emergono molto al pubblico.

Andrea Santagata

Vera Schiavazzi (Master in giornalismo Università di Torino) – È probabile che oggi non si possa più diventare direttore del Corriere della Sera a 29 anni, come del resto primario in un ospedale o avvocato affermato. Non è vero invece che non ci sia lavoro per i giovani: sono d’accordo con Giuseppe Smorto circa le loro capacità e la necessità di aggiornarsi anche per i non giovani.
Nella mia esperienza alla guida di una scuola (dal 2004) ho verificato che molti giovani giornalisti entrano, sia pure con il contagocce, a far parte di vecchie e nuove redazioni, e molti altri lavorano comunque in uffici stampa o piccole testate locali.
Resta il fatto che la multimedialità e più in generale le capacità tecniche e/o le tecnologie che si hanno a disposizione, da sole non fanno un giornalista, né buono né cattivo. In Italia non esiste un dibattito scientifico-culturale compiuto su che cosa significhi insegnare giornalismo, ma sarebbe ora di aprirlo.
Non se ne parla in università? Sì, con gli allievi ne discutiamo spesso e volentieri; senza eccessi di democrazia, almeno spero; ma qualche volta arrivano anche da loro suggerimenti importanti. Con i colleghi quasi mai, ahimé. Quando ci incontriamo siamo pressati da mille cose tecniche, regole, quadri di indirizzi eccetera. Nessuno studia se non per conto suo, nessuno si confronta con il resto del mondo salvo, sempre, per iniziative o esperienze personali.

Giuseppe Smorto (Repubblica) – Io penso che un giornalista sia bravo indipendentemente dallo strumento che usa, dal medium su cui scrive. Internet ha certamente ringiovanito la professione, ma non o non solo in senso anagrafico: conosco sessantenni che twittano e quarantenni chiusi nella loro corporazione.
Per fare il direttore – almeno in Italia, l’unica situazione che conosco bene – serve anche tanta esperienza. Al momento non riesco ad immaginare un direttore giovane che arrivi dalla Rete, perché uno che arriva dalla Rete non conosce il giornale di carta, e il giornale di carta è il baricentro di una’azienda editoriale, se pensiamo a Repubblica, Corriere, Stampa, Messaggero, Sole 24 Ore, Gazzetta.
Fra dieci anni non so. Quello che so di sicuro che se i giornalisti quarantenni che si sentono al sicuro nella carta non si rimettono a studiare, rischieranno fra qualche anno di essere sovrastati dai più giovani, che sanno lavorare in modo multimediale, e hanno anche tanta ma tanta fame.

Claudio Somazzi (Applix) – La storia insegna che nei momenti di difficoltà, nelle grandi crisi, c’è la grande occasione di cambiare. E i grandi cambiamenti richiedono solo l’incoscienza del sogno. Chi oggi ha 30 o 40 anni ha anche l’esperienza necessaria per regalare al sogno la concretezza di Google, la ‘follia ragionata’ della startup, la ‘semplicità’ della collaborazione wiki, la determinazione di chi ha ricevuto in eredità dai propri padri un mondo peggiore di quello che loro hanno ricevuto dai loro padri.
La rivoluzione è in atto. Noi spingiamo. Vediamo se il ‘tappo’ salta. E comunque a 30 anni Page e Brin avevano lanciato Google, Zuckerberg aveva trasformato Facebook in una della nazione più grandi del pianeta e Jobs aveva già venduto Apple 2. Forse il Corriere non è così complesso… Coraggio!

Saul Stucchi (Alibi Online) – In questo caso concordo con Mieli: nessuna speranza per i giovani sulla carta stampata. Postilla: neppure per i meno giovani. Nessuna speranza per la carta stampata in sè… Cerco di convincermi che questa grande crisi (più che confusione) sotto il cielo abbia degli aspetti positivi, che liberi immaginazione e sia levatrice del futuro, ma non ci riesco granché. Ma lagnarsi non serve a nulla. Dunque continuo a scrivere. Gratis.

