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Ipse Blog

25 gennaio 2003

Fuffa, spazzatura, blog ed ipertesti

Speriamo che i peones più arrabbiati non leggano l'intervista a Peppino Ortoleva pubblicata il 27 gennaio su DailyMedia (quotidiano online a pagamento sul marketing della rete). Le "scandalose" dichiarazioni del giornalista-filosofo Carlo Formenti sulla fuffa sono poca cosa a confronto con quanto sostiene il sociologo Ortoleva a proposito della "monnezza" che ammorba il web.

Nell'intervista, intitolata "Le tre o quattro cose che non mi piacciono della rete", Ortoleva sostiene che bisogna far piazza pulita di quel numero impressionante di siti inutili che trovi se vai su un motore di ricerca. Ma come scopare via "l'immondizia telematica"? Ortoleva una ricetta ce l'ha: "Questa schifezza andrebbe tolta facendo salire i costi dell'affitto dei server".

Per completezza d'informazione va aggiunto che Ortoleva è docente di storia dei mezzi di comunicazione all'Università di Torino, nonché presidente di Mediasfera, new media company che ha tra i suoi maggiori clienti Telecom Italia.

Ecco, ci sono tutti gli ingredienti per montare una bella polemica. Ma non si rischia di fare un'operazione parziale, magari un po' distorcente? Ortoleva - dicono i suoi biografi - ha pubblicato un centinaio di lavori scientifici (libri, saggi su riviste, pubblicazioni in volumi collettivi) su media, storia, società. Bisogna leggerli tutti o ci si può limitare a vivisezionare una frase estratta da un articolo? Sospendiamo per il momento il giudizio e facciamo un'altra prova. In una vecchia intervista a Mediamente, Ortoleva parla degli elementi di novità degli ipertesti:

L'ipertesto, in certa misura, trasforma ogni testo in una rete potenzialmente attivabile a livello neuronale. Il lettore segue alcune delle strade che l'ipertesto gli permette di percorrere, poi segue mentalmente alcune strade sue. L'ipertesto ha tre autori: uno è l'autore dell'ipertesto propriamente detto, colui che seleziona l'informazione e seleziona anche i link; il secondo è il lettore, che può essere paragonato quasi all'esecutore di un'opera musicale, perché, sostanzialmente, ha un testo di base nel quale seleziona la sua modalità di esecuzione; il terzo autore, che si dimentica troppo spesso, è colui che ha costruito il software ipertestuale che permette tutto questo. Il software è, per certi versi, il vero autore di ogni ipertesto.

Queste frasi possono essere lette in modo molto diverso rispetto all'intervista a DailyMedia. O forse no. Comunque, se al posto di "ipertesto" scriviamo "blog", il discorso diventa più attuale.

23 gennaio 2003

Obiettività fallace

Signora Fallaci qual è il segreto del suo enorme successo come giornalista? "Non ho mai cercato di essere obiettiva. L'obiettività è una ipocrisia inventata in Occidente che non significa niente. Dobbiamo prendere posizione. La debolezza dell'Occidente è nata a causa della cosiddetta obiettività. L'obiettività non esiste, non può esistere. La parola è una ipocrisia che si basa sulla bugia che la verità sta nel mezzo. Nossignore, qualche volta la verità sta da una sola parte".

Da "The Rage of Oriana Fallaci" (La rabbia di Oriana Fallaci) di George Gurley, The New York Observer, 22 gennaio. La traduzione è di Christian Rocca, Camillo.

22 gennaio 2003

Su Virgilio l'8 e 1/2 blog di Sofri

Dopo i quotidiani e i periodici, anche i portali scoprono i weblog. A rompere il ghiaccio ci penserà Virgilio, che in febbraio inaugurerà il suo primo blog. Sarà firmato da Luca Sofri, esempio raro, per l'Italia, di giornalista multimediale a 340°: scrive su carta (sul Foglio); in tv conduce Otto e mezzo assieme a Giuliano Ferrara (direttore del Foglio); blogga su Wittgenstein (nel sito del Foglio). Per arrivare ai 360° gli manca solo un talk show sul telefonino. Nel nuovo weblog di Virgilio, Sofri commenterà giorno per giorno proprio quel che si discute nella trasmissione della 7. Non è escluso che a Virgilio ci prendano gusto e, dopo l'8 e 1/2 blog, lancino altre iniziative del genere. C'è però un rischio: se la moda si diffonde tra i portali, a Clarence dovranno inaugurare una nuova rubrica, Noia blogale.

