LOGO IPSE.COM  
Ipse Blog

27 dicembre 2005

Fontenay aux Roses, febbraio 2005.

Banlieue 4

Nell'agosto 2003 è stata approvata in Francia la legge Borloo, operativa già dalla primavera del 2004. Essa prevede di demolire 200mila alloggi di edilizia sociale realizzata da storiche sigle quali HLM (Habitation à Loyer Modéré-1951), ZUP (Zones à Urbaniser en Priorité-1958), ZAC (Zones d'Aménagement Concerté-1967) considerate ormai inabitabili. Sono stati stanziati 30 miliardi di euro da spendersi dal 2004 al 2008. In alternativa dovrebbero essere costruiti nuovi quartieri con criteri ben diversi dai grandi complessi costruiti negli anni Cinquanta e Sessanta nelle periferie delle città francesi.

Lo scrive Alessandra Muntoni nell'editoriale del n. 55 (luglio-agosto 2005) del bimestrale di architettura Metamorfosi. L'articolo descrive una realtà - quella delle politiche francesi per l'edilizia popolare - di cui si è parlato molto poco nel profluvio di articoli dedicato dalla stampa italiana alla ribellione delle banlieue dello scorso ottobre. Salvo qualche eccezione i giornali nostrani hanno perferito usare gli eventi francesi come arma polemica in una battaglia ideologica in cui il partito del "succederà anche da noi" si scontrava con quello del "da noi non può succedere". In uno scontro di questo tipo ovviamente il sociologismo spicciolo fa premio sull'analisi della realtà e sull'approfondimento teorico, su cui invece punta una rivista specializzata come Metaformosi.

Ma perché cancellare i Grands Ensembles che negli anni Sessanta furono un modello trainante della ricerca architettonica?, si chiede Alessandra Muntoni nel suo articolo. Certo è ben noto che la popolazione povera, costituita in gran parte da immigrati, ha sentito il risiedere in quei grandi quartieri della banlieue come una vera e propria segregazione. Di qui fenomeni di disaffezione e di mancanza di autoidentificazione che hanno generato prima la trasandatezza, poi il degrado, quindi il vandalismo, alimentato da problemi di malavita e di droga.

È vero che, a partire dal 1968, la contestazione rifiuta la cosiddetta "urbanistica tecnocratica" fatta di barres e tours e di prefabbricazione pesante che ha condotto in molti casi a un ambiente ripetitivo, eterodeterminato, coagulo di un forte disagio metropolitano. Tanto che nell'ottobre del 1971, il ministro dell'Equipement Albin Chalandon si reca a La Courneuve e, dopo il sopralluogo nel quartire assai degradato denuncia alla televisione il fallimento di quella politica di edilizia pubblica. Al grido di "ni tours ni barres!" si mette in fiscussione l'esperimento Grands Ensembles creando così la premessa alla demolozione della Courneuve, cosa che puntualmente avviene, inaugurando così l'urbanisme de la dinamite.

Tuttavia anche in Francia c'è chi la pensa diversamente. Nel quartiere di Seine-Saint-Denis, dove sono stati costruiti quartieri popolari per tutto il Novecento - con molti importanti esempi di città giardino, di intensivi rispecchianti le ipotesi della Vienna Rossa e infine di Grands Ensembles - un movimento di associazioni giovanili, di architetti come Frédéric Druot, Anne Lacaton e Jean-Philippe Vassal, di storici come Gerard Monnier, ha preso posizione contro la legge Borloo e contro le demolizioni e reclama di preservare un patrimonio importantissimo che va certamente ristrutturato, ma sicuramente non distrutto.

Vassal ha dimostrato che il costo demolizione-ricostruzione è di 167mila euro ad alloggio, mentre il costo di ristrutturazione-riqualificazione da lui proposto - che tra l'altro non richiede lo spostamento degli abitanti - è di circa 20mila euro ad alloggio. Una volta compiuta l'operazione, si protrebbe dunque riaffittarlo a un prezzo equo.