Giancarlo Vergori

Giancarlo Vergori (Matrix) – Non conoscevo la storia di Albertini, ma credo fosse un “fenomeno”. Ci si ricorda di lui ma non di altri. Intendo: quanti altri giovani hanno avuto in mano una responsabilità del genere? Quindi penso che sia stato un caso e non un frutto di un processo generazionale o strutturale.
Detto ciò, credo che sia difficile poter affidare a un giovane “normale” una grande responsabilità. Sia sulla stampa offline che su quella online.
Pensiamo a Zuckerberg; oggi ha un grande impero, è una persona geniale, ha creato un servizio unico; però ha dovuto imparare a fare l’amministratore delegato, con molte difficoltà e creando non pochi problemi all’azienda. Quali soci gli avrebbero mai dato una responsabilità del genere se l’azienda non fosse stata sua?
In sintesi: Internet e il web sono certamente un settore industriale in continua crescita, bisogna conoscerli, usarli e comprenderli. Equesto è più facile per un giovane che per una persona matura. Quindi questo settore è più appetibile per i giovani, è nel loro dna, dà sfogo alla loro creatività, ha pochi “paletti” ed è tutto ancora da inventare.
Riguardo a Mieli penso che la sua sia più che altro una provocazione. Anche Page e Brin, quando Google ha assunto una struttura societaria importante, hanno avuto bisogno di un “vecchietto” come Eric Schmidt per assicurare la buona gestione dell’azienda e la stabilità.

Direttore del Corriere della Sera a 29 anni

Alla direzione del primo quotidiano italiano, il Corriere della Sera, è stato nominato un 29enne: un giovane di belle speranze ma con poca esperienza. Laureato in giurisprudenza a Torino con una tesi sulla “Questione delle otto ore di lavoro”, qualche articolo scritto sui giornali torinesi per mantenersi agli studi, otto mesi passati a Londra ad approfondire i temi giuslavoristici nel mercato anglosassone. Nella capitale inglese entra in contatto con il Times, di cui apprezza il modo austero e rigoroso di fare informazione. Tornato in Italia, collabora con la Stampa di Torino, poi gli viene offerta la direzione di una piccola rivista bancaria, Credito e cooperazione. Qui conosce un industriale socio del Corriere della Sera che lo fa assumere al giornale come segretario di redazione. È un vero colpo di fortuna: in soli quattro anni, da segretario diventa direttore editoriale e sei mesi dopo direttore responsabile.

Tranquilli, non è il primo passo della rivolta contro la gerontocrazia, auspicata dai giovani indignados. È la storia di Luigi Albertini, direttore del Corriere della Sera dal 1900 al 1925.

L’hanno raccontata ieri sera Piergaetano Marchetti, Flavio Cammarano, Simona Colarizi, Enrico Decleva e Paolo Mieli, all’incontro organizzato dalla Fondazione Corriere della Sera per rievocare la figura del grande direttore del primo Novecento.

Nel giro di 11 anni Albertini portò il Corriere da 30mila a 500mila copie, una cifra mostruosa per quell’epoca, considerato l’analfabetismo e la povertà che affliggevano l’Italia.

Viene spontanea una domanda: un giovane di 29 anni oggi potrebbe essere nominato direttore del Corriere della Sera?

Paolo Mieli ammette onestamente che è impossibile: “Sono diversi decenni che gli editori dei grandi giornali vogliono andare sul sicuro e non sono disposti a scommettere su una giovane promessa. Oggi non c’è proiezione verso il futuro. Si rischia di meno, ma così non si costruisce qualcosa destinato a durare nel tempo, come fecero gli editori al tempo di Albertini”.

Niente speranze per i giovani quindi? “Sulla carta stampata no”, risponde Mieli. “I veri giornali di oggi, quelli su Internet, sono invece affidati a trentenni. Lì c’è la vita e la speranza”.

50 anni di Columbia Journalism Review

La Columbia Journalism Review, una delle più accreditate voci mondiali del giornalismo critico, festeggia i suoi primi 50 anni con un numero speciale dedicato alle trasformazioni che la professione giornalistica ha vissuto dal 1961 a oggi.

Il sito della rivista, familiarmente chiamato CJR, pubblica i principali articoli, a cominciare dall’editoriale del primo numero in cui gli Editors spiegano perchè la Columbia University’s Graduate School of Journalism – già all’epoca uno dei templi mondiali di quella relagione laica chiamata giornalismo, officiata nel grande palazzo vittoriano sulla 116esima strada di New York – decide di fondare un suo organo di informazione e di seguire passo a passo i cambiamenti del mondo dei media.

