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30 novembre 2003

jolly toymaker puzzle leninvny-velkej joker picture

A sinistra, Jolly Toymaker di Joseph Holodook, Elms Puzzles Inc (Creating Exquisite Hand Cut Wooden Jigsaw Puzzles Since 1987); al centro, Jolly Joker (and the Plastic Beatles of the Universe): la copertina dell'ultimo album, "Welcome to the East Block"; a destra, Joker (The Joker is fed up with the King. She wishes to serve the Queen from now on. The King needs a new Joker) di Chio Maisriml.

Jolly Joker's Dreams

La prima pagina dell'organo dei Radical In, cioè la Repubblica (Rep.), di ieri 21 novembre, si apriva con "Istanbul, un altro massacro". Prima di affrontare il tema c'è da correre a pagina 33. Un boxino grigio con foto di Palazzo Chigi e occhiello che recita: "L'iniziativa". Di che cosa si tratta? Il titolo lo svela: "Mega-convegno targato Berlusconi?". Ecco la notizia:

"ROMA - Un mega convegno per rilanciare l'economia, con economisti, imprenditori, banchieri, esperti, premi Nobel, capi di governo. Appuntamento a Campione d'Italia, il 15 gennaio prossimo. La notizia, diffusa dal Foglio, che attribuisce l'iniziativa al presidente del Consiglio, è stata poi ripresa dall'Asca e dal Velino. Ma mancano conferme da palazzo Chigi e dal Tesoro. Inoltre, al momento, non ne sanno nulla anche molti dei presunti invitati".

Rep. c'è cascata, era uno scherzo-provocazione di un piccolo giornale d'opinione che, infatti, ha rubricato l'articolo con la dicitura "The Cav's dream". Un giornale della sinistra radical chic e sognatrice (sono o non sono "the dreamers" i republicones?) dovrebbe sapere che "dream" significa "sogno", no?

Da "Redazionalmente corretto" di Christian Rocca, sul Foglio di Giuliano Ferrara del 22 novembre 2003, e anche su Camillo, il blog di Rocca.

Audio: KultÛra za 100, un brano dei Jolly Joker, dall'album "Welcome to the East Block" (5,4Mb).

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20 novembre 2003

dipinto

"Field Grass Bundle I" di Anne Marie Kenny.

Di ogni erba

Zoppa, autoritaria, poco occidentale: la democrazia in Russia mostra tutte le piaghe, la sua incompiutezza. E i suoi “scheletri nell’armadio”: potere concentrato in poche mani, capitalismo selvaggio, nostalgie staliniste in agguato. E quella guerra in Cecenia, che macina morti su morti, che accumula efferatezze su efferatezze, e di cui sembra non si possa mai vedere la fine.

Piero Ostellino, "C'è un Putin che non vogliamo vedere", Il Corriere della Sera, 7 novembre 2003.

Ebbene, lo dico senza esitazione: io da questa Europa non solo non mi sento per niente rappresentato, ma non voglio nemmeno averci a che fare. Perché me ne vergogno come europeo, come italiano e come cittadino del mondo.

Piero Ostellino, "Passo falso da correggere in fretta", Il Corriere della Sera, 3 novembre 2003.

dipinto

"Maria on the Terrace with a Bundle of Grass" di Daniel Ridgway Knight.

Primo: Israele è il focolare del "ritorno ebraico" alla Terra Santa; gli israeliani sono gli ebrei del ritorno. Dunque, distinguere gli israeliani dagli ebrei è un sofisma storico; Israele non è una astrazione, è uno Stato in guerra contro chi lo vuole distruggere; gli israeliani sono gli ebrei del ritorno che si difendono da questa minaccia.

Secondo: il sionismo è stato il movimento politico- religioso del ritorno. Dunque, distinguere fra ebrei, israeliani e sionismo è un altro sofisma storico, che nega proprio il diritto di Israele all'esistenza.

Terzo: Sharon è il primo ministro che la maggioranza degli israeliani si è scelta con libere elezioni e, se la parola democrazia ha ancora un senso, rappresenta Israele. Dunque, distinguere il popolo israeliano dal suo governo è negare legittimità al diritto dello Stato di Israele alla propria difesa — che è certamente criticabile quanto si vuole « nei modi » , ma è pur sempre espressione di una libera scelta — è, cioè, un sofisma politico.

Piero Ostellino, "Quel pregiudizio colpisce quattro volte", Il Corriere della Sera, 8 novembre 2003.

Personalmente, ritengo gli ebrei italiani, quale che sia la posizione politica di ciascuno di essi, troppo intelligenti e realisti per sottovalutare l'importanza del concreto sostegno del governo a Israele e sopravvalutare, invece, fino a farne occasione di scontro, le chiacchiere da Bar Sport sul fascismo, peraltro prontamente corrette, del presidente del Consiglio.

Piero Ostellino, "L'amico di Israele", Il Corriere della Sera, 18 settembre 2003.

Il crocifisso, infatti, non è più (solo) un simbolo religioso, bensì è (anche, se non soprattutto) il simbolo della cultura giudaico-cristiana che, a sua volta, si è storicamente, politicamente, socialmente e persino economicamente, oltre che eticamente, concretata nelle forme attraverso le quali si sostanzia la nostra civiltà. Una civiltà, quella giudaico-cristiana, che, piaccia o no, ha prodotto più libertà, più giustizia, più benessere di ogni altra e che, piaccia o no, si è rivelata, quindi, più fertile di ogni altra per l'affermazione della personalità e della dignità degli uomini in carne e ossa.

Se hanno avuto un senso, ieri, le lotte condotte in nome dell'umanesimo giudaico-cristiano e liberale contro ogni forma di dispotismo e per la conquista - o la riconquista - dei diritti, politici, economici, sociali, di cui godono, oggi, gli esseri umani nelle democrazie liberali, non può evidentemente averne alcuno relativizzarne l'importanza rispetto ad altre civiltà che non hanno percorso lo stesso cammino, pagato un tributo altrettanto alto e raggiunto gli stessi risultati.

Piero Ostellino, "I valori da difendere, senza fanatismi", Il Corriere della Sera, 27 ottobre 2003.

foto

"A bundle of grass that was dropped during a landscaping effort on the dunes around Kijkduin" di Paris Roselli.

Ma resta il fatto che se, da un lato, nel momento della loro accumulazione - sfruttamento della prostituzione, commercio della droga e quant'altro - le risorse finanziarie prodotte dalla mafia sono "maledette", dall'altro, nel momento del loro utilizzo - investimenti legali produttivi - diventano, che piaccia o no, "benedette" per l'occupazione e lo sviluppo.

Bisognerebbe, allora, individuare dei canali semi-istituzionali per incoraggiare la mafia a investire in attività produttive "in sofferenza" e perciò pregiudizievoli per la salute generale del Paese. È, ovviamente, una provocazione.

Ma spero serva almeno a chiedersi, a esempio, se il reato di "associazione esterna" (alla mafia) non sia un reato, ma solo una sorta di ipocrisia codificata o, peggio, di accusa medievale.

Piero Ostellino, "La politica in Sicilia e le 'mani sporche'", Il Corriere della Sera, 18 ottobre 2003.

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Ottobre 2003

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