Abbiamo avuto modo di visitare a Parigi il Grand Ensemble di Pantin-Bobigny. Sia pur bisognoso di urgenti cure si presenta oggi con le sue splendide torri, il suo parco lussurreggiante e la serpentina delle case basse che delimita il verde aprendosi verso la città, come un habitat di straordinaria qualità. Ciononostante il gruppo di case ortogonali, le più precarie del quartiere e per fortuna la parte meno significativa dell'Ensamble dal punto di vista architettonico, saranno presto abbattute, in modo tale da avere la possibilità di costruire nelle vicinanze le nuove abitazioni.

La legge Borloo prevede, infatti, che per avere i finanziamenti utili alla costruzione di nuovi alloggi, occorra demolirne una uguale quantità. Essa dunque non serve ad ampliare il numero di case popolari, in un momento in cui in Francia - altro argomentazione di Vassal - ce ne sarebbe un urgente bisogno.

Fortemente voluto dall'Abbé Pierre, figura carismatica del cristianesimo sociale della Communauté Emmaüs, e progettato magistralmente da Emile Aillaud, pur dopo le drammatiche vicissitudini degli anni Sessanta, Pantin resta una pietra miliare, e non è la sola, del progetto urbano contemporaneo.

Scrivi un commento:


15 novembre 2005

Les Enfants du Siècle.

Banlieue 3

La nuova stagione culturale che sta per aprirsi promette di farci vivere tutte le emozioni. La qualità e la varietà degli spettacoli proposti contribuirà anche quest'anno alla riflessione e al divertimento dei piccoli come dei grandi. Se la cultura è oggetto di tante attenzioni a Clichhy-sous-Bois, è perchè essa ha tutte le virtù: la dolcezza, l'eleganza, l'ardore, il coraggio la derisione, la generosità, la passione.

Dal numero di ottobre di Clichy Magazine, il mensile del Comune di Clichy-sous-Bois, la città francese dove è iniziata la rivolta dei giovani delle banlieue, il 27 ottobre scorso.

Scrivi un commento:


14 novembre 2005

Keith Haring, Untitled, 1981. "Quale universo allucinatorio e onirico ha deposto le uova dei suoi demoni e dei suoi angeli? Quale soffio vitale ha ispirato la continua creazione formale e iconica che sparge sulla scena del mondo?", si chiede Germano Celant in Keith Haring, Prestel Publishing, 1993. Da vedere il Keith Haring Show alla Triennale di Milano (fino al 29 gennaio).

Banlieue 2

Immagini un mozzicone di sigaretta che fa divampare un incendio in un campo di stoppie: con il vento, le fiamme si propagano prima verso le regioni più vicine poi verso quelle più lontane.
Di rivolte ce ne sono già state parecchie, nelle periferie francesi. Ma fino a un paio di settimane fa erano rimaste circoscritte al loro luogo di origine. Esplodevano in un quartiere senza contagiarne altri. Erano rivolte effimere e localizzate. Adesso, invece, la devianza sociale sta raggiungendo proporzioni inaudite.
Di soluzioni ne esiste una sola: l'integrazione sociale che passa attraverso un profondo piano di riforme non solo economiche ma anche morali e politiche. Gli adolescenti sono da sempre l'anello debole della società francese, è dunque necessario risvegliare in loro il sentimento di appartenenza a una nazione, all'Europa, all'Occidente. Sarà necessario ripensare a una politica sociale francese. Ma per ricominciare daccapo bisognerà prima gettare le basi di un nuovo modo di convivere, o se preferisce, di una nuova civiltà.

Edgar Morin intervistato da Pietro Del Re sulla Repubblica del 13 novembre.

La banlieue parigina dal volto umano fu. Verde, simenoniana, logora, triste: alla Gare de Lyon si sbarcava dopo mezz'ora di paesaggio morente, nello struggimento. La banlieue disumana, geometrica, senza rapporto con la storia della città che tutti hanno amato, oggi si leva minacciosa.
Nei centri urbani tutto è limiti, sbarramenti, oggetti protetti, bellezza sfregiabile, opposizione d'anima al massificante, riparo d'intelligenza e intreccio inestricabile di auto, motori, gas, folle umane malate di se stesse, del loro esserci d'angoscia, di denaro in eccesso anche - e tutto questo eccita fantasticamente la distruttività mentalmente disoccupata e in attesa di occasioni.