Nell'immagine, un particolare di "8 e 1/2", fumetto della serie "Paradosso temporale" di Juan Gimenez, dal sito Non solo Manga.

21 gennaio 2003

La t-shirt dei blo-giornalisti col bollino

L'Orgoglio Fuffa, il movimento dei peones del blogging, nato come reazione alle dichiarazioni un po' elitarie di Carlo Formenti (il giornalista-filosofo direttore di Quintostato che auspica una scrematura per eliminare la spazzatura culturale e ideologica da Bloglandia) ha già i suoi simboli.

Dopo il ribbon-logo Fuffa Network, proposto da TntMagazine, ora c'è anche la divisa (pardon, la maglietta), disegnata dagli stilisti di The Gnu Economy.

Bella trovata, ma non troppo originale. I blo-giornalisti (quelli col bollino blu proposto da Manteblog) la loro t-shirt ce l'hanno già da tempo. Ipse Blog l'ha segnalata fin dal suo primo post. La riproduciamo qui sopra per chi se la fosse persa. L'ha prodotta The Big Tv Job List, un sito per cercare lavoro nel mondo della televisione. Il motto dice: "Sono un giornalista, non posso essere comprato. Chiedere per l'affitto".

20 gennaio 2003

I giornali fanno blog

In Italia ci hanno provato per ora solo due quotidiani e un settimanale ad aprire una sezione blog per redattori e collaboratori. Il Foglio ospita Camillo di Christian Rocca e Wittgenstein di Luca Sofri; Il Riformista sta lavorando, assieme a Studenti.it, al sito Il Cannocchiale, dove sono annunciati CappeBlog di Stefano Cappellini, Paisà di Carlo Puca e Uqbar di Fabrizio d'Esposito; Internazionale ospita nella sua sezione Interblog addirittura otto weblog (un record non solo per l'Italia): SpaceyBlog, guviblog, BlogNote, Lubeblog, gioblog, blogpa, Radioblog e nerdland.

Negli Stati Uniti il fenomeno è molto più diffuso: le testate di informazione che ospitano nei loro siti uno o più weblog sono già oltre cinquanta; l'elenco completo si trova su Cyberjournalist.net, il blog dell'American Press Institute, curato da Jonathan Dube. Il record spetta alle testate online. Prima per numero di blog (cinque) è Msnbc.com, il sito web d'informazione nato da una partneship tra Microsoft e in network televisivo Nbc. Al secondo posto il web magazine Slate (anch'esso di Microsoft) nel cui sito trovano ospitalità quattro weblog, il più noto dei quali è Kausfile di Mickey Kaus.

Tra i giornali cartacei, spiccano il Christian Science Monitor con quattro weblog, seguito con tre dal quotidiano inglese The Guardian, che organizza anche un concorso annuale sul miglior weblog. Tre blog anche per l'Online Journalism Review: Glaser Online, OnlineJournalism.com e The Spike Report. Sei i giornali che ospitano due blog: Usa Today, FoxNews.com (questo in realtà è un canale tv), Projo.com, San Jose Mercury News (uno è il famoso Silicon Valley.com), Spokesman-Review.com e Journal Times. Due blog molto noti, dedicati al mondo dei media, sono ospitati anche nel sito del Poynter Institute: E-Media Tidbits diretto da Steve Outing e MediaNews di Jim Romenesko. Venti, infine, i siti di giornali, periodici e reti televisive che ospitano un solo blog: tra essi ci sono il Wall Street Journal, il Boston Globe, la National Review, Time, CbsNews.com e Salon.

Si accettano scommesse su quanto tempo passerà prima che il Corriere della Sera, Il Sole 24 Ore, Repubblica e le altre testate d'informazione italiane aprano le porte dei loro siti ai blog.

19 gennaio 2003

A volte i blog fanno male

Nel post del 17 gennaio su Ipse Blog citavo incidentalmente la vecchia storia di Sleeping Arianna che scopre i blog, entrata ormai nella mitologia di Bloglandia. Arianna Dagnino - la vittima della battuta - non ha però gradito la cosa. Ne è nato uno scambio di email che, al di là della vicenda privata, sollevano alcune questioni generali su cui forse vale la pena di riflettere: il diritto di replica, la netiquette, l'influenza di Google, il "potere destabilizzante" dei weblog, eccetera. Da qualche settimana anche Arianna ha un suo blog, Nomads (sottotitolo "Non siamo pazzi, siamo Nuovi Nomadi"), che cura assieme a Stefano Gulmanelli.