Con la capacità di sintesi e la concretezza tipica delle scuole americane, il sito riassume la storia di questi 50 anni in una serie di numeri. Ecco quelli più significativi:

Negozi di macchine per scrivere e servizi di assistenza a Manhattan:
341 (1961)
320 (1986)
25 (2011)

Negozi di computer e servizi di assistenza a Manhattan:
0 (1961)
74 (1986)
300 (2011)

Quotidiani su carta pubblicati negli Stati Uniti:
1.761 (1961)
1.676 (1985)
1.387 (2009)

Numero di computer connessi a Internet negli Stati Uniti:
2 (1969)
3.500 (1986)
660.000.000 (2011)

Costo di un megabyte di memoria in dollari:
38.600.000 (1960)
378 (1986)
0.014 (2011)

Virgilio ti accompagna tra i simboli di New York

I grattacieli di Manhattan, il ponte di Brooklyin, i taxi gialli e le limousine nere che sfrecciano per le strade, Wall Street e Central Park, la luminosa hall della Grand Central Station e le bandiere a stelle e striscie sulle facciate dei palazzi. A questi simboli di New York è dedicata la mostra fotografica di Federico Favretto, ospitata da alcuni giorni nel Bar Virgilio di Milano, un punto di ritrovo nell’omonima piazzetta, a metà strada tra la stazione Cadorna e Santa Maria delle Grazie.

Favretto (un esperto di finanza con la passione per la fotografia) descrive in una ventina di scatti i simboli di una città che ha accompagnano l’immaginario collettivo di intere generazioni.

Il ponte neo gotico di Brooklyn, completato nel 1883 e originariamente disegnato da John Augustus Roebling è uno dei più antichi ponti sospesi del mondo; collega la lussuosa isola di Manhattan al rinnovato quartiere di Dumbo (Down Under the Manhattan Bridge Overpass) in Brooklyn ricco di caffè, di gallerie d’arte e sede di studi fotografici e di posa.

Il Crysler Building, in stile art decò, progettato dall’architetto William Van Alen per Walter P. Chrysler, venne realizzato tra il 1928 e il 1930 e per undici mesi fu il più alto grattecielo al mondo, fino a quando non fu superato in altezza dall’Empire State Building.

Tra la Broadway e la 7th Avenue, tra West 42nd e West 47th Street, si apre l’antica Longacre Square che nel 1904 cambia il suo nome in Time Square, dopo che il quotidiano The New York Times stabilì il suo quartier generale nell’iconico crocevia, chiamato anche “The Crossroads of the World” o “The Great White Way”.

Wall Street, in lower Manhattan, il distretto finanziario sede del New York Stock Exchange, è il cuore pulsante della finanza Usa e il più grande mercato mobiliare del mondo.

Central Park, il parco pubblico al centro di Manhattan, è stato realizzato nel 1857; si estende dalla 59th Street fino alla 110th Street, con i suoi 843 acri (341 ettari), ed è considerato un “national historic landmark” sin dal 1963; il suo valore è stimato in 528 miliardi di dollari.

La metropolitana (New York City Subway) inaugurata nel 1904, si estende oggi per oltre 350 chilometri, con 26 linee e più di 450 stazioni; trasporta in media 5 milioni di passeggeri al giorno, oltre 1 miliardo e mezzo all’anno.

New York è anche la città degli “yellow cabs”, gli oltre 13mila caratteristici taxi gialli anch’essi oramai un’icona riconosciuta globalmente.

La mostra resterà aperta fino al 31 gennaio.

L’orribile Cattelan in edicola con il Corriere

Questa sera, in occasione dell’inaugurazione della retrospettiva Maurizio Cattelan: All al Guggenheim Museum di New York, viene presentato Abitare Being Cattelan, un numero fuori collana di Abitare, interamente dedicato all’artista italiano.

Il Corriere della Sera distribuisce il mensile allegato all’edizione di domani. Così anche gli italiani (almeno quelli che acquisteranno il quotidiano) potranno inorridire di fronte alla copertina che riproduce l’ultima provocazione “artistica” di Cattelan. Niente bambini impiccatiti, papi uccisi da meteoriti o scoiattoli suicidi: questa volta la vittima è un piccolo canarino con le ali mutilate da un grosso paio di forbici.

Il numero speciale di Abitare ricostruisce “l’articolato processo che porta alla costruzione dell’immagine come esito finale”. Come si spiega nella presentazione, la “soluzione finale” del canarino sarebbe l’espressione di “una mediazione culturale che coinvolge l’artista come intellettuale, interprete di una committenza, ma soprattutto artefice e regista di una visione del mondo che diventa realtà costruita”.

Curato da Paola Nicolin, con le foto di Pierpaolo Ferrari, Abitare Being Cattelan presenta il “Cattelan pensiero” da una prospettiva ravvicinata, per mettere in luce gli ingranaggi della sua macchina produttiva, studiare dall’interno la struttura e i ritmi di un cervello che non si ferma mai.

E se non lo capite peggio per voi.