Guido Ceronetti sulla Stampa del 13 novembre.

Molti ragazzi non vanno più a scuola e già dall'adolescenza si ritrovano abbandonati a se stessi, con i genitori spesso disoccupati.
Queste periferie sembrano lontane anni luce dal resto delle città.

Il tenore Roberto Alagna nato a Clichy-sous-Bois da una famiglia di immigrati siciliani, intervistato sul Mattino del 13 novembre.

David Hockney, A Bigger Splash, da Webmuseum

La periferia è migliorata ma la gente sta peggio. é la prima volta dal dopoguerra che in Italia succede. Per cinquant'anni il ceto medio che si trovava a metà della colonna sociale alzava la testa, guardava la vetta e aveva la sensazione che quello era il suo destino prestabilito: migliorare la propria condizione. Adesso lo stesso ceto medio, che è grande parte di questo paese, si sente precipitare risucchiato da una forza quasi irresistibile verso il basso.

Walter Veltroni intervistato da Antonio Padellaro sull'Unità del 13 novembre.

Io trovo la rivolta delle banlieue molto interessante. Perché è apolitica, aideologica, areligiosa e non ha origine nemmeno nell'emarginazione e nella miseria, perché le banlieue parigine non sono affatto miserabili, ma ben ordinate, fornite di tutti i servizi e collegate al centro da un'ottima rete di metrò. È una rivolta e basta.

Massimo Fini sul Giorno del 13 novembre.

Qualsiasi scintilla può essere colta e usata: oggi l'angoscia distruttiva di certe frange d'immigrati, ieri le inquietudini di un proletariato troppo giovane e già declinante, domani il grido di dolore degli antipatici e dei brutti, chissà. La verità è che gli sconfitti di ieri vogliono convincersi e convincerci che comunque avevano ragione anche quando avevano torto.

Salvatore Scarpino sul Giornale del 13 novembre ("I violenti per vocazione"), a proposito dell'intervista a Toni Negri pubblicata dalla Stampa.

Era il 1961, sempre di ottobre, il 17. La marcia di migliaia di lavoranti algerini fu soffocata nel sangue. L'improvvida reazione di un prefetto d'acciaio ex collaborazionista, Maurice Papon, portò al massacro di almeno duecento manifestanti. Molti corpi furono avvistati nella Senna, alcuni riaffiorarono nei giorni seguenti.
Nel 2001, per iniziativa del sindaco della capitale, Bertrand Delanoe, fu deciso di apporre una targa sul ponte Saint- Michel dedicata alla memoria dei "molti algerini uccisi durante la sanguinosa repressione della dimostrazione pacifica del 17 ottobre 1961".
All'inaugurazione non partecipò nessuno dei molti esponenti di spicco presenti a Parigi del partitodel presidente Jacques Chirac. Davanti a quella targa ogni anno il 17 ottobre si riuniscono centinaia di persone quasi in clandestinità.

Alessandro Bonini sulla Padania del 13 novembre.

Secondo il rapporto Zus 2004 il tasso di disoccupazione nelle zone difficili (20,7%) è il doppio di quello nazionale (10,0%). Per contro, si moltiplicano le situazioni intermedie tra lavoro fisso e disoccupazione, grazie ai contratti a tempo determinato. Più sicurezza economica grazie a questi contratti, ma più problemi di natura ansiogeno-depressiva. "Sentirsi sempre insicuri sul lavoro - ha detto il medico di Saint-Denis, Didier Menard - è particolarmente angosciante".

"Una violenza annunciata", La Prealpina del 13 novembre. Le Zus sono le zone urbane sensibili (751 in tutta la Francia secondo l'ultimo rapporto dell'Osservatorio sulle Zus).