18 gennaio 2003

Gabler come Gaber

I media americani sono di destra o di sinistra?

In una sua canzone, Giorgio Gaber diceva che "la gente è poco seria quando parla di sinistra o destra". Negli Stati Uniti la pensa come lui Neal Gabler, studioso di storia del giornalismo e dei media. Mentre liberal e conservatori americani si accapigliano sull'influenza politica dei grandi giornali e delle reti tv, Gabler afferma che la vera guerra dei media non si combatte tra destra e sinistra, ma tra chi crede nell'obiettività (o almeno nell'apparenza dell'obiettività) e chi crede in un giornalismo schierato, partigiano. "L'idea di una stampa imparziale è una conquista recente", dice Gabler. "Oggi si sta tornando al passato, a quando cioè i giornali non erano altro che strumenti della battaglia politica".

Nella foto, una pagina un po' ritoccata del cartoon This Modern World di Tom Tomorrow, tratta dal blog dell'autore, il disegnatore satirico Dan Perkins (clicca sull'immagine per ingrandirla).

17 gennaio 2003

Citare la fonte, su Repubblica è un optional

"Il giornalismo italiano da un po' di anni è diventato un gigantesco weblog, un infinito gioco di rimandi, citazioni, citazioni di citazioni", osserva Giovanni Cocconi su Giornalismo&Giornalismi. Una prassi abbastanza diffusa nel grande blog del giornalismo nazionale è anche quella di riprendere cose scritte da altri senza citare la fonte. Un tempo veniva considerata una cattiva abitudine e giudicata con una certa severità; oggi invece sembra diventata una prassi normale, accettata anche da grandi giornali.

Un esempio lo fornisce il lungo articolo di Loredana Lipperini su Repubblica del 16 gennaio: "Aiuto, la rete ha fatto blog". Lasciamo perdere le amenità del titolo, dove si parla dei weblog come di "una nuova moda Internet" che "si sta affacciando solo ora in Italia" (la simpatica Sleeping Arianna deve aver fatto scuola anche a Repubblica...), e passiamo al testo, peraltro non privo di interesse.

Loredana Lipperini parla del significato e della portata del fenomeno blog citando il Wall Street Journal, il Guardian e l'immancabile Andrew Sullivan. Fa un audace paragone tra i weblog e Prima Pagina, "l'antica e fortunata trasmissione di Radiotre", dove un personaggio legge e commenta le notizie del giorno poi apre i microfoni ai commenti degli ascoltatori. Segue la rituale citazione di quattro o cinque tra i più noti e autorevoli blog italiani (i loro nomi sono nella colonna qui a fianco). Quindi una riflessione sulla filosofia blog, che replicherebbe quella dell'open source, "superando il concetto della proprietà intellettuale in favore della condivisione delle idee".

Un principio che la brava Loredana mette subito in pratica. Nella chiusura del suo articolo scrive, infatti, che in America si sta già parlando d'altro, cioè della possibilità di accedere ai blog da palmari e telefonini per pubblicarvi anche foto appena scattate (il che trasformerà i vecchi paparazzi nei nuovi "bloggerazzi"), e della possibilità di inserire filmati nei blog, trasformandoli in "video blog o vlog o blog di terza generazione che dir si voglia".

"Toh, mi sembra di averla già sentita questa", mi sono detto mentre leggevo la pagina di Repubblica. Infatti è proprio quanto scrivevo su Ipse.com nel post del 31 dicembre scorso. La sensazione di "deja vu" si ripete qualche riga più avanti, nella chiusa dell'articolo, dove la Lipperini parla dell'altra questione che sta appassionando gli americani: "Il blog è di destra o di sinistra?". Cioè esattamente la domanda che ponevo nel post immediadatamente precedente, quello del 30 dicembre. La Lipperini non cita la fonte: l'avrà fatto certamente nel nome dell'open source.

Ottimo per sviluppare software, l'open source non si applica però altrettanto bene al giornalismo e ai blog. Lo dimostra, ad esempio, la polemica scoppiata qualche tempo fa sul copia-e-incolla di Quarantadue ai danni della Pizia (ne ha parlato anche Ipse.com, il 22 ottobre). D'altro canto sarebbe un po' eccessivo pretendere di applicare il copyright ai blog, opere fatte per loro natura di continui rimandi e citazioni (ma in questo caso sono i link ad assolvere al compito di citare la fonte).

