IPSE.COM

Home > WebTime > Alle origini dell'informazione online 8


Pratellesi racconta i suoi esordi su Internet
Marco Pratellesi, giornalista ( stato responsabile di Corriere.it e direttore editoriale dell'area digital di Condé Nast), ha raccontato i suoi esordi su Internet in un lungo articolo apparso per la prima volta su Problemi dell'informazione nell'aprile 2012 e ripubblicato poi su Che Futuro! il 26 aprile 2013. Ne riprendiamo qui la parte iniziale.

Alla conferenza stampa vennero pochi colleghi. Ma l'Ansa fece un lancio: "Firenze: nasce Reality Magazine, una palestra per il giornalismo web". Era il 1997. Insieme a Marco Bardazzi avevamo fondato il nostro primo magazine online con l'intenzione di sperimentare il giornalismo digitale di cui tanto si parlava Oltreoceano. Il giorno ci davamo i "buchi" come cronisti di giudiziaria, io a La Nazione, lui all'Ansa (deve essere per questo che fecero un take sull'iniziativa), la notte ci trovavamo da un provider fiorentino poco distante dal bar del Necchi di Amici Miei. Ci aveva messo a disposizione due computer collegati via modem (56k, se non sbaglio) e una piattaforma per realizzare il nostro Reality Magazine, sul quale il provider avrebbe dovuto vendere la pubblicità (ovviamente mai arrivata).
Fu su Reality Magazine che, con un gruppo sparuto di giornalisti fiorentini, muovemmo i primi passi nel giornalismo online. L'Ansa tornò a occuparsi di noi in occasione del processo a Pietro Pacciani, accusato di essere il mostro di Firenze insieme ai cosiddetti "compagni di merende". Nel corso di una udienza, per indagare la personalità dell'imputato, il pubblico ministero mostrò una lunga serie di disegni del contadino che erano stati sequestrati nella sua casa di Mercatale. Fogli di carta e album da disegno (uno, secondo l'accusa, era appartenuto alle vittime tedesche uccise nel 1983), su cui Pacciani aveva schizzato a matita animali domestici e selvatici che rivelavano un tratto piuttosto raffinato per un uomo che aveva sempre lavorato nei campi. Fotocopiammo tutti i disegni,mostrati in aula e quindi a disposizione delle parti, e nella notte li pubblicammo su Reality Magazine. Poter mostrare ai lettori (pochi) quello che nessun giornale avrebbe potuto pubblicare, se non altro per motivi di spazio, ci parve un'opportunità straordinaria.
Stavamo sperimentando le potenzialità del web: il racconto esteso, la multimedialità, la possibilità di abbinare storie e fonti, di uscire dai limiti di spazio imposti dalle gabbie del menabò. Il giorno dopo, in uno dei tanti take sul processo Pacciani, l'Ansa riportò la notizia della pubblicazione dei disegni su Reality Magazine.
In quegli anni, i siti dei pochi quotidiani italiani online erano piuttosto "bulgari": testo, poca grafica, raro uso di immagini. Le photogallery sarebbero diventate campo di battaglia quotidiana tra Corriere.it e Repubblica.it solo a partire dal 2002.
Più scoprivo le straordinarie opportunità che il mezzo offriva al giornalismo, più mi convincevo che il giornale per cui lavoravo, La Nazione, avrebbe dovuto sbarcare sulla rete.
Presentai al direttore un progetto che, probabilmente, rimase in qualche cassetto. La bolla della new economy doveva ancora arrivare e gli editori, ad eccezione del gruppo l'Espresso, sembravano poco interessati a cimentarsi su un business che non prometteva guadagni immediati. La maggior parte dei giornalisti italiani, in quegli anni, ignorava la rete. Non era tutta colpa loro. Nelle redazioni posta elettronica e internet non erano ancora diffusi. Fax e dimafonierano i principali mezzi per trasmettere i pezzi, l'archivio cartaceo la fonte per cercare vecchie informazioni.
L'esperienza maturata nelle notti di Reality Magazine, sarebbe tornata utile un paio di anni più tardi. Era il febbraio 1999. Mauro Tedeschini, neo direttore de La Nazione, mi chiamò nella sua stanza: "L'editore vuole portare i giornali del gruppo su internet, ho fatto il tuo nome, te la senti?". No, non me la sentivo. Ero un cronista di giudiziaria, un autodidatta sul web e, soprattutto, non avevo esperienza di progetti digitali. Ma se chiedevano a me, evidentemente nel gruppo c'era poco di meglio. Fu così che dalla mia bocca uscì: "Sì". Un sì che avrebbe impresso una svolta nella mia vita professionale.

Marco Pratellesi

Leggi il resto su Che Futuro!

Torna all'inizio