Christian Antonelli, Sarkoléon 2007

Vorrei restare lontano dalla politica, ma è difficile tacere quando le intemperanze dei politici attizzano l'odio di tutta una gioventù. Le macchine date alle fiamme non sono un gesto politico, sono la reazione istintiva di ragazzi insultati dal ministro Sarkozy, questo piccolo Napoleone demagogo ed egocentrico. Agendo come un signore della guerra, per puri scopi elettorali, Sarkozy apre un baratro che finirà con l'inghiottirlo, io spero.

Lo scrive il regista-attore francese Matthieu Kassovitz sul suo sito (citato da un'articolo di Stefano Montefiori, "Realtà di periferia, i registi battono i politici", sul Corriere della Sera del 13 novembre).

Nel giugno del 1999 Nicolas Sarkozy non era ancora "Sarkò", ma già limava la strategia di una carriera politica immaginata come napoleonica. Basta con le ammuffite ciance da salotto e gli enarchi, è convinto che le élites non sanno più parlare alla gente. E la Francia profonda non è più quella delle campagne ma quella delle banlieues. Quella a Surville, quartiere assai sensibile di Monterau, era appunto una visita per allenarsi. Un monello gli gridò: "Sarkozy, vattene a casa!". Lui si avvicinò a passo di carica al gruppo di adolescenti e scandì: "Si dice signor Sarkozy, se non vi disturba". Ecco: la guerra era dichiarata.

Domenico Quirico sulla Stampa del 13 novembre ("Parole di fuoco").

Presque tous les journalistes qui ont couvert ces événements ont constaté d'emblée une hostilité à leur encontre de la part des émeutiers. "La banlieue, ce n'est pas Bagdad mais il est très difficile de discuter avec les jeunes, d'établir la confiance si vous n'êtes pas de leur milieu, si vous ne connaissez pas leurs rites. Ils vous "détronchent" (repèrent) tout de suite, comme ils disent", explique Gérard Davet, journaliste au service Société du Monde.

"La crise des banlieues interpelle la pratique du journalisme", Le Monde 13/11/2005.

Scrivi un commento:


12 novembre 2005

Stefania Galegati, rewind#1, 1997.

Banlieue 1

Mi spiace che il film non sia mai uscito in Italia. Sono convinto che sia necessario filmare la banlieue, raccontarla al di là delle auto che bruciano, al di là di questa politica del disprezzo. Ho visto la gente che lottava contro l'analfabetismo, gente che convinceva i ragazzi a fare sport, gente che andava in giro con un autobus a portare libri dove non c'erano biblioteche. Ho visto anche i poliziotti, i pompieri, la difficoltà del loro lavoro. Sono tornato a Montreuil, tutta quella gente è stata licenziata.

Bertrand Tavernier (intervistato da Francesca Pietrantozzi sul Messaggero del 12 novembre) parla del suo film "De l'autre côté du periph'" (Dall'altra parte della periferica, il raccordo anulare di Parigi), girato nel 1997 a Montreuil, una di quelle banlieue che oggi bruciano, dove Tavernier ha vissuto per due mesi e mezzo. Da allora sono passati otto anni. "Quello che è accaduto in questi anni nelle banlieue", dice Tavernier, "è un massacro sociale perpetrato da gente arrogante che ha costruito ghetti a tavolino, distrutto la scuola e creato ignoranza".

I rivoltosi non dispongono più di un'avanguardia che traduca quel che essi vorrebbero dire, né hanno il linguaggio della lotta e dell'autonomia di classe per farsi capire e ottenere riconoscimento sociale: il rogo, come nei Demoni di Dostoevskij, è la loro lingua. E lo scontro non è più tra chi si è sopra e chi sotto, con gli inferiori che si sforzano di salire ai piani superiori. Lo scontro oggi è tra dentro e fuori, tra chi vive nella storia e chi da essa si sente emarginato, e lo è. Si parla molto di ascensore sociale rotto, ma la metafora calzante è quella del treno che alla tua stazione anziché fermarsi corre via.