Negli Stati Uniti, pragmatisti come al solito, hanno pensato di risolvere il problema inventando una nuova forma di tutela delle "opere creative", più flessibile rispetto al copyright e che sembra fatta apposta per i weblog. In base alla Creative Commons Licence (vedi il logo nella colonna qui a fianco) l'autore di un testo può concedere ad esempio la facoltà di copiarlo o riprodurlo liberamente, a patto che si citi la fonte. Proprio come si insegnava una volta nei corsi di giornalismo.

14 gennaio 2003

Che fine ha fatto?

Ma che fine ha fatto Roberto Zaccaria? Se lo chiede il bloblog di Oreste e Walter, due blogger (napoletani suppongo) che hanno idee politiche molto precise, almeno dal punto di vista geografico: propongono infatti un semipresidenzialismo alla napoletana.

Tornando a Zaccaria, la risposta è nella stessa domanda: il link sotto al nome rimanda infatti al sito dell'ex presidente della Rai, che dice (o meglio diceva: la dichiarazione risale infatti al 16 febbraio 2002, il giorno in cui ha lasciato la Rai):

Continuerò ad occuparmi di diritto dell'informazione che rappresenta anche la mia specializzazione universitaria. Il Centro per la Comunicazione e l'Integrazione nei Media dell'Università di Firenze, fondato con alcuni colleghi di ingegneria, di economia, di sociologia e di diritto, costituirà l'osservatorio privilegiato per seguire questi temi e per elaborare anche una progettualità che ancora manca intorno a noi.

Peccato che all'indirizzo web del Centro si trovi solo questo malinconico avviso: "Impossibile trovare la pagina. La pagina cercata è stata rimossa"...

13 gennaio 2003

Il bello dei blog

Il bello dei blog è che sanno creare, in modo semplice e spontaneo, una rete di relazioni tra persone estranee, lontane le une dalle altre, ma legate da qualche interesse o curiosità comune.

A fine anno ho visitato un po' di siti americani alla ricerca di novità sul mondo dei weblog. Il risultato di queste letture è il post del 31 dicembre in cui raccontavo del dibattito e degli esperimenti in corso negli Stati Uniti a proposito dei blog multimediali, i video blog e i mob blog. Citavo, in particolare le esperienze di Glenn Reynolds, Jeff Jarvis, David Galbraith e Justin Katz, quattro esperti statunitensi di Internet e di blog.

Il post innesta, a mia insaputa, una sorta di reazione a catena. L'8 gennaio, Justin Katz racconta su Dust in The Light (Fellini sarebbe stato un vlogger) di aver scoperto che un blog italiano parlava di lui, di Reynold e di Jarvis e del dibattito sui vlog (merito probabilmente dei referrer delle statistiche del suo sito). Non conoscendo l'italiano, Justin si affida al software di traduzione automatica di Google, che ovviamente produce un testo surreale, un miscuglio di inglese e italiano in cui, ad esempio, Katz viene definito "a po' skeptical" ("L'avrebbe potuto scrivere Twain", osserva lui).

Lo stesso giorno, Katz segnala Ipse.com a Jeff Jarvis, che a sua volta ne parla sul suo BuzzMachine, in un post intitolato Just call me il primo, cioè "Chiamatemi il primo". Jarvis scrive: "Nessuno di noi parla italiano; ma in ogni caso amo la descrizione che si fa di me: 'Jeff Jarvis, che è considerato il primo video blogger americano'... Gongolo solo a sentire come suona".

A questo punto interviene un'anima gentile, Carla Passino, un'italiana che lavora da diversi anni in Gran Bretagna (è responsabile dei contenuti di Country Life Online). Carla traduce, ovviamente molto meglio di Google, il post di Ipse.com sui vlog e lo pubblica in un commento su BuzzMachine.

Ma fa di più: scrive un pezzo sui blog di terza generazione per E-Media Tidbits (QuickLink: A16490), il webglog sull'editoria online del Pointer Institute, una delle più note scuole di giornalismo degli Stati Uniti. Oltre a Jeff Jarvis e a Glenn Reynolds, Carla Passino cita anche il post di Ipse.com (e la sua traduzione), che fornisce - dice - un riassunto abbastanza buono del dibattito in corso sui vlog. Anche Justin Katz fa riferimento nel suo blog alla traduzione della Passino. E osserva, un po' maliziosamente: "Jarvis ha ragione: il testo di Ipse sui vlog suona più lusinghiero in italiano"...