Le nuove frontiere dell’editoria britannica

Il Guardian si è messo a vendere vacanze in cottage, magliette, pentole, sovrascarpe di plastica e simili. Sono le proposte della “Guardian Offers Newsletter” per la stagione invernale, che illustra appunto le ultime offerte riservate agli affezionati lettori.

Se vi resta il tempo e la voglia, potete anche dare un’occhiata al giornale. Ovviamente sul sito del Guardian.

L’eredità di Prodi e quella di Berlusconi

Ieri sera Romano Prodi era a Milano, all’incontro-dibattito con Giuseppe Vegas, presidente della Consob, organizzato dalla Fondazione Corriere della Sera sul pensiero di Tommaso Padoa-Schioppa e sui suoi ultimi scritti, raccolti nel libro Regole e finanza, pubblicato dal Mulino a un anno dalla morte dell’economista.

Romano Prodi

Accompagnato dalle raffiche di scatti dei fotografi, Prodi ha esordito ricordando un episodio di tre anni fa: “Era l’8 maggio 2008 e stavo facendo gli scatoloni per lasciare Palazzo Chigi quando Tommaso mi venne a trovare. Parlando della situazione economica osservò: lo spread tra Btp e Bund è a 37; l’eredità che lasciamo al nuovo governo è solida”. Oggi l’eredità che Berlusconi lascia a Monti è lo spread a quota 500 di questi giorni.

“Il dramma di oggi”, ha proseguito Prodi, “è che nessuno ha interesse a cambiare le regole del sistema. Ad esempio, Obama ha rinunciato a ripristinare la separazione tra banche d’affari e banche commerciali, necessaria per evitare che si creino realtà too big to fail”.

“Il caso greco è gravissimo dal punto di vista etico ma piccolo dal punto di vista economico”, ha detto ancora Prodi. “Non si è risolto perché la politica non ha voluto risolverlo. L’irrazionalità, la follia dell’Europa di oggi sta nel concetto di ‘Mors tua vita mea’, mentre nella comunità o si muore o si vive assieme”.

“Siamo al decennio della paura”, ha affermato l’ex presidente del consiglio. “Ogni Paese si ritira in sè stesso. Paura della Cina, paura degli immigrati, paura della crisi. C’è paura di tutto. Ma con la paura non si risolve nessun problema”.

“La debolezza della politica si riflette sull’economia. Guardare solo al breve termine è demagogia. Padoa-Schioppa ha sempre insegnato che short term significa vedute corte. E non ci si può consolare dicendo che l’economia reale è salda; abbiamo visto quanto rapidamente la timida ripresa degli scorsi mesi è stata gelata dalla crisi finanziaria”.

“Qual è il bandolo della matassa?”, ha chiesto il presidente della Fondazione Corriere della Sera, Piergaetano Marchetti.
La risposta di Prodi è che la politica deve recuperare autorevolezza e credibilità: “Dobbiamo avere più peso in Europa e nel mondo e superare l’attuale diarchia composta da una Francia che conta sempre meno e una Germania che pesa sempre di più”.

Caro Evgeny, caro Clay: Shirky e Morozov discutono di Internet

Clay – Caro Evgeny, devo confessarti che il tuo ultimo libro proprio non mi piace. Non si può sostenere che Internet non porta libertà e democrazia. Sei uno scettico inguaribile.

Evgeny – Sarò pure scettico nei confronti di Internet, però nella lettera appello che ho scritto a David Cameron, in occasione del vertice di Londra del 2 novembre scorso, sostengo la libertà d’espressione, non la censura. Ti leggo i passi centrali: “Fin qui le azioni del governo britannico su libertà di espressione e privacy si sono rivelate molto diverse dalle aspettative. Proprio in questi giorni siete intenzionati a varare più stringenti misure di controllo sull’accesso online a documenti finora legalmente accessibili. Avete un’occasione storica per sostenere tecnologie adatte a rafforzare, anziché indebolire, la capacità dei cittadini di affermarsi sul piano sociale e politico”.