Fa un po' effetto però che in quella che lei chiama "rivolta" si brucino le Renault dei lavoratori, e non le Porsche Cayenne degli spacciatori. Che rivolta è?
"Il fatto è che gli spacciatori le macchine ce le hanno in garage! Conosco bene alcune scuole di Epinay sur Seine. È l'unica banlieue in cui c'è stata solo una decina di macchine bruciate ma non un'esplosione come quella di Clichy. E sa perché? Perché forse a Epinay regge l'equilibrio basato sui mullah e sui signori della droga. Anche in Italia, dove c'è la mafia spesso non c'è rivolta".

Dall'intervista di Jacopo Iacoboni a Toni Negri, pubblicata sulla Stampa del 12 novembre. Secondo Toni Negri, "gli elementi nascosti dietro le banlieues in fiamme sono almeno tre. Quello che è in crisi è il modello industriale fordista, che prevedeva l'occupazione permanente, e uno schema di crescita indefinito, sostenuto dallo stato. Poi questa crisi s'è coniugata con i processi di mondializzazione economica. A questo si saldano politiche neoliberali di blocco della spesa pubblica, che producono una crisi degli interventi di welfare. Altro che l'integrazione, qui il problema è la totale assenza di risposta politica alla crisi del fordismo. Questa mancata risposta è legata alla crisi della rappresentanza democratica".

Sylvain Carle, Autobus de banlieu, encore, da Flickr.

Nel film di Kassovitz un giovane banlieusard dice, avendo perso l'ultimo metro che dal centro torna alla periferia: "Siamo chiusi fuori", "On est enfermé dehors". Senza guida, senza lotta di classe, la depressione euforica diventa risentimento di massa, istupidita gara tra chi meglio distrugge i simboli del Dentro, del Centro. Televisione e giornali sono questo Centro. I rivoltosi guardano se stessi sullo schermo e si sentono d'un colpo dentro, in gara fra chi più incendia: non sono più banlieue, cioè luogo (lieu) dove vieni messo al bando e altro non sei che bandito.

Barbara Spinelli sulla Stampa del 12 novembre ("Tristi banlieue"). Il film di Mathieu Kassovitz di cui parla la Spinelli è "La Haine", L'Odio, girato nel 1995.

In questo momento ho l'impressione che ci sia l'attesa che prendano corpo delle forme. Noi oggi siamo in una deformazione generale e questa deformazione è la realtà in cui viviamo.

Jean-Luc Nancy intervistato da Roberto Ciccarelli su Repubblica del 12 novembre.

Quello che la rivolta francese ha messo in luce è che la secolarizzazione e la società dei consumi, da sole, non esercitano un'attrattiva sufficiente ad annullare diversità di cultura e di concezione della vita, trasformando tutti in ´enfants de la patrie' come vorrebbe la Marsigliese.

Sergio Soave su Italia Oggi del 12 novembre.

Le rivolte metropolitane nascono da qui, da questa opposizione reale tra mercato e società, da questo scarto tra potenzialità infinite del desiderio e possibilità scarse di consumare. Cosa c'entrano, dunque, la disoccupazione, la cittadinanza negata, il fallimento del multiculturalismo, il fondamentalismo con la rivolta di Parigi? Argomenti passepartout che per essere sempre veri non spiegano nulla.

Massimo Ilardi su Liberazione dell'11 novembre.

Il ministro degli Interni francese ripete: "Prima di tutto bisogna ristabilire l'ordine". Ma che ordine è quello che non dà scuole all'analfabeta, non dà trasporti all'operaio, e non dà lavoro al disoccupato? Non è l'ordine, è la fonte del disordine. Adesso lo vediamo: le banlieux di Parigi, Rouen, Bordeaux eccetera, sono in metastasi. Ma le baraccopoli, le periferie, i ghetti d'Europa e d'Italia sono già nel cancro. E questo non lo vediamo.

Ferdinando Camon sul Gazzettino dell'11 novembre.

Quando ci si chiede cosa stia succedendo a Parigi, bisognerebbe andarsi a rivedere quel film: ci sono tutte le risposte. A partire dalla frase "C'è una società che precipita nel vuoto e ad ogni piano che passa, per farsi coraggio dice - fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene - ma il problema non è la caduta, è l'atterraggio" e questo vale a Parigi come a Roma o in qualsiasi altra metropoli.