12 gennaio 2003

William Gibson si è fatto un blog

Da qualche giorno William Gibson ha un suo weblog, che ha chiamato, senza troppa fantasia, bloG. Il 55enne padre della fantascienza cyberpunk (dopo Burning Chrome, Neuromancer, Count Zero e Mona Lisa Overdrive sta per per uscire negli Stati Uniti Pattern Recognition) promette di frequentarlo più o meno tutti i giorni, "a dispetto (o proprio a causa) della fama, quasi alla Pynchon, di luddita reclusivo che evita la rete". Una fama immeritata, come spiega lui stesso, sfatando una delle leggende metropolitane che lo riguardano:

Se cerchi informazioni su di me su Google potrai scoprire che faccio tutto con una vecchia macchina per scrivere manuale. Era vero fino al 1985. Ma dato che per un giornalista pigro è troppo facile abboccare all'amo, probabilmente continuerò a leggere per il resto della mia vita che uso una vecchia macchina per scrivere.
Usavo una macchina per scrivere semplicemente perché; era ciò che tutti facevano nel 1977 ed era manuale peché mi era capitato di averne una gratis. Ho evitato Internet solo fino a quando, con l'avvento del web è diventato una così meravigliosa opportunità di perdere tempo che non ho potuto più resistere. Oggi probabilmente ci passo altrettanto tempo di quanto ne faccia altrove.
Ma dal punto di vista statistico, la vera peculiarità del mio modo di passare il tempo è che non guardo la televisione per più di 12 ore all'anno. E questo fin da quando avevo 15 anni. Sospetto di aver passato tanto tempo a scrivere quanto la maggior parte delle altre persone passano davanti alla televisione. E questo, più di ogni altra cosa, può essere il vero segreto.

Jason Kottke (un web designer di New York autore, tra l'altro, del sito moreover.com) osserva che Blogger, su cui è basato il blog di Gibson, "è la versione 2003 della macchina per scrivere manuale: non è il massimo dal punto di vista tecnologico, ma è gratis". Se a qualcuno può interessare, kottke.org (il blog di Kottke) è realizzato con Movable Type.

Nella foto, "There is no surf in Cleveland", da Posturban = situationism + cyberpunk di Joey Know.

7 gennaio 2003

Il blog si addice al giornalista?

A un giovane giornalista o a un aspirante tale può essere utile farsi un blog? Pier Luigi Tolardo l'ha chiesto all'autore di Ipse.com, cioè a chi vi scrive (perdonate l'autocitazione...). Nell'intervista, pubblicata su Infocity, il network sul giornalismo ideato da Enrico Pulcini, si parla anche dei protagonisti e delle prospettive del fenomeno blog in Italia.

Divagazioni, citazioni e illustrazioni.

Lives in Italy/Speaks
Italian.

Bloglink >
4banalitaten
Blog.it
Brodo Primordiale
Blog Notes
Camillo
Comzine Weblog
dot-coma*:)
DrawingBlog
EmmeBi
falso idillio
Farnese
Fata Carabina
Fuori dal coro
FutaBlog
Giornalismo&Giornalismi
Inquestomondodisquali
Interblog
Leonardo
Manteblog
M@nsa di sera
MerzLog
Momoblog
Network Games
Ocurrencia
OninO
paferrobyday
personalità confusa
Pioggia acida
Pink Noise Station
quarky
Quintostato
Sabelli Fioretti Blog
Splinder
The Gnu Economy
Webgol
Weblogz
Wittgenstein
Zop


Fotolog
Claud's Fotolog
harrumph!
jenyk dot com lightningfield
Photoblogs
photo.cool.ne.jp
Quarlo.com
The Mirror Project

UrbanDictionary>

andrewsullivan.com
Blog.org
boingboing
BuzzMachine
CyberJournalist.net
davidgalbraith.org
Dust in the Light
E-Media Tidbits
glaser online
Microdoc News
I Want Media
InstaPundit.com
International Sentinel
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Dicembre 2002 e prima > Il futuro è dei blog, dei vlog o dei mob weblog? I blog sono di destra o di sinistra? Verità giornalistiche. Il mentitore. Così vanitoso, democratico, bugiardo. Il mercato sadomasochista. Le faccine di Interblog ora hanno un nome. Piacere, sono Nerd. A proposito di rane (e di nerd). I frivoli figli del Foglio. Sei faccine bitmap.

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