Evgeny Morozov

Clay – Resto della mia opinione. Quello che sostieni nel tuo libro non mi piace. Perdona la franchezza, ma mi sembrano cose banali. Scrivi che nei regimi repressivi (e non solo) la polizia monitora il web e così prende i dissidenti. Lo sapevamo già!
Non cogli il significato vero della Rete, cioè che centinaia di milioni di persone possono esprimersi. Questo è il fatto centrale e veramente epocale e democratico di Internet, per chi crede che quando le persone si possono esprimere è molto meglio.
Puoi reprimere dei dissidenti ma non milioni e milioni di persone che comunicano in Rete. Tu invece non fai molta differenza tra Internet e tv, tra comunicazione orizzontale e verticale.
Poi è chiaro che le rivoluzioni non si fanno (solo) con il web, ma questo francamente lo sapevamo già.
Rischio di essere brutale, ma secondo me parlando male di Internet si fa carriera, perché Internet non è molto simpatica ai “vecchi media”. Così oggi si diventa facilmente dei guru…

Evgeny – Ma hai sentito cosa ho scritto nella mia lettera a Cameron? Quello che ho sottolineato è il rischio che anche le democrazie occidentali prendano le strada dei regimi autoritari e nel nome della sicurezza limitino la libertà di espressione su Internet. Queste non mi sembrano banalità!

Clay Shirky

Clay – Può darsi che mi sbagli, è una mia opinione, ma le tue argomentazioni mi sembrano superficiali, non colgono il nocciolo. Prendi di mira l’ottimismo sciocco di chi pensa che da sola Internet risolva il problema della democrazia, ma è troppo facile crearsi un bersaglio come Hillary Clinton
Ripeto; in questo modo non cogli il nocciolo. Internet è democratica perché è interattiva e dà voce e milioni di persone altrimenti senza voce. Secondo me c’è una differenza abissale tra Internet e gli altri media.

Evgeny – Resta il fatto che nelle società repressive Internet può essere uno strumento di liberazioine a disposizione delle masse, ma anche uno strumento di controllo a disposizione delle élite al potere.
E questo è un rischio che corrono anche le società democratiche, dove molti interessi (economici, politici, militari) spingono più verso il controllo che verso la liberazione.
Pensi davvero che il potenziale libertario della Rete sia in grado di esprimersi da solo, autonomamente, e affermarsi per la sua forza intrinseca?
Questa spinta, che pure c’è, corre il rischio di essere sopraffatta e convertita nel suo contrario: controllo, spionaggio, dominio. Vedi la fine che sta facendo Julian Assange e la sua Wikileaks.
È un po’ come credere che il mercato lasciato a sè stesso è in grado di autoregolarsi e far marciare la società e l’economia verso un radioso futuro.

Clay – Il mio è solo un punto di vista e Internet è certamente anche uno strumento di controllo, anzi senza dubbio lo è. Ma la sostanza, secondo me, è un’altra, come dimostrano Occupy Wall Street, la primavera araba, eccetera.

Evgeny – Questa volta sono d’accordo con te, ma solo se alla parola “sostanza” sostituiamo “speranza”.

Questo dialogo immaginario tra Clay ed Evgeny si basa su quanto i due autori hanno scritto su libri e articoli. Clay Shirky ha scritto Here Comes Everybody: The Power of Organizing Without Organizations (2008) e Cognitive Surplus: Creativity and Generosity in a Connected Age (2010).Evgeny Morozov è l’autore di The Net Delusion: The Dark Side of Internet Freedom (2011).

È dura fare business per i giornali on line

I giornali specializzati e locali sono il futuro del web. Ma fare business per queste testate è dura. Lo sostiene un articolo di Pino Rea di Lsdi (Libertà di stampa, diritto all’informazione), pubbliciato sul numero 4-2011 di Tabloid, il trimestrale dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia.

L’articolo, intitolato “Giornalismo digitale, la vertigine dei numeri”, prende spunto da The Story So Far, uno studio della Columbia Journalism Review sul business dei giornali, di cui Lsdi ha curato di recente la traduzione in italiano.
Il succo del discorso è che le testate giornalistiche devono puntare non tanto sulla quantità ma sull’engagement, cioè sull’interesse degli utenti. Perché solo in questo modo si potranno ottenere audience stabili e fedeli, da far pesare nei rapporti con gli inserzionisti e nella fissazione delle tariffe pubblicitarie.
Producendo giornalismo di qualità, utilizzando intelligentemente i dati e sfruttando i social media per generare traffico (e non solo i motori di ricerca), è possibile mettere insieme un’audience più fidelizzata e coinvolta, e soprattutto gradita agli inserzionisti.
Specializzazione e informazione locale sono le tendenze del nuovo giornalismo digitale. Ma il passaggio dalla teoria alla pratica è irto di problemi. Soprattutto per la sproporzione di fondo tra i costi di produzione dei questo tipo d’informazione e i ricavi, limitati dal basso peso quantitativo del pubblico potenziale e dal basso livello dei prezzi delle inserzioni. La conclusione è che non c’è ancora una dimostrazione concreta del nuovo modello di business.