Federico Fiume sull'Unità dell'11 novembre. Il film di cui si parla è ancora "La haine", L'odio, di Matthieu Kassovitz.

Per questi giovani che oggi manifestano con violenza la banlieue non è un nonluogo, bensì il loro luogo. Il posto dove vivono, dove comunicano con il loro linguaggio, con il loro modo di essere e di vestirsi. Ma la banlieue è vissuta anche come un luogo di chiusura, e le strade per uscirne non sono sufficientemente aperte. Ciò che questi giovani rivendicano è sentirsi francesi, e che anche la Francia finalmente li consideri tali, poiché la maggior parte di loro incontrano molte difficoltà ad inserirsi nella vita professionale e sociale in generale. Hanno l'impressione di fare parte della Francia senza esserne però parte; non è la banlieue ma la Francia intera ad essere percepita da loro come un nonluogo.

Marc Augé intervistato da Monia Cappuccini su Liberazione dell'11 novembre.

I giovani in rivolta a Parigi, così come tutti gli altri immigrati silenziosi, non chiedono che venga rispettata la loro cultura, ma semplicemente rivendicano il diritto di sentirsi ”a casa, a casa loro”, in Francia, e sperimentare nella quotidianità il concetto di eguaglianza», dice. L’identità islamica non c’entra nulla con quanto accade, e tanto meno l’astio coloniale.

Marc Augé intervistato da Raffaele Panizza sul mattino dell'11 novembre.

Scrivi un commento:

Divagazioni, citazioni e illustrazioni.

Lives in Italy/Speaks
Italian.

Bloglink >
4banalitaten
Alberto Biraghi
Bananas
Blog Notes
Camillo
Cave Blog!
dot-coma*:)
DrawingBlog
EmmeBi
Errore 404
falso idillio
Fuori dal coro
Giornalismo&Giornalismi
Haramlik
Interblog
Leonardo
Macchianera
Manteblog
Mauro Lupi's blog
Network Games
paferrobyday
personalità confusa
pfaall
quarky
Quelli di Zeus
Quintostato
Sabelli Fioretti Blog
Shangri-La
Webgol
Wittgenstein
Zop


28MM
Exp
Fotola
Fotolog
claud
jacqueline
lauraholder.com
lightningfield
photo magazine
Photo-haiku Gallery
Photoblogs
Photographie.com
Quarlo.com
rion.nu
Slower.net
The Mirror Project
Photoblogger.org
Visioni binarie

UrbanDictionary>

Adverblog
Blog.org
boingboing
Brilliant Corners
BuzzMachine
Contentious
CyberJournalist.net
Dan Gillmor
davidgalbraith.org
dotsomething
Dynamist Blog
Dust in the Light
E-Media Tidbits
editorsweblog.org
glaser online
Google Weblog
guyclapperton.co.uk
Infothought blog
lessig blog
Lying Media Bastards
Microdoc News
I Want Media
InstaPundit.com
International Sentinel
J-Blogs List
jd's blog
Joho
mediageek
Medianews
MediaSavvy
MetaFilter
nyc bloggers
PressThink
Regret the Error
SimonWaldman.net
tBBC

Ipse.com>
Blog
Eatonweb>
Media
Salon>
Most read
Dmoz>
Media
Rebecca Blood>
Weblogs History
Scott Rosemberg>
Weblog Pioneers
Joe Clark>
Blog Philosophy
Google>
Weblog Directory
Definizione di blog>
marketingterms.com
Blog glossario>
blog glossary

Weblog Commenting by 
HaloScan.com

Technorati search

xml logo

Ottobre 2005 e prima > Chi detta l'agenda. Maggioritario fazioso. Perché Internet non è il Corriere. La frase celebre. Contro l'informazione. Contro la distribuzione. Il titolo del giorno.

< Home - Archivio >

Ipse Blog
di Claudio Cazzola
>> e-mail